Negli oggetti dell’animo. Una piccola riflessione su Anna storia di un palindromo

di Fedele Menale e Martino Santillo

Anna storia di un palindromo (Effequ 2014) è il romanzo d’esordio di Francesco D’Isa. Dal susseguirsi delle pagine, si ha da subito la sensazione di trovarsi di fronte a un romanzo di formazione, o meglio di dis-formazione, poiché nel corso del testo la protagonista tende a spogliarsi, molto gradualmente, dell’immagine di sé. Anna, infatti, è il personaggio chiave della storia d’amore sdipanata nel fluire del racconto.

458511_origLa scrittura di Francesco D’Isa tradisce la sua personale esperienza come artista visuale, dalle forti e multidisciplinari influenze, soprattutto cinematografiche, come esplicitato dalla citazione nel testo di un passo tratto dal film Stalker di Andrej Tarkovskij: «Amo gli occhi tuoi, il loro gioco, splendido di fiamme, quando li alzi all’improvviso e, con un fulmine celeste, guardi di luce tutt’intorno. Ma c’è un fascino più forte: gli occhi tuoi rivolti in basso, negli attimi di un bacio appassionato e, fra le ciglia semichiuse, del desiderio il cupo e fosco fuoco»[c.vo nel testo].

Dunque, particolare è l’attenzione dell’autore per i momenti statici, visivi e altamente iconografici. La sua scrittura, caratterizzata da uno spasmodico taglio descrittivo, si carica di sinestesie (particolare tipo di metafora per cui si uniscono in stretto rapporto due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse, come nel caso tratto dal testo «la notte divenne una canzone d’acciaio») che tendono ad alterare la percezione della realtà, disorientando e affascinando più volte il lettore nel divenire del racconto.

Va sottolineata però, in corso d’opera, una trasformazione del modus scribendi autoriale: a un inizio carico di tecnicismi, che offrono una realtà filtrata da uno sguardo medico-scientifico per il quale si hanno un «coltello di raggi gamma», uno «sterile odore d’ospedale» e «le particelle che il sole scagliò sul mondo», si sostituisce un improvviso affievolimento, non solo del piglio ironico e umoristico, ma finanche dell’azzardo linguistico, per cui l’odore dell’ospedale diviene una «fragranza di caffè» e il sole smette di scagliare particelle per tornare ai più comuni «suoi raggi».

Al di là di questa piccola nota, risulta interessante mostrare quanto il descrittivismo citato sopra non sia solamente un leitmotiv stilistico di Francesco D’Isa, ma anche una componente fondamentale della sua rappresentazione del mondo, in quanto è proprio attraverso la descrizione degli oggetti che i protagonisti del suo romanzo mostrano al lettore la propria condizione essenziale, più intima e controversa.

Per rendere quanto più chiare possibili le riflessioni approntate in seguito, si procederà attraversando il testo in quei passaggi estremamente iconici, tracciando volta per volta sentieri che conducano poi all’animus dei personaggi e alle loro rispettive evoluzioni.

Uno dei momenti più rappresentativi di questo cortocircuito tra la forma e il contenuto si ha nel momento del ricovero di Anna: «Noia e nervosismo la spinsero a piegare, spostare, ordinare, impilare gli indumenti, in un puzzle convulso di golf, giacca, scialle, borsa. Dai vestiti passò alle scarpe, che sistemò perpendicolarmente a una mattonella; erano due stivaletti di pelle marrone, col tacco ritto e il collo strangolato dai ricami». Nel caso in questione è descritto il rapporto convulso che Anna instaura con gli oggetti, esplicitato nell’ansia di porli in ordine e sempre in primo piano rispetto al resto della scena. Inoltre, è utile notare che questo passaggio abita quella prima parte del testo, permeata da una marcata vena ironico-umoristica, che deforma la percezione del reale e che produce come risultante una sorta di umanizzazione degli oggetti, come per l’appunto gli stivaletti di pelle, che sono strangolati dai ricami e non decorati. Questa scelta di un termine non comune all’interno della descrizione delle calzature permette però di anticipare un cruciale passaggio successivo:  difatti, se così assistiamo a quella tendenza strabordante del narratore di dar vita agli oggetti e intervenire nel racconto per istillare nel lettore una visione particolareggiata del racconto stesso, che lo spinge in alcuni casi ad aprire delle parentesi per battute e commenti, all’opposto, nel testo è presente anche un’altra forza, quella dei personaggi che tendono all’identificazione nell’oggetto.

«Le calzature trascinavano Anna in una passione idolatra, carnale: le considerava vive come chi le indossava, quasi fossero dei demoni famigli, diretta proiezione della personalità del loro padrone. Era sicura che l’anima non potesse fare a meno di piantare la propria bandiera sui piedi».

Copertina di Anna. Storia di un palindromo

Copertina di Anna. Storia di un palindromo

Ecco che avviene questa sorta di metempsicosi oggettuale, per cui attraverso la sensibilità corporea, e i particolare visiva della protagonista, si concreta l’enunciazione di un procedimento di identificazione del personaggio con i suoi oggetti. Aggiungiamo che tale trasformazione è importante in relazione a due livelli testuali. A un primo livello, cioè quello dei personaggi e dell’azione, tale metamorfosi è necessaria all’appagamento psico-nervoso della protagonista; in merito al secondo livello, di rilievo narratologico, tale processo è importante poiché mette il lettore a conoscenza del malessere interiore di Anna, permettendo così di dare alla storia la consistenza necessaria per risultare interessante.

Successivamente, la descrizione dell’abbattimento morale di fronte alla notizia dell’operazione, viene marcatamente esplicitata attraverso una forte stimolazione visiva, che richiama anche qui, come visto in precedenza, quel retrogusto cinematografico di per se stesso intrinseco all’opera: «La ciabatta rosa, fino ad allora rimasta in bilico tra piede e terra, cadde definitivamente sul pavimento».

E continuando a seguire il fil rouge dell’oggetto inteso come specchio interiore del personaggio, D’Isa svela a poco a poco i tratti di quella metamorfosi, la cui summa scaturisce dal racconto di un momento fortemente significativo per Anna, che cerca di annullare il proprio flusso di pensieri nel tentativo di ridursi essa stessa a puro e mero oggetto. E nell’affastellarsi di particolari, mediati dalla vista («il pallore della porta, la ruggine sulla maniglia, il cotone che intesseva il lenzuolo»), viene espressa la tensione oggettuale:

«Studiò l’effetto del neon sulle aste di ferro, si posò su medici e infermieri, sui peli di barba, le ciglia: erano di carne, e lei alla carne non doveva pensare, la carne non esisteva, non allora. Tornò sulle cose, le cose pacifiche, che non soffrono, che stanno, anche lei doveva essere una cosa. Anna imitava i muri, le ciabatte bucherellate degli inservienti, i cavi dei macchinari. Voleva essere loro, ne invidiava la pace, la calma con cui dormono il sonno del mondo. […] Questo dolore non è nulla di mio, pensò lei, io non sono e non ho. Sono una cosa e non cerco anestesia, sono una cosa e sono anestesia».

Questo oggettivismo non contraddistingue la sola Anna ma tutto il sistema-romanzo Anna. Storia di un palindromo, infatti, è possibile notare tale meccanismo anche per gli svariati altri personaggi. Caso lampante è quello della dottoressa Collins «La dottoressa gli puntò addosso degli occhi chiari; era una donna di quarantacinque anni, sottile, tesa tra sé e gli oggetti con cui entrava in relazione.  […] Non priva di bellezza, possedeva la rigidità di un oggetto inanimato cui una forza demoniaca aveva dato vita».

Al contrario, il rapporto che il protagonista maschile Ezio detiene con gli oggetti si presenta diametralmente opposto rispetto alla modalità che connota Anna. Per Ezio, il rapporto con gli oggetti rappresenta l’espressione di una personalità vuota o mancante, o meglio di una certa inettitudine al confronto con il reale. Come visto, per Anna risultano essere fondamentali i capi d’abbigliamento, soprattutto le scarpe, e attraverso questa smaccata abitudine, anche nel presentare Ezio, l’autore sembra dare vita a un sottile gioco interno di rimandi e di richiami, tutto incentrato sul modo singolare di concepire la realtà da parte di Anna, che si acuisce appunto con la descrizione delle calzature del medico: «Lei gli guardò i piedi. Indossava un modello anonimo, né bello né brutto». Se per Anna l’anima risiede nelle scarpe, quella di Ezio è idealmente raffigurata come un’insipida medietà, esplicitata nel vestire e quindi nel mostrarsi agli altri, ma anche nel percepirsi, come lo stesso personaggio afferma guardandosi allo specchietto retrovisore «“Non deciderò mai se sono bello o brutto” ammise ad alta voce».

Nel corso del romanzo e del suo rapporto con Anna, Ezio subisce uno stravolgimento interiore tale da renderlo, alla fine, un personaggio in via di cambiamento. A fronte del disvelamento di Anna, infatti, si ha un momento di costruzione, per cui Ezio transita da una fase di quasi completo anonimato a quella della vera e propria caratterizzazione negli oggetti che lo circondano. Momento fondamentale per quanto detto è la colazione berlinese, che il personaggio fa in attesa di ricongiungersi con Anna. Svegliatosi nella stanza «vuota» dell’appartamento a Berlino, il personaggio viene descritto come irritato; il suo stato d’animo migliora solo quando si reca nel caffè, accolto da una miriade di oggetti: frutta, affettati, caffè, brioches, giornale, sigaretta, tazze, piatti fumanti, telefono, tutti elementi che aprono uno squarcio nell’inconscio del personaggio proiettandolo in quell’ambiente familiare, fatto di affetti e «giochi infantili», vivo nella sua memoria attualizzata, per cui agli oggetti reali si sovrappongono gli oggetti rimembrati.

Si è fatto cenno più volte all’evoluzione del personaggio di Anna e a come questo procedimento di perdita della propria forma si sveli al lettore attraverso il rapporto con gli oggetti. Come la donna perde la propria individualità su cui pesa un passato irrisolto e oscuro, così acquista la capacità di sfuggire alla necessaria presenza degli oggetti. Difatti, si è notato quanto quel «sonno del mondo» sia ciò a cui aspiri la nostra protagonista, non per nichilismo bensì per detenere il controllo sulla propria vita. Esplicita è dunque la credenza della donna di un’influenza degli oggetti sulla sua esistenza:

«Accendeva spesso la luce, per controllare che le cose stessero al loro posto, convinta che l’ordine degli oggetti potesse in qualche modo influire sullo scorrere dei pensieri. Ma appena spegneva la luce, ecco che il dubbio tornava; era tutto in ordine, poteva dormire o sarebbe arrivato?»

Quando, in seguito, la sua vita viene a coincidere con un oggetto, si riscontra un momento fondamentale del testo, poiché avviene quella sovrapposizione esatta tra vita e oggetto che permette l’azione decisa e consapevole del personaggio sull’immagine di sé, attraverso l’azione sull’elemento mediale. Nello svolgersi della trama, alla fine del suo percorso di analisi psichiatrica, Anna chiede e ottiene il libretto rosso su cui il medico ha trascritto i suoi appunti e la sua ipotesi sulla patologia della ragazza. Dopo aver letto da sola l’analisi del medico, ella decide di strappare le pagine ma di tenere ugualmente il libretto. È facile capire con che animo Anna intenda cancellare il passato dalla propria vita, di modo da avere solo “pagine bianche” da scrivere con il suo Ezio. E, a maggior ragione, risulta simbolico e funzionale che lo stesso libretto venga poi affidato, con un gesto taciuto, all’inconsapevole medico.

Da queste riflessioni, risulta necessario quindi porre l’accento su un ultimo, decisivo momento, nel quale sembra essersi definitivamente compiuta quella trasformazione, che porta la nostra protagonista a perdere per sempre la propria immagine abituale di sé per acquistarne una completamente nuova e diversa:

«Inumidì le labbra, calmò il respiro e si sedette sul bordo del letto, senza staccare gli occhi dall’immagine allo specchio. Non seppe se crederle. Poi si guardò attorno: la magia era avvenuta, le valigie erano lì, stracolme e ben chiuse. La camera vuota e ordinata. Prese i bagagli uno dopo l’altro e li portò vicino al portone di casa. L’immagine allo specchio scomparve».

La sovrapposizione tra il conflitto personale, che si risolve con il mancato riconoscimento della propria proiezione e la capacità di intervenire sugli oggetti (metterli in ordine, metterli da parte), invece che subirne il fascino, tanto che la stanza appare vuota, segna il momento finale e definitivo delle tensioni presenti nel testo. Da qui in poi, il tutto tende a sparire e la vicenda in sé perde la sua importanza, tanto che il finale stesso del romanzo inneggia a un “non finito”, anche se, francamente, risulta essere già scritto e compiuto molte pagine prima.

In conclusione, tralasciando altresì i purtroppo presenti errori grafici ed editoriali, queste poche considerazioni hanno fatto certamente perno su quella fortissima carica descrittiva riservata ai numerosi oggetti (e non solo) presenti lungo il fluire del racconto; inoltre, si è avuto modo di notare quanto l’interpolazione tra oggetto e animus dei personaggi rappresenti una delle note più felici di tutta l’opera. Risulta chiaro che gli oggetti in questione vadano dunque a sostituirsi ai particolari dell’intricata vicenda personale di Anna, culmine e limite di tutta la storia. Durante lo scorrere delle pagine, per la stragrande parte del testo, il lettore è costretto troppe volte a chiedersi cosa sia successo alla protagonista, senza tuttavia trovare alcuna risposta ma anzi facendo spesso i conti una pedissequa ampollosità del dettaglio.

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