Achille piè veloce: la genesi di un romanzo ‘mitologico’ moderno

di Fedele Menale

Titolo: Achille piè veloce
Autore: Stefano Benni
Editore: Feltrinelli
Anno: 2003
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9788807016400_quartaPer tutti coloro che ritengono la sfera del mito, delle sue implicazioni, della sua inusuale bellezza senza tempo quale elemento lontano dalla complessità della realtà contemporanea, di certo Achille piè veloce non potrebbe essere un libro da leggere. Sì, perché questo romanzo di Stefano Benni, edito per i tipi di Feltrinelli nell’ormai lontano 2003, ha tanto, troppo da dire e, nel farlo, sceglie di ritornare indietro e di affondare le sue radici nelle radici della nostra cultura occidentale, in quello che potremmo definire quale passato assiologico, cioè creatore e allo stesso tempo portatore di ideali morali, civili e culturali. La grecità, il mondo dell’epos, rifulgono incontrastati in molti momenti di questo racconto, in particolare nella sua inconfondibile onomastica: ogni protagonista (o quasi) che si affaccia nella storia, presenta il nome di un eroe o di un personaggio della mitologia greca e, più propriamente, dei racconti omerici, l’Iliade e l’Odissea. C’è di più: all’occhio mediamente allenato e alla mente pregna di queste letture, non risulta poi difficile capire quanto, quasi in virtù di una sorta di intelligente ‘corrispettivo onomastico’, al nome di ognuno, vadano poi a connaturarsi alcuni tratti inequivocabili dei personaggi mitici originali. Così Ulisse Isolani, il protagonista del romanzo, è dunque il viaggiatore costretto a immancabili odissee per raggiungere il proprio posto di lavoro, una piccola casa editrice gestita da Vulcano, energico proprietario sempre alla canna del gas; così è per Circe, segretaria un po’ troppo vamp della stessa casa editrice che non perde occasione per tentare ogni giovane preda maschile con le sue divine (ed erotiche) arti affabulatorie; così è per Achille, l’essenziale co-protagonista del romanzo, ragazzo disabile cresciuto troppo in fretta costretto su una sedia a rotelle, sfigurato da una serie di terribili e mal riuscite operazioni chirurgiche che, come il suo alter ego mitico, non smette mai di essere un fiero combattente in nome di una vitalità che non conosce soste.

Nonostante la solida impalcatura, costruita ad hoc su un irresistibile gioco di richiami letterari, la bellezza dell’intreccio scaturisce quasi completamente dai dialoghi che vedono impegnati i due ‘eroi’, Achille e Ulisse, così diversi ma allo stesso tempo comprimari inscindibili di una stessa tragedia che li tiene uniti, la vita. Tuttavia, contrariamente a quanto si possa pensare, non è il caso a farli incontrare né è possibile riscontrare la presenza di qualche smaccata strategia ascrivibile alle modalità operanti del Fato epico. Il destino provvidenziale è scalfito infatti dalla ferrea volontà di Achille di conoscere Ulisse, frastornato e sciatto personaggio, vessillo di un contrappasso per contrasto rispetto all’eroe omerico: continuamente stanco, privo della necessaria carica vitale e di quello slancio del cuore, questo personaggio dimostra a più riprese di aver perso il necessario (nonché umano) interesse per il suo lavoro e per tutto quanto gli scorra intorno. Solo una mail strana, arrivata in uno dei tanti giorni trascorsi senza paga e senza passioni, risveglia in lui l’impeto della curiosità, tale da fargli concepire un’unica soluzione, quella di buttarsi in questa avventura a capofitto, senza (quasi) timori e preoccupazioni. È appunto a seguito di questa decisione che Ulisse decide di portare guerra a se stesso, spingendosi fin sotto le mura delle sue insicurezze e delle sue paure consolidate, primordiali. A chiamarlo da lontano è appunto un altro eroe, sconosciuto alla società in virtù della sua condizione di ‘diverso’, costretto nel buio a combattere il proprio mostro, senza voce e senza forze, ma con al suo fianco sempre pronti lo scudo dell’intelligenza classica e raffinata, e la lancia della parola scritta, quella che resta indelebile negli occhi di chi legge.

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Stefano Benni

Anche in questo caso, con una consapevolezza letteraria di grande caratura, Benni delinea dei tratti assolutamente antitetici per il suo personaggio rispetto all’eroe del millenario racconto mitico: Achille non è bello, forte o prestante; non si regge in piedi e non può combattere le sue battaglie fisicamente. Può farlo però con la possente forza del suo pensiero, lucido e indiscutibilmente cinico, a tratti aggressivo e violento, tale da spingere necessariamente il suo interlocutore a riflettere sulla disarmante bellezza della normale semplicità, da molti dimenticata e da lui disperatamente agognata. Nascono così, tra i due eroi/antieroi, degli scambi dialettici superbi, ricchi di pathos e di nitida tragicità, che non permettono al lettore di staccarsi, nemmeno per un istante, dal desiderio di continuare a leggere incessantemente pagina dopo pagina, per poi essere condotto per mano verso un finale inaspettato, che sorprende in ogni sua forma e che consolida ulteriormente quello statuto ufficiale di eroe, questa volta a tutti gli effetti, per uno dei due protagonisti, disposto ad immolarsi senza se e senza ma non solo per il riscatto della sua vita e delle sue libertà ma anche, e soprattutto, per le prerogative e per le necessità dell’altro. Achille piè veloce è dunque un romanzo importante, deciso e profondo, che si fa vessillo di un messaggio senza tempo: tutti gli eroi, anche quelli che sembrano imbattibili, sono prima di tutto degli uomini, plasmati con una buona dose di semplicità, sofferenze, paure e insicurezze. Sono questi i tratti indispensabili per raggiungere, necessariamente, quel tanto desiderato kleos, la gloria eterna, unico e solo metro di paragone con cui distinguere la condizione mortale da quella immortale. Nel capovolgere dunque i canoni dell’eroismo, rivalutandoli in chiave contemporanea e arricchendoli di sue personali visioni, Benni si prefigge (l’arduo) compito di (di)mostrare quanto il vero eroismo si coltivi con l’accettare prima e con il condividere poi la propria, umana, normalità.

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