Una (piccola) riflessione sull’universo dei migranti

Dalla tragicommedia alla riscoperta di una letteratura ‘civile’

Non so più cosa faccio.
Non so più cosa sono.
Pensaci, Mauro: cosa sei?

di Fedele Menale

Titolo: Fratello John, sorella Mary. Le nuove avventure semiserie dell’operatore sociale precario Mauro Eliah
Autore: Marco Ehlardo
Editore: Spartaco Edizioni
Anno: 2016
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Risulta sempre particolarmente difficile raccogliere idee e provare a fare un po’ il punto della situazione attorno ad un testo che si prefigge l’obiettivo di presentare, forse anche con un bel calibrato pizzico di ironia e umorismo, alcuni fenomeni complessi, molte volte affrontati di pancia più che con la testa, capaci di orientare a più riprese il dibattito dell’opinione pubblica. Se tali fenomeni riguardano poi la situazione dei migranti, i continui, costanti sbarchi sulle nostre coste e la conseguente pressante problematica dello sfruttamento di vite umane a fini prettamente utilitaristici, ovvero argomenti della più scottante e tragica attualità, allora ci si accorge di quanto tale esperimento possa divenire ancora più complesso e insidioso. Come nella stragrande maggioranza dei casi della vita, però, anche in questo, un libro può aiutare a capirci qualcosina in più e forse ad abbozzare un piccolo tentativo di riflessione più analitica su alcune delle intricate questioni poste in gioco.

È ciò che prova a fare Fratello John, sorella Mary. Le nuove avventure semiserie dell’operatore sociale precario Mauro Eliah, di Marco Ehlardo, pubblicato nel 2016 dalla Edizioni Spartaco. Un libricino piccolo, ma carico di tematiche e di altrettanti spunti di riflessione. Alcuni anche amari, sconvolgenti, a tratti agghiaccianti. Appunto per questo, prima di entrare nel vivo del testo in questione, risulta necessario delineare una giusta premessa: le considerazioni su tali tipi di fenomeni possono a più riprese incontrare il plauso o il disgusto degli interlocutori più diversi. Bisogna per questo stare sempre attenti al valore che si intende dare alle proprie interpretazioni, perché ciò che accade in diretta, per così dire, può essere sempre passibile di distorsione o finanche di un’errata interpretazione di comodo, dettata non solo dall’influsso sempre più continuo e pressante dei media, ma anche e soprattutto dal disinteresse soggettivo sempre più dilagante, dalla personale volontà di non andare a fondo nelle questioni più spinose (forse per timore di dubbi etici e morali pericolosi anche per il proprio piccolo orticello), dalla necessità di accontentarsi sempre di ciò che viene detto senza appurarne la veridicità, dalla costrizione di osservare la realtà sempre con gli occhi di qualcun altro e mai attraverso i propri.

Quello preso in analisi è decisamente un libro forte, dalle molteplici contraddizioni interne. Ma ciò non è dovuto certo ad una eventuale confusione dell’autore. Tutt’altro. Si tratta infatti di un prezioso espediente narrativo, costruito con un certa maestria e con una buona dose di esperienza. Quella di chi conosce a fondo la problematica, di chi la vive e la affronta ogni giorno, senza per questo esporsi ai facili oltreché comodi giudizi sommari e superficiali. È chiara volontà dell’autore sforzarsi di ricreare intenzionalmente le mille implicazioni, sfaccettature e chiavi interpretative in relazione al complesso ‘universo dei migranti’. Colpisce, lungo lo scorrere delle pagine, l’efficace alternanza di diversi punti di vista, tutti diversi e variegati, posizionati in modo da mettere a nudo le idee, le congetture, le considerazioni e i lamenti impliciti e connaturati al fenomeno. Non una sola voce, dunque, ma tante voci, che raccordandosi tra loro (a volte anche al limite della legalità, del bene e del male) raccontano efficacemente esperienze contrastanti, le ricreano, le scompongono e le confondono tutte davanti agli occhi increduli e disabituati del lettore, che raramente trova un proprio posto all’interno dell’impalcatura narrativa. La stratificazione delle testimonianze genera, necessariamente, un racconto marcatamente polifonico nel quale spicca la voce triste e stanca di un solista d’eccezione, Mauro Eliah, coscienzioso operatore sociale precario napoletano (già protagonista di un racconto precedente sempre dello stesso autore), impegnato in un’associazione deputata alla ricollocazione nella società di rifugiati e richiedenti asilo provenienti da altri nazioni. Insomma, un impiegato di quel tanto famoso e discusso Terzo settore, una sorta di ‘zona grigia’ in cui rientrano di diritto tutte le Organizzazioni non profit (ONG), deputata al benessere di tutti i membri della società pur non essendo direttamente collegabile alla pubblica amministrazione, allo Stato o dipendente dalle ferree leggi del Mercato economico.

Precario, e quasi sempre senza un soldo in tasca, Mauro è nello stesso tempo esperto di immigrazione, consulente legislativo e consigliere attento, perno attorno al quale ruota tutto il lavoro del proprio ufficio. Oltre alle mille responsabilità affibbiategli un po’ controvoglia, Mauro riveste spesso anche il ruolo di tramite non troppo paziente con le svariate figure istituzionali che prendono, a parti alterne, posto nelle più svariate e assurde situazioni: più di una volta, la sua ironia tagliente arriva caustica a sezionare comportamenti e discorsi nonsense del politico assessore di turno impreparato, saccente e prevaricante (come Lucio), degli esperti non troppo esperti che non sanno cosa fare (come per esempio Enzo e Gaia), dei collaboratori stanchi e disillusi da una sempre troppo flebile prospettiva di cambiamento (come nel caso di Anna e Ornella) e, soprattutto, dei tanti (troppi) responsabili delle altre associazioni umanitarie (come Federico, il ricco figlio di papà proveniente dalla Napoli bene, finto comunista radical chic e incomparabile stupido), che lucrano sulla pelle dei migranti appena possibile, invece di concepire e attuare strategie di reinserimento degne di tale nome. L’arma ben affilata dell’umorismo conferisce alla narrazione una patina tragicomica (degna del miglior Fantozzi), che regala al lettore la possibilità di sorridere spesso, anche se di un riso amaro, a seguito dello sciorinamento di situazioni paradossali e non del tutto comprensibili per chi guarda da fuori, dalla giusta distanza.

Le analitiche e dettagliate descrizioni fornite dall’autore, alimentate senza sosta da pesante confusione ideologica, caos istituzionale e complessità di situazioni che Mauro deve affrontare quotidianamente, producono a tratti un senso di forte fastidio in chi vi si accosta, proprio perché funzionali ad un obiettivo ben preciso: mostrare tutta l’incolpevole umana impotenza del protagonista, avviluppato in un tremendo vortice di contraddizioni e di indiscutibile buonafede personale, che lo porterà sul finale ad un’impietosa autoanalisi sulla sua vita, sul suo lavoro, sul suo posto nella società. L’epilogo, dunque, è costruito da Ehlardo in maniera intelligente e poco convenzionale: la realtà contingente, quasi sempre dal retrogusto acido e imprevedibile, interviene pesantemente sui sogni e sulle speranze dei protagonisti, li converte e li smantella, senza lasciare alcun posto ad un ipotetico lieto fine, atteso dal lettore ma purtroppo non realizzato. Gli strascichi di un fallimento importante patito da Mauro e della sua associazione (che riguarda appunto John e Mary, coprotagonisti richiamati dal titolo, ma anche Flower e molti altri rifugiati) toccano il lettore nel profondo del cuore, con la conseguenza di costringerlo poi ad un triste e rammaricato rapporto di empatia con Mauro che, quasi in automatico, non può che consolidarsi definitivamente con l’esaurimento delle righe dell’ultima pagina del libro. E tale senso di incompiutezza, di alienazione mista a rabbia, potrebbe metterci un po’ di tempo a dissolversi, anche dopo aver riposto il volumetto tra gli scaffali della propria libreria.

Impossibile dunque – a seguito dello stravolgimento dei canoni convenzionali e della messa in discussione dei valori e delle verità ultime di ognuno – restare indifferenti al peso specifico della storie raccontate da Marco Ehlardo. E ciò è dimostrato anche dall’interessante introduzione al libro, sofferta e lucidamente tragica, realizzata da un altro celebre scrittore campano, Pino Imperatore, brillante narratore che ha fatto del genere umoristico il suo punto di forza, ma che in questa specifica sede sceglie volutamente di smettere i panni dell’autore sarcastico e fortemente ironico appunto per evidenziare ancor di più i limiti della satira e della stucchevole retorica nel momento in cui in gioco ci sono, quotidianamente, vite umane. Il capovolgimento dei punti di vista e delle situazioni proposto da Imperatore (il brevissimo racconto che fa da introduzione è infatti incentrato sugli interminabili viaggi di una coppia di migranti bianchi, Giovanni e Maria, partiti da Castelvolturno e desiderosi di raggiungere l’Africa per fare fortuna e trovare delle condizioni di vita più agevoli) costringe in pochissime battute ad una riflessione durissima quanto un pugno nello stomaco a freddo, quasi inaccettabile razionalmente, in cui tutti i dubbi, i pregiudizi e l’impossibilità-non volontà di fare davvero qualcosa prevalgono incontrastati.

Quello di Ehlardo, in definitiva, resta davvero un libro autentico, da leggere e rileggere, in cui forse, oltre alla volontà individuale di raccontare i fatti proprio così come stanno, senza troppi orpelli o affabulazioni, si evidenzia finanche la pressante necessità della riscoperta di una funzione civile della letteratura, ammonitrice, disinteressata e obiettiva, formatrice in ultimo della coscienza morale, etica e umana delle future generazioni a venire.

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