La Natura Esposta. Un racconto di scoperta e di ‘passaggio’

Ci vuole un ghiacciaio in discesa per millenni,
prima di lasciare sulla faccia dei monti la traccia di un passaggio di un attrito.
Ci vogliono accidenti colossali per incidere un ricordo sulla faccia del mondo.
La pretesa di lasciare un segno non è alla portata di noialtri.

di Fedele Menale

Titolo: La Natura Esposta
Autore: Erri De Luca
Editore: Feltrinelli
Anno: 2016
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Si dice che ogni viaggio abbia una meta: stabilirla o meno, non ha importanza. Ciò che però ne ha davvero è la propria personale disposizione ad affrontare imprevisti, pericoli e bellezze sconosciuti, perché nel ritornare a casa si possa dire davvero di essere cambiati, cresciuti, trasformati. Questi (più o meno) gli assunti filosofici fondamentali de La Natura Esposta, ultima fatica di Erri De Luca, edita per i tipi di Feltrinelli nel 2016, che presenta al suo lettore una storia interiore, profonda, nella quale la tematica del passaggio, sviscerata in più fasi e da diversi punti di vista, rappresenta quel porto sicuro verso il quale far traghettare numerosi sensi e significati.

Alla base di questa storia, mutuata per una buona parte dalla realtà (come racconta lo stesso scrittore), vi è una domanda: cosa succede quando un viaggio materiale finisce poi per condurre ad un altro più intenso, dal valore spirituale, teologico e teleologico?

L’autore prova a rispondere a tale interrogativo attraverso il ricordo e la rielaborazione di una storia narratagli qualche tempo prima da una coppia di amici, e che vede come protagonista un uomo semplice e non più giovane, umile, di molti mestieri, che abita «vicino al confine di Stato, sotto montagne sapute a memoria»: sarà appunto questa sua esperienza (etimologicamente dal Latino ex per ire, uscire per andare), questa conoscenza delle straordinarie bellezze e delle altrettanto pericolose impervietà delle zone montuose, a costringerlo col tempo, e per un’innata predisposizione all’aiuto verso il suo prossimo, a prendere coscienza del pericoloso attraversamento e della necessità di dare una mano a chi volesse superare il confine, per un passaggio più sicuro e meno traumatico.

La spinta paterna, protettiva, implicita ad ogni accompagnamento oltre frontiera è ben descritta nelle pagine iniziali del racconto, attraverso le quali De Luca ci mostra una tensione emotiva e un livello di introspezione psicologica non indifferenti: senza domandare nulla a chi gli chiede compagnia nel tragitto, il protagonista riflette spesso sulle sue azioni e sul modo di compierle; alla fine di ogni passaggio pensa di contrarre quasi un debito con tutti coloro che accompagna, tanto che la restituzione dei soldi percepiti a nero per ogni tratta gli sembra quasi un dovere. È appunto in queste fasi, scandite da un ritmo compassato, che avviene la complessa maturazione del personaggio: attraverso tali gesti e tali considerazioni si consolida, lentamente, l’impalcatura ideale per la seconda fase di quel passaggio, quella più immateriale, quasi mistica.

Ed è infatti proprio la notorietà, non voluta né ricercata, legata a questi gesti di umile asservimento verso il prossimo, a procurare all’uomo varie interviste e la dedica di molti servizi giornalistici di rilevanza nazionale: la fama, arrivata per caso, distrugge la tranquillità del piccolo assembramento montano in cui il protagonista opera, tanto che quest’ultimo decide di scappare via dal suo luogo di origine per rifugiarsi altrove. In tale, nuovo, passaggio da un luogo all’altro, dai monti alla valle – questa volta forzato e non richiesto da alcuno –, si consuma quella scintilla che cambia il verso di tutte le cose nell’economia della storia. Anche nella sua nuova parentesi di vita la necessità di trovare un lavoro, di sentirsi utile e appagato, resta per l’anziano uomo di primaria importanza: è appunto l’incontro con un sacerdote a scandire i tempi e le modalità di una vecchia-nuova attività, quella di scultore, per cui il protagonista ha tanto studiato prima di rifugiarsi tra le sue montagne.

Il compito è assai gravoso: rimettere in sesto un crocifisso di marmo scolpito da un giovane artista morto in guerra e lasciato a se stesso nel corso dei decenni. Tale opera, vagliata da molti altri artisti prima di lui, ha sempre creato delle problematiche morali e materiali, soprattutto per la questione della nudità integrale del corpo, fortemente desiderata e rappresentata senza alcun drappeggio protettivo. Saranno proprio l’incontro con questa scultura, destinata a diventare simbolo della Cristianità e di una nuova umanità redentrice, lo studio delle sue particolarità visive e tattili misteriosamente occultate dal giovane autore morto, la volontà di approfondire la storia dell’Uomo crocifisso in relazione a tutte le varianti scritturali riportate delle principali religioni monoteiste (di grandissimo pregio letterario sono infatti i dialoghi con gli altri co-protagonisti della storia: oltre al sacerdote cattolico che commissiona il restauro anche un giovane operaio algerino, musulmano e amante del marmo, e infine un rabbino assai attento e preparato al dialogo interreligioso) a segnare profondamente la vita di questo vecchio e umile saggio, marcato dai tratti ritrosi e quieti di una bontà semplice ma potente. A lui è assegnato il compito di accompagnare per mano, in questo ulteriore passaggio, l’umanità che vorrà riconoscersi in quella scultura, nel tentativo di raccontare una Storia più grande di chiunque ma che allo stesso tempo includa, escatologicamente, ogni individuo.

E così, lungo il fluire della pagine, De Luca si preoccupa di porre l’accento sull’incontro intimo del protagonista con la divinità: avviluppato in un turbinio di affetti umani, dubbi e affanni, l’anziano scultore è costretto dal ruolo di artista che gli è stato affidato – ma anche e soprattutto di uomo curioso e tormentato – ad un rapido ispessimento della propria sfera morale e della parallela sopita spiritualità, per meglio comprendere il senso del messaggio insito nell’opera che ha davanti. Comincia così un personale e conclusivo passaggio tra ricordi segreti, affetti scomparsi, suggestioni del cuore e un tentativo abbozzato di una storia d’amore con una donna misteriosa e affascinante, che permette allo scultore di approdare ad una piena consapevolezza del suo posto nel mondo e della potenza del compito che gli viene assegnato.

È appunto in questo modo, nella spaziosità della sua solitudine, che egli provvede a (ri)disegnare i contorni di una nuova ossessione: questa volta salvare l’Uomo per antonomasia; salvarlo dal pericolo dell’oblio spirituale, non solo attraverso il recupero di una statua ma anche e soprattutto per mezzo della riscrittura e della rivalutazione di nuovo e universale messaggio d’amore disinteressato verso il proprio prossimo, scabroso ma concreto, capace di lasciare segni evidenti nella profondità del proprio animo e sulla superficie del proprio corpo. Per mezzo di una struttura ciclica ber ravvisabile nello schema del racconto, quel percorso intenso, cominciato appunto con la salvezza concreta di tanti individui su quei monti di frontiera e tracciato con varie tappe di sofferenza, si chiude definitivamente con la personale salvezza interiore dello scultore. Un racconto, questo di De Luca, capace dunque di emozionare e commuovere fino allo spasimo proprio perché, nella sua disarmante sete di risposte, contribuisce a mettere a nudo quella natura, umana e allo stesso tempo divina, di ognuno, che molte volte si cerca in tutti i modi di tenere segretamente nascosta.

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