Il ventre di Napoli. Storia di una necessaria ‘autopsia letteraria’

di Fedele Menale

Titolo: Il ventre di Napoli
Autore: Matilde Serao
Editore: Treves (Milano)
Anno: 1884 (I) – 1906 (II)
Potete acquistare il testo qui

41jx6iznvhl-_bo1204203200_È una Napoli triste, ferita, angosciata, quella che traspare dalle pagine vere e fin troppo taglienti de Il ventre di Napoli, opera datata 1884 e pubblicata a Milano per i tipi di Treves, che ha reso celebre Matilde Serao agli occhi di un pubblico più vasto, abituato dapprima a conoscerla quale giornalista affermata nei maggiori salotti italiani e parigini e in seguito come romanziera e novelliera coraggiosa, dalle innate virtù narrative e descrittive. Il racconto, che prende il via da una granitica volontà di approntare un’inchiesta – condotta per mesi e presentata a puntate dalle colonne della rivista romana Capitan Fracassa; in seguito, ripubblicata nel 1906 con ulteriori aggiunte e una seconda parte –, intende gettare un lucido, pietoso sguardo sulle alterne fortune del Popolo napoletano, così tanto bistrattato e così poco amato, quasi sempre fiaccato da uno sconforto e da una sofferenza autentica, parte integrante del suo stesso essere. Procedendo per i vicoli dei quartieri più malfamati, sporchi, maleodoranti e privi della luce del sole, a cui i napoletani tanto sono affezionati, la giornalista-scrittrice non risparmia mai le sue impressioni su quanto vede e su ciò che le viene raccontato a seguito di alcune interviste rilasciate lungo il suo cammino per la città. Senza fronzoli e patetiche alterazioni di sorta, così tipiche del linguaggio di cronaca giornalistica, la Serao analizza chirurgicamente ogni singola differenza tra uno strato e l’altro della popolazione, divincolandosi tra molti dei protagonisti del tessuto sociale e innescando così una riflessione sul loro diverso modo di vivere, di concepire le necessità e la sopravvivenza quotidiana, in un tentativo di ‘autopsia letteraria’ di una metropoli che giornalmente combatte contro la fame più nera, il malgoverno più palese, l’indifferenza stagnante delle ricche famiglie del Vomero e dei quartieri alti della città e la colpevolezza delle istituzioni centrali, atterrite e impotenti allo stesso tempo.

La prima delle due sezioni dell’inchiesta – pubblicata nel 1884 e poi rinominata con il titolo molto evocativo di Venti anni fa – si apre appunto con un’invettiva fortissima nei confronti di Agostino Depretis, Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, accusato a più riprese di gestire con estrema noncuranza la complessa situazione napoletana. In particolare, sua è la responsabilità di aver inviato nella città un manipolo di osservatori impreparati e disinteressati, tali da non riferire con dignità e veridicità gli accadimenti più gravi che colpiscono Napoli:

«Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perché voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. […] Questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere? E se non arrivano a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio burocratico che ci costa tanto? E, se voi non siete la intelligenza suprema del paese che tutto conosce e a tutto provvede, perché siete ministro?».

La colpa delle istituzioni, per la combattiva Serao, si ravvisa nell’impossibilità di Depretis e della sua squadra di governo di comprendere le vere necessità del Popolo napoletano, lasciato completamente a se stesso, senza che nessuno gli rechi la concreta possibilità di rialzarsi. Nonostante questo, la giornalista si commuove nel descrivere gli atteggiamenti speranzosi dei napoletani, che non disdegnano di vivere alla giornata con bellezza e magnanimità. La felicità di Napoli è autentica, poiché distillata da ogni attimo: magari respirando un po’ di aria pulita, lontana dal pantano delle fogne a cielo aperto, mangiando un misero piatto di maccheroni con formaggio rancido da due soldi nei propri bassi o potendo eternamente sognare un futuro migliore attraverso un’attesa e spropositata vincita al lotto, che puntualmente non giunge mai.

matilde_serao_1Lo sguardo della Serao, feroce e materno allo stesso tempo, dipinge una Napoli sconfitta ma sempre pronta a rialzarsi, anche quando la vita colpisce inesorabile. Le pagine in cui sono descritte le sofferenze, la fame e le condizioni estreme di vita dei piccoli e dei più indifesi, atterriscono il cuore di chi legge, anche a più di un secolo di distanza. E la realtà non muta nemmeno con il passare del tempo: questo è infatti il messaggio implicito alla seconda parte dell’opera, Adesso, aggiunta dopo circa venti anni per espressa volontà dell’autrice, che vuole così completare il suo scritto, attraverso numerose e ulteriori considerazioni personali. Quella che i detrattori della Serao definirono al tempo quale mera aggiunta dal sapore editoriale squisitamente speculativo, sottolinea invece un’operazione culturale molto più profonda, marcata e precisa: il voler riprendere a raccontare le sorti della città di Partenope dopo alcuni decenni, ripartendo dal punto in cui la narrazione resta volutamente interrotta, denuncia ancora una volta la necessità di dimostrare quanto il cambiamento auspicato in realtà non sia mai avvenuto per davvero, e quanto il primo tragico e accorato appello sia rimasto, per molti tratti, inascoltato. Per questo motivo, anche nella seconda parte della sua inchiesta, la Serao fa seria fatica a trattenere le sferzate della sua penna: la sua continua ad essere una visione cinica, amara e incontrovertibile, che si fa largo pagina dopo pagina attraverso una serie di contrasti netti e nitidi, tale da ispessire ancora di più quella patina di chiaroscuro presente nella narrazione fin dall’inizio. È così infatti che alla bellezza del Rettifilo (quell’arteria stradale ampia, spaziosa e rifulgente di luce poiché deputata al collegamento tra la stazione ferroviaria e il cuore del centro cittadino) la giornalista alterna la descrizione senza fine di altre innumerevoli brutture architettoniche e di storture morali e materiali, per poi ritornare infine al punto di partenza, in quei vicoletti stretti, dove i bimbi continuano a morire di fame, in cui il napoletano provvede ancora a stento alla sua sopravvivenza e in cui la povertà e la criminalità attecchiscono senza sosta, in virtù di un controllo statale completamente assente.

In questo esperimento letterario traspare dunque il grande coraggio della Serao, donna forte e decisa, che non ha paura di mettere a nudo la città che l’ha accolta per quella che è, che non smette mai di porsi completamente in gioco e che non mostra alcun segno di ripensamento o arretramento dall’obiettivo principale: raccontare la verità. Raccontare, senza distrazioni, quel cancro civile e sociale, con tutte le sue infinite metastasi, responsabili della morte lenta della splendida Napoli, e per le quali sembra non esistere alcuna efficace cura.

E, tra tutte le voci che hanno provato nel corso del tempo a descrivere i tratti di quella che è passata alla storia come Questione Meridionale, quella della Serao risulta certamente sicura e squillante, carica di pathos, vessillo di una profonda volontà di rivoluzione dello status quo. Ancora oggi, rileggendo per intero l’opera, si ha come l’impressione che le sue parole scalpellino lentamente la coscienza, costringendo il lettore ad una riflessione forzata e assolutamente inevitabile sulle sorti di un Popolo destinato ad essere ultimo, protagonista sfortunato in una città eterna, imprigionata tra la speranza e il caos. Per la sua Napoli, figlia di secoli bui che non accenna a mollare la presa, la Serao ha un unico, grande, desiderio: quella di poterla vedere, ancora una volta, splendente di sole e di bellezza, non più emblema di una terra martoriata e dimenticata da tutti.

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