La vita come un gioco

di Marta Compagnone

Titolo: La vita come un gioco
Autore: Giovanna Mozzillo
Editore: Avagliano
Anno: 2007

La vita come un gioco è l’ultimo, bellissimo romanzo dell’autrice napoletana Giovanna Mozzillo. Il protagonista, l’ormai novantenne Brando Laganà, si racconta al lettore in prima persona, ripercorrendo la sua vita in pagine intrise di ricordi, di riflessioni, di saggia leggerezza ma anche di dolore e di sofferenza a causa dei difficili anni della Seconda Guerra Mondiale e di due perdite affettive, in particolare, che lo segnano in maniera profonda: quella del suo primo amore Maria Vittoria e, anni dopo, quella del figlio più giovane Aldo.
Tutto il romanzo è sapientemente costruito mediante l’intreccio della sequenza narrativa, con continui rimandi al passato che strizzano l’occhio al presente/futuro; il lettore ha così modo di rivivere con Brando le tappe più significative della sua vita, i suoi cambiamenti, i suoi tanti amori, di apprezzarne lo spirito d’avventura, la fiducia nelle sue possibilità, la caparbietà, le reazioni, la maturazione che farà da preludio alla saggezza della terza età dovuta, senz’altro, anche alla sensazione di appagamento per la vita che aveva scelto di vivere, lontana dall’ordinario.

Ma queste pagine sono, soprattutto, una testimonianza preziosa del cambiamento, del divenire del protagonista di cui si possono riconoscere quattro diverse fasi: le prime due, in particolare, sembrano essere legate, in maniera indissolubile, al periodo storico di riferimento. Durante l’adolescenza infatti c’è la sua piena e convinta adesione all’ideologia fascista, la partecipazione entusiasta ai valori che essa propugna, a cui si accompagna anche una forte stima nelle proprie capacità e la decisa volontà di diventare l’uomo eccezionale che, in fondo, si sapeva destinato ad essere. Conosce Maria Vittoria e comincia ad alimentare la sua passione per il teatro e la scenografia improvvisando indimenticabili siparietti familiari nella tenuta estiva e coltivando la passione dell’arte presepiale.

Segue poi la fase della giovinezza, caratterizzata dal crollo delle precedenti certezze: Brando, ormai, riesce a scorgere tutta la pericolosità del regime, dell’alleanza politico – militare con la Germania, delle leggi razziali ed inizia a nutrire una profonda diffidenza nei confronti del Fascismo, che ha scoperto il suo vero volto, fatto di violenza e di ingiustizia. Non solo. Questa presa di coscienza che si accompagna anche alla rinuncia forzata della sua fuga d’amore con Maria Vittoria, ebrea, fa crollare tutto insieme il castello delle illusioni di cui si era alimentato.

Giovanna Mozzillo su Twitter

È la prima volta che il lettore lo avverte titubante ed esitante e soprattutto alla ricerca di certezze che siano al di fuori di sé, ricerca questa che culmina nel matrimonio con Irma Fittipaldi, donna dell’alta società napoletana dall’impeccabile contegno ma soprattutto dalla ferrea pragmaticità che lo avrebbe tenuto ancorato con i piedi a terra, senza consentirgli di alimentare il rimpianto delle illusioni non realizzate.

Le ultime due fasi, la piena maturità e la terza età, si distaccano dalla storia in senso lato e appaiono maggiormente dominate dagli avvenimenti afferenti alla sua storia personale: l’età della maturità è quella dell’affermazione professionale all’Accademia ma anche della crisi matrimoniale con Irma dovuta a divergenze di natura caratteriale che poi si riversano sull’educazione da impartire ai loro due figli, divergenze che causano spaccature sempre più profonde nella coppia; ma sono anche gli anni di un nuovo, straziante dolore per Brando, dopo quello per la morte di Maria Vittoria in un campo di sterminio a cause delle persecuzioni razziali: il suicidio del figlio più giovane Aldo che non riesce ad accettare la sua omosessualità e a non vivere la sua diversità se non come un’onta. Ed è proprio in seguito a questo evento, il più tremendo della sua vita, che il protagonista si scopre in possesso di una tenacia che non lo abbandona mai e che gli consente, nonostante tutto, di attingere una grande forza da nuovi incontri e nuovi rapporti per gestire quel dolore innaturale che, altrimenti, avrebbe dominato la sua persona e la sua volontà.

Leggi il nostro articolo su “La signorina e l’amore” di Giovanna Mozzillo

Quella della terza età, invece, è la fase in cui Brando deve fare i conti con i cambiamenti del suo corpo, che non è più l’amico fidato di un tempo, indistruttibile, l’involucro di cui aveva indagato le infinite potenzialità e la fibra energica. L’età lo ha reso inaffidabile e delicato, pronto a soccombere sotto il peso degli anni e l’azione costante del tempo. Tuttavia la sua saggezza che deriva dalla consapevolezza di aver vissuto la vita esattamente come voleva, lo porta allo stato di accettazione del suo decadimento fisico, a cui cerca di rimediare con la forza dei suoi ricordi che ruotano attorno ad un solo comun denominatore: l’amore, che il protagonista vive un po’ alla maniera ovidiana, come lusus, gioco sensuale, divertimento e questo anche perché l’oggetto del suo desiderio non è una donna in particolare ma la donna nella sua totalità fisica, mentale ed emotiva. Lola, Maria Vittoria, Dorotea, Felicina, Ombretta e Mimma sono le donne di Brando, le sue compagne del gioco amoroso, che non diviene mai giogo ma sempre e solo libera espressione di se stessi in un’unica, coinvolgente, passione.

Dunque, il segreto della longevità e della saggezza del protagonista è da ricercare nella sua capacità di aver fatto dell’amore un prezioso alleato con cui giocare e divertirsi e dove rifugiarsi dai dolori, a volte immani, che la vita può dare. Brando, come un novello Seneca, dimostra al lettore, attraverso la narrazione della sua vita, un principio di estrema rilevanza: non è importante quanto si vive ma come si vive perché la durata di una vita è definita non dalla quantità ma dalla qualità del tempo. È quella che fa la differenza. La sua è stata una vita lontana dall’ordinario, una vita vissuta da protagonista assoluto, e che nonostante le sofferenze ed i dolori che non gli sono stati risparmiati, ha amato profondamente senza mai sprecarla, maledirla, rifiutarla ma trattandola come il dono più prezioso che abbia mai avuto.

La scrittrice Giovanna Mozzillo attraverso la storia di Brando regala una perla di grande verità a chi la legge: la vita è una cosa talmente seria che va presa come un gioco per carpirne le sue infinite possibilità, per esplorarne la grande bellezza, per stimarne l’immenso valore. Il protagonista non vive nei suoi ricordi, ma con i suoi ricordi, ricco bagaglio emotivo che lo appaga e lo soddisfa, ma soprattutto da cui trae la forza per andare incontro alla fine “pieno” (nel senso di soddisfatto) di vita.

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