Gomorra: la serie – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

Amici di Legenda, ben ritrovati qui nel nostro spazio comune di discussione e confronto sul Cinema! A distanza di alcuni anni dal discutibile lungometraggio, firmato da Matteo Garrone e liberamente ispirato al romanzo di Roberto Saviano (edito da Mondadori nel 2006), l’omonima Gomorra – La serie prende appunto le mosse da quel fenomeno librario e culturale, allargatosi a macchia d’olio in questo decennio, divenendone fisiologicamente estensione e momento di corposo arricchimento narrativo.

La serie, realizzata e trasmessa per la prima volta da Sky Italia nel 2014, non viene accolta particolarmente bene dalla critica ma i risultati, in seguito, non tardano certo ad arrivare. Le fondamenta alla base del successivo exploit mediatico si poggiano, essenzialmente, sulla creazione di un’ottima sceneggiatura e sulla definizione morale, estetica e caratteriale di alcuni personaggi trainanti: davanti a tutti certamente trovano posto Salvatore Conte, Ciro Di Marzio e Pietro Savastano, così affascinanti e così noir, al punto tale da evolversi in divinità inscalfibili per il popolo degli spettatori. Perché – e questo è bene precisarlo – alla base di Gomorra – La serie non risiede alcuna morale; la sfida tra il Bene e il Male, fin da subito, perde quasi completamente i suoi tratti peculiari e tutto si sfuma e si consuma all’ombra dei palazzoni grigi della periferia napoletana, ‘terra di mezzo’ contesa da tanti padroni, in relazione alla quale ogni lucido tentativo di analisi e di riflessione si risolve in una complessa giustificazione della violenza, in un processo di mitizzazione del personaggio negativo, per molti aspetti disumano e senza alcuna intima pietà.

Queste le linee generali che conducono, non senza qualche variazione interna, alla seconda stagione della serie, trasmessa sempre da Sky Italia e da poco conclusasi. Dopo due anni lo spettatore ritorna a segnare sul calendario il giorno e l’ora del ‘sacro’ evento: anche questo secondo capitolo di Gomorra – La serie è ammaliante e avvolgente quanto il primo e senza dubbio convince, attrae e devasta.

Si tratta quasi di un processo mentale meccanico e inesorabile. La seconda stagione de Gomorra – La serie, perseguendo i dettami di un’intelligente dinamica narrativa, riparte quindi da dove si è interrotta: Gennaro ‘Genny’ Savastano è ancora (miracolosamente) vivo, l’Immortale Ciro Di Marzio è a Napoli e fa a sportellate per governare le piazze di spaccio con quel Salvatore Conte, ritornato da unico, presunto, padrone nella sua amata città mentre da lontano Pietro Savastano, boss originale, medita un ritorno a fari spenti. Lo spaccato, delineato dalla prima stagione e a cui si appiglia la successiva, ha nel suo ventre ogni spunto per poter interessare e dunque intrattenere (doverosamente) il pubblico: fin dalle prime scene si respira l’aria del grande evento, atteso, quasi invocato.

Effetti questi di una sceneggiatura (anche questa volta) imperiosa e che basta, da sola, a creare effetti estatici nella massa osservatrice. Il fenomeno si ripete e prosegue nel solco ormai profondo. Non ci si fa mancare assolutamente nulla: la grande differenza con la prima serie è che nella seconda traspare più irruenza e l’azione (con uccisioni sanguinarie) non ha freni, non vive alcuna forma di riposo. Il primo troncone della serie, nel 2014, mostra più tatticismi criminali; il secondo capitolo è un assedio, fra illusioni e morte: l’epicentro del suo successo risiede, sostanzialmente, in quella pletora di personaggi ‘epici’. Questi ultimi, attraverso dialoghi e profili comportamentali esaltati e trasgressivi, colpiscono e inebriano (ahinoi) una grossa fetta di spettatori, specie i più piccoli. Ecco il rovescio della medaglia: dopo tanti anni di lotte e fiumi di parole scritte, Saviano sembra voler giocare di sponda sul sistema camorra; non si tratta più di sola denuncia ma è in atto un mero processo di illustrazione, più o meno infervorato e cinematografico, e comunque non troppo lontano da una triste realtà.

Dunque, fra i personaggi più importanti, a nostro avviso, emergono i seguenti:

Tv: Gomorra 2, gli scissionisti e due nuove dark ladyDONNA ANNALISA ‘SCIANEL’ MAGLIOCCA. Personaggio femminile che sostituisce, in senso filosofico, donna Imma. Si tratta di un’icona impressionante, capace di incarnare il male e tutto quel cinismo di un personaggio un po’ anomalo, sola in un recinto criminoso formato, quasi sempre, da soli uomini. Scianel, appunto, appare come enclave, una sorta di vero outsider, fra potenza e lussuria. La sigaretta sempre a portata di mano e le partite a carte formano il profilo di una donna consumata, usurata in modo perpetuo e incancellabile dalla brama di successo.

DON SALVATORE CONTE. Quella dello ‘spagnolo’ Conte, nella prima serie, si candida a icona dominante dell’intero disegno. Nella seconda serie, però, tale personaggio subisce un processo di ‘umanizzazione, a seguito del quale scema pesantemente l’alone di mitologia. Il boss di Napoli diventa preda di un gioco imprevedibile, con tanto di intrecci amorosi assai improbabili, a nostro giudizio troppo fuori luogo per un personaggio di questa caratura. La presenza di Conte nella seconda serie è troppo breve, nonostante sia molto intensa. Resta sicuramente una delle migliori trovate dell’intero universo Gomorra.

1465997117-malammore-suo-atto-estremoMALAMMORE. Braccio destro di don Pietro, Malammore è in modo sicuro, il migliore protagonista della seconda serie. Forse è la personalità che più si avvicina al concetto reale di criminalità. Non è il capo assoluto ma è bravo a giocare di sponda, sul filo di un rischio estremo, muovendosi ogni giorno, più di ogni altro, sull’asse mortale della criminalità. Rimette al centro del progetto di comando il suo uomo. Malammore è un servo leale, aggressivo e senza troppi ricami estetici, senza dubbio pancia e nervi dell’intera macchina infernale. Per tutte queste ragioni resta, secondo noi, paradigma del vero e incontrastato uomo di camorra, quello che più si unisce ai veri fautori del crimine organizzato.

DON PIETRO SAVASTANO/PATRIZIA SANTORO. Parlare del primo è mero esercizio di stile: don Pietro non ha alcun bisogno di elaborate presentazioni. Le sue prestazioni caratteriali, in questa seconda stagione, restano sempre tirate e lucidissime, senza mai ombra di una risata o di un sorriso. Lavora a fari spenti e risulta essere la classica icona del comandante, fra violenza e mandati bellici. Invece, la vera sorpresa, è quella di Patrizia, eccellente nel suo duplice ruolo di sentinella e di ambasciatrice esterna, che nelle ultime puntate emerge ancora meglio. Icona non usuale in Gomorra, incarna appieno la figura di una sorta di spia sovietica d’altri tempi, efficace e umana.

Queste elencate, a nostro avviso, restano le vere e migliori icone del disegno. Ci sarebbero altri da ricordare, forse il Principe, il Nano e o’ Track, ma si tratta di pedine secondarie, che svolgono il loro compitino senza mai toccare momenti catartici. Sono pilastri comprimari di questa grandiosa sceneggiatura. Non vogliamo essere impopolari ma non nutriamo grosse simpatie per quanto concerne il duo di ragazzini formato da Ciro Di Marzio e Gennaro Savastano. Queste due figure sono figlie di particolari esigenze televisive e risultano essere tanto, troppo irreali. A stento potremmo capire Genny, figlio del boss, che comanda per vie paterne, pur decidendo di allontanarsi perentoriamente dal padre don Pietro. Ma totalmente incomprensibile, nella complessità di tale valzer, resta l’icona insulsa collegata a Ciro Di Marzio: ‘l’Immortale’, nella prima serie, non è altro che un ragazzino, uno dei tanti galoppini di don Pietro Savastano; solo in seguito, in nome di determinate scelte di marketing, viene issato a figura di massimo rilievo. Marco D’Amore non convince affatto a livello attoriale, con le sue recitazioni costruite e i suoi dialoghi troppo artificiali. Personaggio ibrido, resta purtroppo il più famoso e allo stesso tempo (forse) quello con meno carisma e con meno introspezione psicologica.

La nostra critica, a questo punto, poggia i remi in barca, appurata la bravura di quasi tutto il cast e il magnetismo di tale prodotto. Insomma, Gomorra – La serie fotografa una realtà deforme ma non ha la forza, o forse non vuole, andare oltre le tristi sfumature. Manca qualsiasi raggio di sole, manca la speranza. Tutto questo alone funesto è pura benzina sul fuoco. Una macelleria di degrado nella quale, forse, una luce sarebbe servita come risicata ancora di salvezza e di umanità, in mezzo all’incontrastato e asfissiante marciume. Gomorra – La serie, anche in questo secondo capitolo, decide invece di restare un party meramente privato di sangue e regresso umano. Solo questo e nulla più.

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