La granata [Racconto]

di Fedele Menale

Lo scoppio di quella granata, di colpo, ammutolì tutto.

Il soldato di fanteria Ratàkov, crollato a terra stordito, all’improvviso non ebbe più percezione di nulla. Il luogo era confuso, il fischio nelle orecchie assordante, il fumo acre e irrespirabile. Per fortuna la vista era salva, ma molte schegge colpirono e danneggiarono altre parti del corpo. Si guardò le mani. Erano insanguinate, scure e callose, proprio come quando da piccolo si divertiva a tagliare col padre Anton i ceppi di legno di quercia più duri e massicci rubati dalla foresta vicino casa. I mesi di guerra avevano ridotto il suo corpo in un colabrodo. Dopo l’ennesimo attacco di quella mattina d’inverno, e le tante nuove ferite, non ebbe più la forza di rialzarsi e di riprendere la lotta. Era a terra, impotente e sconfitto, bloccato tra estranei sibili di proiettili e quei giovani volti amici che correvano e sparavano incessantemente attorno a lui, camerati di un esercito sempre più inferiore e soggiogato. In un solo, eterno istante, si sentì isolato dal mondo: quello scoppio non riuscì però a intaccare il fluire dei pensieri e dei ricordi più densi e profondi. Erano usciti tutti insieme da quello scrigno dorato che li conteneva intatti e preziosi nella sua mente, e che provvedeva a tenerli riparati dalle storture inumane di quella guerra infame. Improvvisamente, presero a ronzargli nel capo come api impazzite, le cui punture erano capaci però di tenerlo ancora in vita.

Nella straziante sofferenza provocata dalle schegge di ferro interne alla granata, che lentamente gli stavano lacerando i tessuti molli, tra sangue rappreso, terra e carne pulsante, Ratàkov si sentì ben presto perduto, vicino ad un’inesorabile fine. Le sue emozioni erano contrastanti, variabili di attimo in attimo: la necessità di farla finita il prima possibile si rimescolò immediatamente ad un misto di inquietudine e violenza battagliera: rantolando in un polverume sporcato di rosso e di sputi nerastri, imprecò mentalmente e con tutta la voce che aveva in corpo, rinnegò più volte il suo Dio, maledisse i suoi genitori e se stesso, per aver preso parte a quella dannata guerra. E per ultima sconfessò l’amore per la sua dolce Irina, dai capelli color del grano e gli occhi scuri e profondi come la notte. Ma si pentì quasi subito. Lontana da lui, a Minsk, stava per dargli un figlio, il loro primogenito. Prima di partire per la guerra, con la gioia e la morte nel cuore, decisero insieme di chiamarlo Aleksandr Ivanovič. Lo avevano fatto per molti motivi: quello era un nome forte, degno di un futuro zar coraggioso e potente; soprattutto, però, lo avevano fatto per alimentare la speranza che, avendo già stabilito ogni cosa, la sorte avrebbe compreso e sarebbe stata più pietosa con loro, permettendo al padre di tornare a casa e veder suo figlio crescere. No, con un figlio in arrivo non si può morire. Aleksandr era la loro assicurazione, il frutto del loro amore, la certezza che tutto sarebbe andato per il meglio. Anche in quel guazzabuglio di sangue e di macerie.

Ad ogni respiro sentiva le forze andare via dal suo corpo, come attratte da un magnete incastrato al centro della terra. Uscivano lentamente da lui per ritornare lì, dove ogni uomo è giusto che prenda posto dopo la morte. La rassegnazione era ormai in circolo e stava per arrivare dritta al cuore, ma il soldato Ratàkov fu comunque più forte: con alcuni dei suoi ultimi, testardi, sforzi fisici cercò in ogni modo di rimettersi in piedi, tra scatti d’ira e di orgoglio. Pur provando, non ci riuscì. Per questo, ormai definitivamente incollato al suolo, senza alcuna speranza di rialzarsi, da solo in quel caos, provò un forte senso di sconforto, e lo provò tutto insieme. Lo sconforto diventò paura, la paura pianto. Intenso, rassegnato, liberatorio. Comprese che tutto stava finendo e che la sua vita sarebbe terminata quel giorno stesso, in una gelida pianura del Caucaso, lontano da ogni forma di civiltà, lontano da tutti coloro che egli amava e che a loro volta lo amavano. La forte febbre, provocata dalla ferita e dai corpi estranei che si facevano largo nelle sue gambe, nel suo inguine, nel suo petto, oramai, non gli diede più modo di ragionare lucido, come fino a pochi attimi prima.

Vide comparire davanti a sé alcune ombre, e con loro i volti o i corpi mutilati dei nemici che aveva ucciso sui vari campi di battaglia. La sua bravura nell’eliminare le minacce, nel banchettare sui resti degli uccisi e la sua foga nel marcare ogni volta la sua superiorità, con una crudeltà inumana, contribuirono a trasformarlo radicalmente. Col tempo, gli piacque assai farlo. E il suo talento era certamente innato, quasi unico nel suo genere. Anche per questo, godette ben presto della stima dei tutti i suoi compagni. Molti, in realtà, temevano non poco quella sua carica assassina sul campo di battaglia e, pur non approvando in cuor loro la totale e ingiustificata mancanza di rispetto verso i vinti, cercavano comunque di ingraziarselo come potevano, giusto per non avere problemi di sorta durante gli attacchi o le ricognizioni. Avevano paura di lui. Ratàkov era ben consapevole di tale attitudine di molti dei suoi camerati, ma non gli importava. Gli piaceva sentirsi potente, al di là del rispetto e delle amicizie.

Dopo che quei volti ebbero modo di sfilare tutti davanti ai suoi occhi, dal primo all’ultimo, il fischio nelle orecchie diminuì progressivamente; pian piano riuscì a distinguere di nuovo i rumori e i suoni dello scontro in corso. Il comandante del plotone, Dimitrij Martinëv, urlava a squarciagola, nel tentativo disperato di far convogliare i suoi uomini impauriti verso un unico obiettivo. In quella confusione generale di ordini sparsi e malamente eseguiti, Martinëv vide il giovane soldato a terra, stremato e sanguinante. Si fermò un attimo, quasi fosse stato colpito anch’egli, gli occhi gli si riempirono di lacrime e il cuore prese a pulsargli forte nel petto. Ratàkov era un suo sottoposto, è vero. Ma la sua arguzia, la sua bravura nel raccontare storie della sua vita, la sincera ammirazione per il suo ruolo e per il suo essere comprensivo e leale gli avevano tenuto compagnia più di una vota nelle fredde nottate dell’inverno russo. Fu così che il comandante Martinëv, mosso a compassione dalla disperata situazione del giovane, ormai irrecuperabile e irreversibile, decise di offrirgli un suo personale aiuto: portò quindi lentamente la mano alla fondina della pistola, ben salda sul fianco destro, e slacciò il cinturino di contenimento dell’arma. La impugnò fortemente prima di estrarla. Con la morte nel cuore, le mani sudate, la gola riarsa e un profondo senso di atterrimento, cominciò poi a mirare verso la testa di Ratàkov, che continuava a sforzarsi nel tentativo di muoversi per qualche centimetro: un solo colpo, uno solo, e la sua agonia sarebbe terminata. Gli occhi del giovane soldato morente si incontrarono per un solo attimo con quelli del suo superiore: Ratàkov si avvide di quella manovra e ne comprese volontà e significato ultimo. Quello sarebbe stato un buon modo di morire per un soldato. Una sorta di regalo inaspettato, che gli avrebbe risparmiato di certo altro inutile dolore. Nonostante tali pensieri, però, fu proprio in quel momento che il suo spirito di sopravvivenza e la voglia di vivere ancora per qualche attimo innescarono l’estremo atto di un uomo coraggioso, consapevole della fine dei suoi istanti: il giovane impugnò a sua volta la Tokarev 7.62×25 mm che portava in dotazione sul fianco e, con grande fatica, la rivolse in direzione della tempia destra. Aveva deciso: se fosse servito un ultimo proiettile a decretare la sua fine, sarebbe partito dalla sua pistola. Dalla sua e da nessun’altra. A quella scena Martinëv non ebbe più il coraggio di sparare: sempre più sconvolto ripose la sua arma e gli tributò da lontano un degno saluto militare, pieno di orgoglio e di commossa ammirazione per quella condotta, prima di riprendere poi a correre all’impazzata su e giù per il campo.

Ratàkov mantenne la canna della pistola il più fermamente possibile sulla sua tempia destra: gli spasmi del corpo, divenuti incessanti, gli fecero tremare le mani in mille scatti nervosi. Nel tentativo di placare quei movimenti convulsi, l’arma non restò ferma un secondo; nel frattempo un gelo improvviso cominciò a percorrere le sue membra. Anche la paura era aumentata e con lei, ancor di più, il pianto. Incontenibile. Il soldato, pronto oramai a farla finita, sbuffando e inspirando proruppe finalmente in alcuni segnali di un’evidente e dilagante pazzia: «Aahahahahaah… Io sono Ratàkov», urlò tremando e ridendo satanicamente, «io sono il miglior soldato che questa patria abbia mai avuto! Io non posso morire. Avete capito, bastardi? Non posso morire. Perché sono un dio…». All’improvviso, pur nel fragore generale, riuscì a percepire un tonfo metallico, isolato, sulla sua destra. Una granata senza la spoletta sibilava minacciosa, emanando un fumo bluastro dalla parte superiore. Era lì, accanto alla sua testa. Ratàkov sgranò gli occhi e digrignò i denti: ebbe solo un istante per ripetere il nome di Aleksandr prima di premere il grilletto.

Poi, violenta e inesorabile, la granata scoppiò.

 

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