Nel silenzio parlami ancora

di Marta Compagnone

Nel_silenzio_par_57483c46b4d5f_133x190Il terzo romanzo dei fratelli Antonella e Franco Caprio, Nel silenzio parlami ancora edito da Besa editrice nel 2016, si articola come un canto amebeo di memoria classica, un dialogo botta e risposta tra la protagonista Rina (io) e l’altro, il misterioso interlocutore dall’essenza più morale che materiale che solo alla fine della narrazione svela la sua identità al lettore. Tre sono le storie che si incrociano, si intrecciano e si legano in maniera indissolubile: la storia personale di Rina, staffetta partigiana, quella di un intero Paese in uno dei suoi momenti più difficili e controversi, l’occupazione nazifascista, e le vicende degli uomini e delle donne della Resistenza.

La protagonista, ormai non più giovanissima, ha vissuto sulla sua pelle un cambiamento epocale che ha attraversato un intero paese, un cambiamento di natura drammatica e traumatica che ha segnato profondamente la persona che è diventata, rompendo anche col suo passato familiare, in particolare con la madre, non riuscendo a tacitare gli scheletri di quel periodo tormentato, difficili da tenere chiusi in un armadio, soprattutto in quello della memoria. Per questa ragione matura il fermo proposito di ritornare nel luogo in cui ha cominciato a perdere i pezzi di se stessa, nel carcere LeNuove di Torino, dove ha vissuto un lungo e durissimo periodo di prigionia a causa della sua attività di staffetta partigiana, che lei ha condotto solo per amore di Giacomo, vicino agli ambienti antifascisti ed animoso combattente. A Rina, infatti, non è mai interessata la politica; forse non ne le piace, probabilmente non la capisce. Eppure la volontà di stare vicina all’uomo che ama le fa vincere qualsiasi indugio ed ogni forma di scetticismo, portandola ad abbracciare una causa coraggiosa ma anche molto pericolosa con la leggerezza che solo una persona innamorata sa provare ed accettare di fronte al rischio.

Una scelta, dunque, più di cuore che di testa, che la donna paga caramente, come racconta lei stessa all’altro, in un confronto doloroso e struggente ma necessario per ricomporre quell’ io devastato da una violenza inaudita, dalle torture fisiche e da un male gratuito, capaci di distruggere con beffarda empietà il suo sogno di diventare madre del figlio dell’uomo che ama: la vita che porta in grembo è l’unica ragione per la quale resiste alle angherie più atroci dei suoi carcerieri; tuttavia non riesce a preservarla dalla furia cieca di un mondo ingiusto e crudele. Gli anni del carcere sono quelli che mettono duramente alla prova la forza e l’integrità fisica di Rina: prima l’esecuzione di Giacomo, catturato dietro sua confessione, estorta con estrema violenza, una violenza che non si ferma nemmeno dinanzi ad un ventre pregno di vita, e poco dopo la perdita di quel bambino che avrebbe desiderato stringere con tutta se stessa le provocano un crollo nervoso ed è allora che Rina perde una parte di sé. O forse è più corretto dire che rinuncia ad una parte di sé, lasciandola in carcere col proposito di tacitarla, soffocarla, dimenticarla.

Ma, paradossalmente, è proprio questa velleità di rinnegare il suo dolore a tenerla prigioniera, in quella cella da dove se n’è andata solo fisicamente. Ed è solo ritornando in quel luogo per riabbracciare la sua personale ed intima sofferenza che riesce a perdonarsi e perdonare sua madre, la donna che non l’ha mai capita e che non è riuscita a difenderla dal male, e che finalmente sente più vicina a causa della tragica esperienza vissuta con suo figlio: nonostante ci abbia provato non è riuscita a proteggerlo e la sua volontà di averlo è dovuta soccombere al dolore di perderlo. Tra le pareti anguste della sua prigione Rina riesce a ritrovarsi e a riconciliarsi con l’altro che scopre essere non altro da se stessa ma altro di se stessa; può così uscire vincitrice dalla sua personale guerra col dolore e col passato ed è per questo che alla fine della narrazione si presenta al suo nuovo amico con lo pseudonimo di Vittoria, assegnatole dai suoi compagni di lotta.

Fratelli-Caprio

I fratelli Caprio, autori del romanzo

La scrittura a quattro mani dei fratelli Caprio si caratterizza per uno stile intimistico, emotivamente coinvolgente, che lascia parlare in prima persona i protagonisti, io e l’altro, e che conduce il lettore attraverso la storia personale di Rina, in una Storia ancora più grande, che sembra essere speculare a quella della protagonista; la storia di un paese che cerca di raccogliere gli sparsa fragmenta della sua anima ancora pulsante per ricompattarsi e  tenere testa a coloro che avevano cercato di piegarla a colpi di violenza e di ingiustizia. Un paese che anela ad un cambiamento necessario, ed ogni cambiamento, si sa,  è in realtà una sorta di rivoluzione e per questa ragione non è scevro di drammi. Ma se la Storia che fa da sfondo alla vicende di Rina deve rompere col passato per guardare avanti, ad un futuro diverso, la personale storia della protagonista può trovare la sua ragion d’essere solo inglobando il passato per farci la pace, rispondendo finalmente a quella parte altra lasciata inascoltata per un tempo troppo lungo, un silenzio che chiede il permesso di parlare: solo in questo modo può riuscire a riappropriarsi del proprio futuro, senza sprecare tempo in una auto-imposta ed improduttiva nolontà, col rischio di inaridirsi e di spegnersi. La struttura narrativa è articolata in maniera sapiente: alla forma dialogica, che caratterizza il testo e che ha una natura fortemente connotata alla dimensione interiore, si accompagnano procedimenti di analessi, di rimandi al passato che danno al lettore un’idea delle forze centrifughe, l’amore su tutte, che hanno prodotto una frammentazione dell’io di Rina; di contro il dolore assurge a forza centripeta, che ricompatta le due parti disgiunte, permettendo alla protagonista di ritrovarsi nel posto in cui si era persa e, alla luce di ciò, valorizzare la sua esperienza drammatica per sentirsi completa ed iniziare a vivere, libera emotivamente dalla sua prigione, da un peso che le impediva di volersi davvero bene.

La catabasi di Rina nel suo personale inferno diventa, alla fine, un’anabasi, una vittoriosa risalita grazie al valore formativo riconosciuto al dolore, che sembra richiamarsi al principio del TO PATHEI MATHOS della tragedia eschilea: attraverso la sofferenza ogni uomo perviene alla propria conoscenza.

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