Non c’è cuore: il vero ritratto della scuola italiana

di Marta Compagnone

arton59626Oggi si parla tanto di scuola e di insegnanti e non sempre lo si fa in maniera lusinghiera: i genitori degli alunni hanno sempre più voce in capitolo nella scelta e nell’attuazione dell’offerta formativa degli istituti, i detrattori della pubblica amministrazione attaccano spesso i docenti, rei di lavorare appena 18 ore settimanali e di godere a pieno regime di due mesi di ferie all’anno nel periodo estivo e, dulcis in fundo, la politica ha la velleità di trasformarla in una sorta di azienda, con l’intento di riformarla per renderla all’avanguardia, moderna, europea e dotarla di tecnologie avanzate che digitalizzino il sapere cartaceo e rivoluzionino i vecchi, incartapecoriti, obsoleti metodi di insegnamento di maestri e professori, in luogo di sistemi dotati di un linguaggio più vicino a quello di questa high – tech generation.

Ma come teorizzava Machiavelli nel suo Principeè più conveniente andare dietro la verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa” e non solo in campo politico ma in ciò che concerne tutti gli aspetti della realtà tout court: ebbene questa è la funzione connaturata a Non c’è cuore, libro dal titolo significativo degli autori Antonella e Franco Caprio (Betelgeuse editore, 2013) con il contributo di Don Antonio Mazzi, che offre un eloquente affresco della scuola italiana in quanto tale, non così come dovrebbe essere ma così com’è, per bocca – o forse sarebbe meglio dire mediante le tastiere – degli insegnanti, coloro cioè che la scuola la vivono quotidianamente e ne sono gli attori fondamentali, insieme ovviamente alla parte discente. Nella fattispecie, la storia è raccontata attraverso la presentazione al lettore di quello che è un vero e proprio carteggio virtuale tra due maestre della scuola primaria: la giovane precaria Silvia e la collega Mirella, prossima alla pensione, si scambiano infatti una serie di email, dalle quali emerge lo status quo della scuola pubblica italiana. In particolare è la giovane maestra Silvia che, chiamata a lavorare nell’istituto ‘Edmondo De Amicis’ alla periferia di Torino e trovandosi di fronte ad un’utenza variegata, eclettica e ben poco disposta a farsi gestire, si rifugia nell’esperienza e nel buonsenso della sua collega più adulta, sia dal punto di vista anagrafico, sia dal punto di vista lavorativo.

Il romanzo dunque ha una struttura narrativa che consta di vero e proprio materiale documentario, che spazia dalla fitta corrispondenza di posta elettronica delle maestre, ai temi svolti dagli alunni, dagli articoli di giornale letti in classe scelti dai bambini alle pagine del diario di Pamela, una ragazzina che nasconde dietro la trincea del silenzio la sua problematica condizione  familiare.

Ben presto il lettore impara i nomi dei singoli alunni della classe di Silvia, ne legge gli elaborati, seguendone le storie personali che da essi emergono con un interesse che si rinnova pagina dopo pagina, prendendo atto di quanto sia bello ma infinitamente difficile EDUCARE giovani menti, soprattutto quando ogni tentativo messo in atto dalla scuola venga poi vanificato da quanto vissuto a casa, in famiglia, e dunque nella sfera intima e privata, che ha il potere di incidere profondamente sull’uomo e la donna del domani in cui, lentamente, si trasformeranno il bambino e la bambina di oggi.

Ed è proprio dalla storia di una delle bambine della classe, la già citata Pamela – che culminerà in una tragedia forse in parte annunciata – che il romanzo trae la sua ragion d’essere, poiché esso muove dalla volontà della maestra Silvia di mettere a disposizione del giudice Terlizzi tutto quanto ritenuto utile per le indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Torino per accertare cause e responsabilità del tremendo epilogo della vicenda della sfortunata alunna.

Tale scelta da parte degli autori è ancor più apprezzabile perché, oltre a dare alla narrazione un taglio realistico – documentario, riesce poi a evidenziare senza alcuna mistificazione e alterazione dei fatti quanto il mondo dei bambini possa essere, talvolta, duro e cinico, e quanto il loro modus operandi possa ricalcare in maniera pedissequa quello degli adulti e dei sistemi culturali e di informazione che hanno a riferimento. Si può, senza dubbio, spiegare così il loro ricorrere ad un linguaggio molto colorito per esternare pensieri e opinioni, ma più spesso per insultare il proprio compagno, l’assuefazione alla violenza e il tentativo di imitare ciò che è ‘male’ perché sensazionale, l’attenzione morbosa per notizie di crimini efferati o addirittura incestuosi, che li collocano in una dimensione lontana anni luce da un’infanzia degna di questo nome: sono piuttosto dei bambini già adulti o forse cresciuti troppo in fretta, per contingenze esterne sulle quali la scuola non può avere molti margini di controllo.

FRANCE-EDUCATION-SCHOOL-YEAR-START

Il titolo quindi, metaletterario, richiamando al celebre romanzo datato 1886 di Edmondo De Amicis, Cuore, ma con la negazione che lo procede (Non c’è cuore), sottolinea così una lettura dolceamara del mondo scolastico, dei fallimenti, delle frustrazioni, della stanchezza, ma anche delle gioie e delle soddisfazioni, generate tutte da un piccolo universo, quello dell’aula, inteso non solo come luogo fisico ma anche come spazio emotivo, senza buonismi di sorta, senza fronzoli, senza ipocrisie, senza alcuna forma di eroismo o tensione al titanismo da parte degli autori che, invece, sfatano ogni mito di progresso, facendo riflettere sul pericolo di un regresso incontrovertibile, di cui si è resa colpevole la società moderna e tutto il sistema culturale e di costume che da essa ha preso avvio. Agli occhi di chi vive quotidianamente tale realtà, risulta purtroppo lampante quanto questo processo, da un lato, stia rubando l’infanzia dei bambini, costringendoli a correre dietro ad un mondo dai ritmi sempre più veloci e caratterizzato da una struttura di valori completamente alterata che ha il suo sintomo più evidente nel disfacimento della famiglia; dall’altro, si affanni poi a delegare completamente alla sola scuola compiti e doveri morali che dovrebbe essere la società stessa ad assolvere, solo per poi poterle imputare la colpa di ogni disfatta. Quella società politica, culturale e morale che dovrebbe salvaguardare, tutelare e far progredire, e che invece è responsabile di aver creato un deserto e di averlo chiamato SCUOLA.

Annunci

Di’ pure quel che pensi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...