Tradurre Pedro Lemebel. Parlami d’amore e altri scritti…

di Marta Compagnone

Titolo: Parlami d’amore
Autore: Pedro Lemebel [trad. it. di Matteo Lefèvre]
Editore: Marcos y Marcos
Anno: 2016
Potete acquistare il testo cliccando qui

parlami-damore_primawebCari lettori, oggi voglio iniziare questo mio contributo per Legenda Letteraria ringraziando, di tutto cuore, la mia collega di spagnolo Roberta Dimartino, che è riuscita a suscitare in me una forte curiosità nei confronti di Pedro Lemebel​, autore semisconosciuto in Europa ma molto famoso in Cile, la terra dove è nato negli anni Cinquanta del secolo scorso. Questo poeta ha vissuto su di sé i durissimi anni della dittatura di Pinochet, esponendosi a più riprese in prima persona nella lotta al regime fino quasi a diventare, successivamente, un simbolo internazionale della liberazione omosessuale. A lui appartiene un solo, unico romanzo Ho paura torero​, poi tradotto in tutto il mondo; tuttavia, in qualità di lettrice, mi sono inizialmente avvicinata a lui attraverso Parlami d’amore​, ​una raccolta di cronache di cui Roberta, insieme ad un nutrito gruppo di traduttori, ha curato l’edizione in italiano (per i tipi di Marcos y Marcos), partecipando così ad un interessantissimo laboratorio presso la libreria Altroquando di Roma, da ottobre 2015 a gennaio 2016.

La lettura delle cronache, prima ancora di quella del romanzo, è stata sicuramente la condizione necessaria per avere un “approccio” diretto con la personalità forte e carismatica dell’autore, il cui stile energico e ardente non lascia indifferenti. il suo è un linguaggio molto iconico, evocativo, poetico che reca la testimonianza autentica e fedele del ricchissimo e variegato mondo interiore che ha animato la sua parabola umana e letteraria.

Le pagine delle cronache di Lemebel, che hanno come filo conduttore l’amore – come svela del resto il titolo – sono pregne di poesia, di bellezza, di intense e profonde riflessioni su un mondo capace degli atti più atroci e aberranti ma anche di gesti di eccezionale coraggio. Soprattutto, sono pagine che abbracciano, celebrano, svelano la sensibilità di un uomo che non solo ha riconosciuto ma ha anche accettato e amato la sua diversità riuscendo, proprio per questo a parlarci d’amore in una maniera così personale e originale da arrivare dritto al cuore del lettore, lasciandolo respirare quell’infinito mistero che accarezza e talora scuote l’umanità intera.

Ogni esperienza, da quelle sentimentali a quelle passionali, da quelle scolastiche a quelle di lotta, da quelle all’estero a quelle nella sua amata terra cilena, è colta nel suo valore formativo, perché l’autore impara vivendo e vive amando; inoltre la sua grande capacità di narrazione catapulta il lettore nel mondo sudamericano, dal fascino indiscutibile e nelle atmosfere magiche e calde del Cile, che sono individuabili nella sua arte perché tracce indelebili del Lemebel uomo e poeta.

Poiché non volevo perdermi la possibilità di confrontarmi con Roberta su un’esperienza di traduzione che deve essere stata molto intensa e impegnativa, ho preparato delle domande da rivolgerle per esaudire la mia curiosità, dato che le mie uniche esperienze con testi in lingua risalgono ai tempi del liceo, alle versioni scopiazzate di latino e greco!

Quindi, non c’è altro da aggiungere… Buona lettura!

Roberta vorrei tu partissi dal ricordo di quest’esperienza. Raccontaci com’è nata l’idea di tradurre le cronache di Lemebel e come si sono svolti i lavori.

Devo riconoscere che il merito delle grandissimi emozioni che ho vissuto durante questa esperienza va al coordinatore di questo progetto, Matteo Lefèvre. Un giorno inviò a me e ad altri miei colleghi una mail parlandoci della possibilità di tradurre una raccolta di cronache di un autore cileno di cui, mea culpa, ignoravo totalmente l’esistenza. Tuttavia, la curiosità di mettermi alla prova e la possibilità che una pubblicazione mi facesse punteggio nelle graduatorie per l’insegnamento (sì lo so, la vita dell’insegnante sucks! Peggio della corsa ai punti per i premi del supermercato…) mi hanno spinto in questa avventura. E adesso che è tutto finito, mi sento di dire che, sebbene i motivi iniziali non fossero forse dei più nobili, questo viaggio è stato un’esperienza da voler assolutamente ripetere.

Tu hai tradotto due racconti ​La Noy, Buenos Aires e il Malba in collaborazione con altre tre ragazze e ​Non sono Mariposa Airlines​. Qual è la differenza, nel lavorare su un testo in lingua, tra un approccio collettivo ed uno più individualista?

Un po’ come per una poesia, che è spesso soggetta a differenti interpretazioni, lo stesso vale per una traduzione. Non esiste la traduzione oggettiva di un testo né tanto meno una traduzione più bella o più brutta di un’altra. Semplicemente c’è il traduttore, le sue conoscenze linguistiche e il suo background. Può sembrare banale a riguardo ma la provenienza geografica di un individuo ne determina il modo di parlare e questo vale anche per una persona che si trova a tradurre l’opera di un’altra persona. Scegliere di parlare al passato remoto piuttosto che al passato prossimo può significare che il traduttore sia un terroncello come me, ad esempio. E se questo già rappresenta un elemento da tenere in considerazione se si è da soli, assume un peso maggiore nel momento in cui si fa un lavoro a otto mani. Le mie colleghe ed io, infatti, avevamo differenti provenienze regionali, una campana, l’altra laziale, la terza piemontese ma ormai inglese di adozione ed infine io siciliana. Questo inevitabilmente ha portato a diverse rese linguistiche di alcuni termini che non sempre ci hanno viste d’accordo. Tuttavia, come in tutte le democrazie, l’obiettivo comune era creare una bella traduzione per cui, se siamo ancora tutte vive e il libro è stato pubblicato, vuol dire che un modo per renderci tutte felici alla fine lo abbiamo trovato. Scherzi a parte, sia la mia traduzione che quella con altre colleghe sono state soggette a quello che noi ispanisti chiamiamo “puesta en común”, ossia la messa in comune dei nostri lavori affinché tutti potessero contribuire con le loro idee e proposte. In effetti, quando ti dedichi ore ed ore ad un testo, dopo un po’ ne sei quasi assuefatto e questo non ti permettere di essere sempre perfettamente lucido, quindi come per il vino, si lascia la traduzione a decantare e ci si torna solo a mente più fresca. Questo è stato il metodo che ciascuno di noi ha adottato.

lemebel

In ​Non sono Mariposa Airlines hai lasciato invariato il termine mariposa – che in spagnolo significa farfalla – ed hai usato il gruppo – sc nella resa di parole come cilena/o (-> scilena/o) e cioè (-> scioè) e queste peculiarità del testo mi hanno molto incuriosita.

Al primo incontro, il nostro coordinatore per assegnare le cronache si mise a leggerne i titoli e poi ciascuno di noi, per alzata di mano, se interessato si prendeva quel testo. Quando Matteo lesse No soy Mariposa Airlines, ricordo che quel titolo mi incuriosì particolarmente e quasi senza accorgermene mi ritrovai con la mano alzata. Non avevo ancora idea di che cosa parlasse il racconto, sapevo solo che Lemebel era gay e trovavo quel titolo estremamente accattivante. Dopo aver letto tutto però realizzai che sarebbe stata una bella gatta da pelare perché non sempre esiste una corrispondenza semantica tra una lingua e l’altra. In spagnolo, infatti, il termine ‘mariposa’ significa sì farfalla ma allo stesso tempo è un vezzeggiativo con cui ci si riferisce ad una persona omosessuale dal carattere “leggero e svolazzante” proprio come una farfallina. Il vocabolario italiano, invece, non ha nessuna corrispondenza ma, al contrario, è pieno di dispregiativi con cui potersi riferire ad una persona gay. Non potendo, dunque, trovare nulla che rievocasse in italiano lo stesso concetto della ‘mariposa’ e non volendo stravolgere completamente quel titolo dai profumi sinuosi quanto sfacciati, ho pensato che a volte la migliore traduzione è la non traduzione, per cui quello è stato il risultato finale. Per quanto riguarda la resa del suono sc- devo riconoscere che non è farina del mio sacco. Come dicevo prima, dopo un po’ che traduci, diventi assuefatto e ciò non sempre ti permette di trovare la soluzione migliore ad una parola. Per questo, ognuno di noi, dopo aver tradotto il proprio testo, leggeva il risultato davanti al resto del gruppo per poter discutere con gli altri di eventuali scelte traduttive di cui si era poco convinti. Fu così che saltò fuori questo scileno, scioè per poter riportare nel testo d’arrivo un elemento geografico e linguistico del testo di partenza, ossia l’uso del gruppo fonetico sc- tipico soprattutto dei cileni di Santiago del Cile come il nostro adorato Pedro. Ti assicuro che è stato tutto fuorché facile. Volevo arrivare al laboratorio con un’espressione superfighissima di cui tutti si sarebbero meravigliati e per questo motivo iniziai a contattare persone su Facebook solo perché originarie del Cile per poter chiedere loro consigli su come avrebbero tradotto questo piuttosto che quello. A mente fredda, adesso mi sento di dire che ho rasentato i limiti dello stalking… e forse qualcuno mi avrà anche bloccato prendendomi per pazza.

Nel lavoro di traduzione ci sono margini di scelta che permettono di operare sulla resa linguistica, assecondando il proprio gusto personale? Quali sono state le principali difficoltà con cui ti sei confrontata nel lavoro di traduzione?

La domanda non è semplice. Spero non lo sia la risposta. Ho una laurea come interprete e traduttore. Durante un corso sulla traduzione, ricordo come se fosse oggi la lezione sulla figura del traduttore: la professoressa chiese a noi poveri studentelli se colui che si trova a tradurre un testo fosse un semplice traduttore o lo si potesse insignire del titolo di autore. Il traduttore deve limitarsi a tradurre o può prendersi delle libertà che l’autore originario non si è preso? Su questa domanda si sono tenute e continuano a tenersi milioni di lezioni, conferenze e a scrivere libri su libri. Per quanto mi riguarda, penso che sia inevitabile… il traduttore è autore, o perlomeno, lo diventa nella fase finale del lavoro. Un po’ come per un bambino che toglie le rotelle dalla propria bici per poter andare da solo, lo stesso deve fare il traduttore se vuole che quel testo funzioni, se vuole che quel testo arrivi e parli a voce alta. Non è facile, e non sempre è la scelta migliore, ma fa parte dei rischi della traduzione. La difficoltà più grande di questo lavoro penso sia stato il non dare nulla per scontato. Un autore come Lemebel, dalle mille sfaccettature, poteva voler dire quella cosa o esattamente l’opposto e tu non dovevi assolutamente fermarti alla prima interpretazione. Dovevi scavare, andare a fondo, poi tornare in superficie e poi di nuovo a fondo… insomma, non si poteva proprio stare tranquilli! Ma in un certo senso, è come nella vita, se ci si pensa. Mai fermarsi alle prime impressioni, mai accontentarsi dell’apparenza. Questo lavoro, se fatto bene, ti permette di vivere a 360° perché non puoi tradurre ciò che vuole dire una persona se quella persona non la conosci, non ne conosci il contesto, il periodo storico, il carattere. E se quella persona non c’è più, il tutto diventa ancora più difficile ma non per questo impossibile… è la sfida che ti porta ad un livello superiore e come ho detto all’inizio ero intenzionata a mettermi in gioco.

18142948_10213111430129113_1497327460_nCosa ti ha lasciato questa esperienza?

Un libro non è mai solo un libro. E per me questo libro, questo progetto, queste traduzioni hanno avuto un valore immenso perché sono state una specie di trofeo di un obiettivo raggiunto. Mi sono trasferita a Roma qualche anno fa. Ho lasciato lavoro, amici e vita per seguire l’amore. E sebbene non mi sia mai pentita di questa scelta, diciamo che l’Urbe non ha reso questo nuovo inizio facile. Mi sono trovata, infatti, a ripartire da zero, a trovarmi un lavoro, a farmi degli amici e ad adattarmi ad una città che solo solo per i mezzi di trasporto, diciamocelo, sucks! E non sempre mi sentivo appoggiata per questa “pazzia”, come alcuni la definivano. Ricevere quindi la copia del libro a casa con il titolo della cronaca e sotto il tuo nome, come dice una famosa pubblicità, non ha prezzo… ma davvero non ha prezzo dato che non mi hanno pagato. Ma in questo caso, diciamo che ho combattuto più per l’onore che per la gloria! Sentivo di aver vinto la mia battaglia contro Roma, di aver dato dimostrazione che la mia non era stata la scelta di una pazza innamorata ma di una persona che sa reinventarsi sempre, che, come si dice dalle mie parti, cade sempre in piedi. Questo libro lo sento in parte mio (e torniamo alla storia traduttore o pure autore?), il gruppo che si è creato è un bel gruppo. Continuiamo a sentirci, a confrontarci perché alcuni continuano ad operare nel campo, mentre altri come me al momento insegnano e la scuola vi assicuro che non tiene impegnati solo la mattina. Tuttavia, questa raccolta farà sempre parte di me. Mi ha permesso di crescere, di confermare una scelta universitaria fatta tanti anni fa, di conoscere persone meravigliose e stimolanti. Ma d’altronde, credo sia questo che deve fare un’esperienza, lasciarti qualcosa, e quel qualcosa per me ha significato davvero tanto. Mi sento, quindi, di dover ringraziare tante persone per quello che ho vissuto, e vorrei ringraziare anche te Marta per l’opportunità che mi hai dato di poterlo raccontare agli altri.

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