[Racconto] – La piccola Maša

di Fedele Menale

Il treno scorreva lento verso Pietroburgo e la campagna, fuori dal lato finestrino, si stagliava a perdita d’occhio. I sedili, in legno massello, erano sformati, molto scomodi; forse, però, meno dei pensieri che attanagliavano il cervello in fiamme di Ivan Brelìc. Aveva ucciso la sua ragazza. Ed ora stava fuggendo sul primo treno preso al volo verso la capitale per trovarvi scampo. Non ricordava lucidamente la dinamica dei fatti, quindi si sforzava non poco nel mettere insieme i tasselli. Quel pomeriggio, al ritorno di lei a casa, avevano avuto una piccola discussione, poi sfociata in un litigio. Di seguito, avevano fatto la pace e brindato addirittura con una bottiglia di vodka d’annata. Ottima, al mirtillo. Come piaceva a lui. Gli sembrava strano, perché la sua ragazza non voleva alcolici in casa. Ricordava comunque di aver bevuto l’intera bottiglia e di averla poi strangolata nel caldo del loro letto, lasciandola lì tra le coperte. Ma perché?

Ricordava tutto: l’aveva strangolata per uno scoppio di gelosia mal trattenuta, dopo che gli aveva comunicato l’inizio di una tournee in Europa al seguito della compagnia teatrale di cui faceva parte ormai da anni. Maša era infatti una splendida ballerina. Elegante, aggraziata. Il gioiellino del piccolo gruppo di “teatranti e artisti da strapazzo”, come veniva chiamato in giro, che si riuniva al teatro pubblico di Smolensk ogni giovedì e sabato sera. Già da qualche tempo Ivan aveva cominciato a preoccuparsi non poco per la condotta della sua ragazza: tornava sempre più tardi, spendeva molto tempo a provare le sue parti invece di preparare il pranzo o la cena, ed era sempre più sfuggente e nervosa. La causa doveva essere il teatro, certo. Il peso di un copione o di un balletto troppo complicato. Così Ivan risolveva la questione il più delle volte, cercando di pazientare per quanto gli fosse possibile. Quando non ci riusciva però, cioè praticamente sempre, Maša ne pagava tutte le conseguenze, con qualche schiaffo o qualche calcio. Poi, nel caldo della loro camera da letto del piccolo appartamento che affacciava su via Dzeržinskogo, tutto ritornava alla normalità. Ivan tollerava quel genere di lavoro, malpagato e ritenuto per una ragazza fin troppo spregiudicato dalla ricca e benpensante inteligencija russa; lo tollerava, poi, anche perché in realtà lui un lavoro non ce l’aveva. O meglio, non aveva troppa voglia di cercarlo. Quando i suoi amici lo schernivano, perché in fondo era la sua ragazza a mantenerlo e non aveva per questo nemmeno mezzo rublo per pagarsi un po’ di vodka scadente, lui rimuginava tutto il tempo e non rispondeva niente. Poi tornava a casa e picchiava Maša, giusto per farle capire che anche se lei portava i soldi era lui che comandava e lei doveva rispettare sempre la sua autorità assoluta. E su questo aspetto, non si discuteva. Con il tempo la ragazza aveva imparato a placare le sconsiderate ire del suo uomo, specie quando fosse ubriaco o particolarmente arrabbiato con la vita: non è questa però la sede adatta a spiegare nei dettagli la messa in pratica di tali stratagemmi.

Maša, in cuor suo, provava un infinito affetto per Ivan. E forse, qualche volta, aveva provato anche un po’ d’amore. Da quando promise alla sua povera madre, in punto di morte, di accasarsi con il giovane e cercare con quella sua ultima volontà di essere felice, non riusciva ad abbandonarlo: non voleva recidere quel patto, tale era l’amore per la sua benevola e povera genitrice. Non se la sentiva. E poi, più che per lei, temeva che quella cosa l’avrebbe potuto uccidere. Ivan era un individuo fragile, nonostante la forza sprigionata dai suoi pugni e dagli strattoni. Con un continuo senso di colpa opprimente si faceva dunque bastare quella vita, le botte, le poche gioie e le tante sofferenze. Avrebbe potuto chiedere di più, forse. Ma era una brava ragazza, la piccola Maša.

Nell’ultimo periodo, quello precedente alla tragedia, nonostante la sua forza d’animo la ragazza aveva cominciato a mal sopportare i comportamenti bruschi e inopportuni di Ivan: usciva sempre più spesso per evitare di vederlo oppure inventava dei turni di prove supplementari al teatro per stare via da casa il più possibile. Tollerare gli scatti improvvisi del suo uomo era diventato un peso enorme da portare, e lo era diventato tutto in un sol colpo. Per Maša la letteratura, la danza e il contatto con altri artisti rappresentavano delle utili valvole di sfogo a quella vita inutilmente violenta, grigia e priva di contatto umano. L’arte la stava aiutando, gradualmente, a cambiare prospettiva: per lei era sempre più inutile cercare di trovare del buono in chi, inettamente, viveva la sua vita giorno per giorno, quasi sempre ubriaco e senza un soldo in tasca. Come avrebbe fatto in quelle condizioni a formare una famiglia con Ivan, ad avere dei bambini e prima ancora a realizzare il suo grande sogno di calcare i più grandi palchi russi, e perché no, del mondo intero? Sperava, in cuor suo, di trovare la forza di lasciarlo.

E il giorno della stesso della tragedia il fato si era divertito a offrirle questa possibilità.

Pavlov Kustrïc, omaccione di origini polacche e accorto impresario della compagnia, aveva un talento innato nello scegliere i suoi collaboratori. E anche con Maša non era andata diversamente. Aveva subito compreso l’eccezionale caparbietà di quella giovane fanciulla dagli occhi verdi e dai capelli castani. Ardeva nel petto nel vederla danzare, e i suoi occhi si riempivano di desiderio quando lei calcava un palco. Anche per questo voleva che fosse presente il più possibile nei suoi palinsesti. La pagava anche abbastanza bene, perché temeva che potesse essere corteggiata da altri esperti del mestiere. E poi, per ultimo, la amava.
Con tutte le sue forze, di un amore viscerale e paterno. Avrebbe potuto portarle la luna, se solo lei gliel’avesse chiesto. La giovane ragazza, però, pur avendo compreso il sentimento sembrava non corrispondere in alcun modo alle sue gentilezze; anzi, il più delle volte arrossiva, quasi avvilita dai comportamenti ammiccanti e fastidiosamente condiscendenti del suo datore di lavoro. Al contrario il buon Pavlov, grande estimatore dei poeti d’amore, primi tra tutti Ovidio e Shakespeare, non si arrendeva, perché per lui ogni donna sarebbe potuta cadere sotto i colpi di una puntuale e raffinata concertazione amorosa. Tutto stava a calcolare tempi, modi e spazi, ad attendere il momento propizio, e magari a favorire un po’ il gioco del destino.

Per questo, proprio nel giorno dell’inaspettata tragedia, decise di rilanciare in un modo un po’ particolare: vedendo la piccola ragazza afflitta, completamente disinteressata al balletto e alle prove dello spettacolo imminente, ne approfittò per avvicinarsi, sincerarsi delle sue condizioni e invitarla così a bere qualcosa. Maša, turbata da quella ennesima richiesta, fece per desistere. Ma poi, consapevole che la sua priorità non fosse proprio quella di tornare a casa, decise di accettare. Aveva litigato con Ivan poco prima di raggiungere il teatro. E il premio per quella ennesima sfuriata era stato per lei uno schiaffo energico e potente beccato in pieno viso. Aveva fatto di tutto anche per coprirne i segni e non dare agio ai pettegolezzi dei suoi colleghi attori. Però non ci era riuscita del tutto.

– Cara Maša, non immagini per me cosa voglia dire questo tuo sì! Dove vuoi che andiamo? – incalzò gongolante l’impresario.
– Pavlov non sono molto pratica di queste cose. Decidi tu, per me è lo stesso – rispose un po’ piccata la giovane ballerina.

Sapeva che ne sarebbe seguita una conversazione stucchevole, senza il benché minimo interesse. Ma a lei poteva anche andare bene così. Evitare Ivan, la sua rabbia alcolica e forse anche tutte quelle famose pratiche utili ad acquietarlo e a “ringraziarlo” delle sue botte, rappresentava onestamente la cosa più giusta da fare. Non voleva vederlo. Un senso di rabbia e di frustrazione la attanagliava da capo a piedi, e diventava pian piano sconforto totale, perché non riusciva a intravedere una degna soluzione a quei suoi problemi. Usciti entrambi dal teatro, raggiunsero senza scambiarsi grandi battute un piccolo ma grazioso caffè in piazza Aleksandr Puškin. L’impresario, gentilissimo, le scostò la sedia di un tavolino in marmo e tek per farla accomodare. Lei ringraziò del gesto annuendo con la testa e abbozzando un mezzo sorriso spento. Pavlov ordinò una vodka alla vaniglia per lui e una cioccolata calda per lei.

– Stai diventando sempre più brava, mia cara Maša. E temo che tu possa migliorare ancora. Sto seriamente pensando di approntare una tournee internazionale, qualcosa di grande e articolato, che darà modo a tutti di partecipare ad una svolta epocale per la nostra compagnia. Ma tutto dipende da te. Senza di te sarebbe improbabile anche pensare di spostarsi da Smolensk a Prigorskoye.
– Forse stai esagerando, Pavlov. Lo sai che la compagnia è piena di talenti. Io sono solo una ballerina. Il corpo attoriale è molto fornito, per non parlare di chi danza forse anche meglio di me. Temo tu non possa fare a meno di nessuno. Ti ringrazio dell’offerta, ma lo sai. Il mio legame non mi permette di…
– Il tuo legame? Spero tu stia scherzando. Tutti sappiamo che il tuo Ivan è un fiero animale da circo, che non fa altro che ubriacarsi e dartele di santa ragione. E tu continui a difenderlo. Quando ti sveglierai?.
– Non ti permetto di parlare così di Ivan, stupido polacco – sbottò malamente Maša, che comprendendo immediatamente la caratura dell’offesa rivolta all’uomo si ritrasse, arrossita e mortificata.
– Suvvia, non credo che tirare in ballo la mia provenienza ti aiuti molto – stemperò in maniera efficace Pavlov. – Scusami Maša, non volevo essere aggressivo con te. Diciamo che siamo pari, d’accordo? Però devi ammettere che le cose ti stanno un po’ sfuggendo di mano. E non me sono accorto solo io.
– Chi altro sa? – riprese sbiancando la ragazza.
– Di cosa? Del fatto che tu faccia di tutto per coprire le angherie di quella bestia che tu chiami fidanzato? E c’è bisogno di fare indagini, secondo te? Il tuo corpo parla da solo. Sei nervosa, sfuggente, disinteressata al mondo che ti circonda. E poi, non tutte le ferite di nocche e polpastrelli si possono camuffare. Noi fingiamo per lavoro. Ci pagano per farlo. Ma certe cose straripano fuori anche se non vogliamo, anche se la nostra maschera è ben salda sul viso. So che ci sono dei problemi. E anche che tu non puoi continuare così.

Maša scoppio inesorabilmente a piangere. Porto le mani al viso per cercare di contenere le lacrime, ma erano così copiose da non poterle fermare in alcun modo. Pavlov le offrì un fazzoletto di lino bianco, che di solito portava per bellezza nel taschino destro del panciotto. Poi, pagò il conto e la aiutò a servirsi. La ragazza asciugò le lacrime, bevve un sorso di cioccolata calda e ringraziò il suo impresario.

– So che tu sei innamorato di me. Lo so da sempre Pavlov. Non me lo hai mai detto, ma una donna queste cose le capisce. E dato che tu sei stato sincero con me, io farò lo stesso con te.
– Maša, io non… – riprese affannoso Pavlov. Era stato colpito da un dardo infuocato con quelle parole, dritto nel centro del petto. E proprio non se l’aspettava. Il suo fisico si produceva nervoso in mille pose scomposte, non riuscendo a trattenere spasmi di gioia e di altrettanta inadeguatezza. Aveva letto così tante liriche, così tante tragedie, così tante opere sull’amore da ritenersi ormai una sorta di professionista, esperto e imperturbabile. Nel tempo aveva bramato e tramato così tanto per portare Maša a sé, che si era finanche preoccupato di scandire tempi, situazioni e modalità del suo futuro e sicuro successo. Di certo, quello che era appena accaduto non l’avrebbe mai immaginato: di rado la preda si serve al suo cacciatore. Ogni progetto mirato andava dunque a farsi benedire; di questo era felice, ma al tempo stesso anche terrorizzato. Perché più del piacere, l’attesa si era sempre rivelata la sua fedele amica. E più della sorpresa, era il controllo del campo e delle prospettive in gioco a dargli la costanza necessaria in ogni suo progetto. Ora che la sua amata aveva deciso di uscire allo scoperto, decise quindi di rilanciare. Si ricompose, sistemò il bavero del sovra panciotto e cominciò a sorseggiare desideroso la sua vodka trasparente come l’acqua.

– Vedi Maša, io amo profondamente tutte le persone che collaborano con me. Sono parti del mio mondo, cellule e membra di uno stesso corpo. Mi fido di ognuna come di me stesso. E se non facessi così, sarei solo un essere disgraziato e intollerante alla vita. Riponendo invece il mio destino nelle mani di altri, io mi ritengo essere un campione di onestà intellettuale, di altruismo, di filantropico mecenatismo. Non solo culturale, ma anche e soprattutto umano. Ho scelto di far esibire tutti i miei figli sul mio palco; io mi accontento di restare dietro le quinte. Questo è l’esempio di umiltà più grande a cui un uomo possa aspirare. Ma dietro ogni uomo che concede tanto al suo prossimo, c’è sempre un mostro che chiede, desidera e brama ancora di più.
– E tu cosa desideri, Pavlov? – chiese un po’ interdetta Maša. Non aveva infatti ben compreso il succo di quel discorso.
– Io voglio te, ragazza mia. Voglio che tu sia la mia punta di diamante. Sul palco, come nella vita. Io ti amo alla follia e tu puoi imparare a farlo col tempo. L’unica cosa che ti chiedo è avere coraggio: affidati a me e diventerai la più grande ballerina del mondo. Concedimi il lusso della tua presenza, ogni giorno, al mio fianco, e ti renderò una donna ricca e amata. Non mi vedrai mai ubriaco, né mai alzerò un dito contro di te. Non dovrai vergognarti di me. Mai! – ribatté fiero Pavlov.
– Mi sembra che tu stia correndo un po’ troppo. Chi ti dice che io non ami Ivan? E poi perché dovrei lasciarlo? Anche se volessi, non potrei farlo… – si accigliò la ragazza.
– Come sarebbe a dire? – chiese incredulo l’impresario.
– Ho fatto una promessa solenne a mia madre in punto di morte. Non so come funzionino le cose lì da voi in Polonia. Ma qui in Russia le promesse le rispettiamo con ardore, e sempre con la massima dignità. Anche se ci conducono ad una vita fatta di rimpianti e di rimorsi – rispose Maša. Non sapeva perché stesse dicendo tutte quelle cose a Pavlov. Appartenevano alla sua sfera intima e privata. Ma sentiva nel profondo di poterlo e doverlo fare. Seduta a quel tavolino si sentiva quieta, dopo tanto tempo. Libera di parlare, senza avere paura di innescare delle violente ritorsioni ai suoi danni.
– Dunque la tua promessa è quella di essere infelice e malmenata per tutta la vita? Beh, non mi sembra granché come prospettiva futura… – concluse sornione Pavlov, – Da come parli non ti preoccupi della tua carriera né del tuo essere donna. Se continui a metterti da parte come individuo, così ingiustamente, arriverà un momento in cui la consapevolezza dei tuoi errori ti schiaccerà, uccidendoti. Per questo, gioca d’anticipo. Devi essere prima tu a farlo… 
– A fare cosa? – riprese perplessa e incuriosita la ragazza.
– Uccidi Ivan. Toglilo da mezzo e pensa a te stessa.
– Spero tu stia scherzando, polacco – attaccò coraggiosamente Maša, – Ma cosa credi? Qui non siamo su un palcoscenico e non tutto nella vita si può risolvere con la cappa e la spada. Ma come ti viene in mente questa assurdità? Pensavo fossi un po’ pazzo, ma non credevo fino a questo punto! Basta, questa conversazione finisce qui. Grazie per la cioccolata, tieniti le scarpette e la tua tournee.
– Ma non capisci che questa potrebbe essere l’unica soluzione? Se tu dovessi accennare a lasciarlo, lui ti ucciderebbe senza battere ciglio. Quante volte ti ha massacrato solo per il gusto di farlo? E credi non ne sarebbe capace? Ti inseguirebbe in ogni dove, o magari ti aspetterebbe nel vicolo del teatro per saltarti addosso. Apri gli occhi Maša… Fino a quando potrai resistere?
– Non voglio più ascoltarti, maledetto Pavlov. La prossima volta che succederà sarà l’ultima: andrò io stessa dalla polizia e io stessa lo farò mettere agli arresti. Solo così potrò fermare questa tragedia.
– Sei una stupida. Non servirà a nulla. E poi sei una donna, nessuno ti crederà mai. Non puoi ingiuriare l’onore di un uomo e farla franca come se nulla fosse. Ci vogliono prove corpose, fatti evidenti. Ascolta… Se non lo vuoi tu, lo farò io. In amore e in guerra non esistono regole. Lui è il mio diretto avversario e io ho il diritto di porre fine a questa barbarie – incalzò Pavlov.
– Tu non hai diritto a nulla. Smettila di dire idiozie. Ma chi te le ha messe in testa tutte queste cose? Un uomo può diventare davvero spregevole. E tu mi stai dimostrando di esserlo. Dovresti vergognarti, Pavlov Kustrïc. Non hai nulla di russo, benché meno l’onore – sentenziò tragica Maša.
– Io non mi vergogno della giustizia. Perché tale sarebbe. E sul mio onore non puoi darmi lezioni. Perché tu deprezzi e svilisci il tuo ogni qualvolta che ti pieghi alla volontà di chi ti fa del male ingiustamente…

– E dimmi, come vorresti ammazzarlo? Sentiamo… – riprese Maša intollerante e sarcastica.
– Con l’arma con cui, per secoli, sono stati conquistati regni e dinastie: il veleno. Nell’Amleto Claudio uccide suo fratello per il potere. Io ucciderei Ivan per il tuo amore. Negli scantinati del teatro, tra tutte le cianfrusaglie di scena, ce ne sono alcune bottigliette di cianuro e arsenico, usate per i topi, le tarme e i parassiti. Non dovremmo nemmeno acquistarlo e non daremmo particolarmente nell’occhio. Un bicchiere di vino o un po’ di vodka forte, poi, ci farebbero gioco facile. Da ubriaco il tuo Ivan berrebbe di tutto, anche l’arsenico. Non è così difficile, come vedi…
– Ah, pazzo pazzo maledetto! Spregevole fino all’ultimo. Non starò qui ad ascoltare le tue fisime ancora per molto… Non mi costringerai a fare ciò che non voglio e non posso fare. In nome di Dio, da questo momento ritienimi licenziata. Puoi tenere anche i soldi che mi devi. Non voglio più saperne di te e delle sozzure che combini – sbottò infuriata la giovane ragazza.
– No, Maša non puoi andartene. Ricordi che abbiamo un contratto. Scinderlo prima della scadenza ti metterebbe in seria difficoltà legale. E io non lo voglio. Così come non voglio che tu debba continuare a soffrire. Sei stata chiara: fai ciò che devi, nel modo in cui lo ritieni opportuno. In quanto alla chiacchierata che abbiamo avuto, prendila come un consulto su un nuovo copione che sto scrivendo e che voglio mettere in scena con i miei attori. Oppure dimenticala. Fai come vuoi. Ma tu non mi abbandonerai, piccola Maša. La tournee è una cosa troppo importante, e devo sapere di continuare a poter contare su di te.
– L’onore, Pavlov. Quella è una cosa che non potrai mai apprendere. Assolverò a tutti gli obblighi del mio contratto. Ma da adesso in poi, tu non parlerai mai più – così dicendo, finì la sua cioccolata calda ormai fredda e alzatasi, con un altro cenno del capo, si congedò dal suo interlocutore. Sorseggiando ancora un po’ la sua vodka in silenzio, assorto in mille pensieri, Pavlov la vide fare speditamente ritorno verso casa. Non sarebbe rimasto lì seduto se avesse saputo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe vista viva.

Il treno stava quasi per giungere nella stazione di Pietroburgo.
Qualche minuto prima, ripresosi ormai dalla sbornia, Ivan era ritornato in sé e cercava di affrontare lucidamente le conseguenze della situazione in cui si era cacciato. Aveva qualche contatto da tenere presente e da cui si sarebbe recato appena uscito dalla stazione. Avrebbe ricominciato una nuova vita, lontano da tutto e da tutti. Maša era già un lontano ricordo e lui non era affatto pentito di quanto commesso. Anzi, si sentiva quasi liberato da un peso schiacciante e ormai divenuto ingestibile. Si sentiva bene, soddisfatto e pimpante. All’improvviso, però, l’uomo cominciò a percepire una strana sensazione allo stomaco, come di un bruciore intenso e diffuso. Non aveva mai provato una cosa simile, nonostante le sue mille ubriacature precedenti. Il bruciore divenne insostenibile, ma non poteva gridare. Avrebbe attirato a sé mille sguardi indiscreti e mille problemi. Decise dunque di soffrire in silenzio, perché la cosa sarebbe passata da sola in qualche minuto. E poi, ad ogni modo, avrebbe consultato un medico una volta sceso a terra. Un rigurgito acido e pesante di vodka al mirtillo lo fece trasalire ancora una volta. Si guardò le mani, appoggiò la testa allo schienale di legno del treno e chiuse sommessamente gli occhi. Non li avrebbe mai più riaperti.

Poco dopo, constatatone il decesso, il medico della stazione di Pietroburgo non ebbe dubbi: si trattava di un caso di avvelenamento da cianuro.

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