Le alte mura di Hajime Isayama

di Gabriele Roberti

Nel lontano giugno 2006 un giovane ragazzo di soli 19 anni si aggiudicava il premio Kodansha, uno dei più prestigiosi concorsi inerenti al mondo dei manga, con una breve storia non seriale (One-Shot) chiamata L’attacco dei giganti. Quel ragazzo era Hajime Isayama e all’epoca altro non era che un semplice mangaka in erba, ben lontano dalla star che gli appassionati del settore conoscono oggi.

La trama e la complessità dell’opera di Isayama impressionò non poco la commissione del concorso e non passò molto tempo prima che il 19enne di Hita venne invitato a trasferirsi nel centro di Tokyo per dedicarsi anima e corpo al suo lavoro.
Dal 2009 L’attacco dei Giganti è un’opera ormai serializzata che tiene incollati milioni di lettori in ogni angolo del globo, ispirando inoltre la realizzazione di un anime, diversi film animati, due live action, videogiochi e una mini serie televisiva.

Dietro il successo di tale opera vi è una trama complessa che abbraccia diversi generi come l’azione, l’horror e scene di puro splatter: il tutto ambientato in un’epoca non ben definita (come moltissime opere Shonen), ma riconducibile in un medioevo rielaborato e con un numero sempre maggiore di protagonisti coinvolti.
La storia inizia nell’anno 845 e si sviluppa in un mondo post apocalittico, con il genere umano rinchiuso dentro l’ultimo baluardo rimastogli a causa dell’invasione di misteriosi giganti. Creature immense, apparse apparentemente dal nulla, che sembrano avere come unico scopo quello di divorare l’intera razza umana, senza alcuna pietà.
Il giovane Eren Jeager e sua sorella Mikasa Ackermann, dopo aver assistito impotenti alla distruzione della loro città, decidono di arruolarsi nell’unico corpo armato in grado di misurarsi con i mostri fuori le mura: l’armata ricognitiva.

Inizia così, a suon di combattimenti all’ultimo sangue e colpi di scena, la battaglia che deciderà le sorti del genere umano, con Eren che dovrà fronteggiare  i giganti e i misteri inerenti al proprio passato, caratterizzato da ricordi non definiti che si andranno a svelare pagina dopo pagina.

La particolarità del manga di Isayama risiede anche in una sorta di denuncia nei confronti della società giapponese. A suo avviso, infatti, il paese nipponico si è sempre nascosto all’interno delle proprie mura, senza mai spingersi oltre confine e senza mai misurarsi con il resto del mondo. Nel suo manga il genere umano non ha fatto altro che rintanarsi in una fortezza, senza mai cercare di fronteggiare i giganti o di svelare i misteri legati alla loro apparizione. I parallelismi con il Giappone sono evidenti, come evidente è che l’autore ne condanna l’eccessiva chiusura e l’incapacità nell’affrontare e accettare le influenze delle altre società.

Secondo Isayama per i giapponesi il mondo non si estende oltre i propri confini, ma si concentra esclusivamente all’ombra del monte Fuji, portandoli ad ignorare tutto quello che avviene oltre oceano, proprio come nel manga da lui realizzato.
L’idea di utilizzare i giganti per rappresentare quel qualcosa di impossibile da fronteggiare gli è venuta per le strade della sua città quando, all’uscita da un Internet Point, uno sconosciuto ubriaco lo afferrò per il colletto minacciandolo ripetutamente. Questo episodio ha dato lo spunto all’autore nel realizzare che non esiste nemico peggiore di chi non riesce a comunicare se non con la violenza, proprio come i suoi giganti.

I disegni utilizzati da Isayama si sono evoluti moltissimo in questi anni. All’inizio il tratto era impreciso e privo di dettagli ma si è perfezionato sempre di più tanto da valergli diversi elogi e premi per le tavole realizzate. L’imprecisione di alcune scene resta comunque un tratto indistinguibile dell’autore, intenzionato a trasmettere quel senso di caos attraverso un disegno non sempre definito. Per i giganti, invece, si è ispirato ad alcuni modelli umani come il wrestler Brock Lesnar e ad un libro con illustrazioni fotografiche di diversi volti ed espressioni.

Le ambientazioni come detto in precedenza ricordano la fine del Basso Medioevo, con il concetto di fortezza a farla da padrone per tutto il manga. Anche per i combattimenti, seppur con qualche piccola variante anacronistica, l’autore si è concentrato sulla classica spada, sugli assalti della cavalleria e sulle primissime armi da fuoco come cannoni e archibugi.
I personaggi, come in tutti i manga di lunga durata, sviluppano una personalità sempre più definita legata anche alle esperienze che vivranno durante il corso della storia. I traumi, le perdite e le ferite di guerra segneranno ognuno di loro nel profondo e man mano cambierà il loro modo di rapportarsi con gli altri.
Al momento L’attacco dei giganti risulta essere uno dei manga più venduti nel mondo, attirando su di se le attenzioni della critica che lo ha definito troppo crudo, violento, grottesco e di difficile interpretazione. Secondo alcuni, inoltre, l’opera non fa che trasmettere quel senso di solitudine, depressione e di sfiducia nel futuro che molti giovani giapponesi vivono ogni giorno nel loro paese.
Ma come lascia intendere Hajime Isayama, l’importante non è sentirsi rinchiusi in gabbia, ma fare di tutto per sbattere le ali e liberarsi dai demoni che ci circondano.

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