Maestri alla Reggia: Gabriele Muccino

di Emanuele Dell’Aversano

Se prendi me, con me non vinci una volta, vinci due volte.

Questa è la frase che Gabriele Muccino –protagonista della seconda serata di Maestri alla Reggia– racconta di aver detto, con un inglese stentato, ad Amy Beth Pascal, durante il primo colloquio del regista italiano alla Columbia Pictures.

Era il 2004 e Muccino doveva conquistare la regia di un film che sarebbe costato ai produttori milioni di dollari e che avrebbe avuto come protagonista un Will Smith più in voga che mai ed è proprio per questi motivi che al centro di quel primo colloquio vi era una questione fondamentale: perché scegliere un regista italiano, che conosce a stento l’inglese –«usavo gesti ed espressioni del viso per far sì che mi capissero»- e che per di più è alle sue prime armi?
Purtroppo il mondo del Cinema non conoscerà mai quale sia stato l’esatto pensiero che, nella mente della Pascal –allora direttrice della Columbia-, la spinse a scegliere, tra gli altri, proprio Muccino; quel che sappiamo ora, però, con fiera certezza è che il maestro riuscì a guadagnarsi il film che gli avrebbe aperto le porte di Hollywood e del Cinema mondiale: La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness).

Un film che, come sottolineato da Andrea Morandi, riesce a toccare «occhio, testa e cuore nello stesso momento» ponendosi in contrapposizione a film che sacrificano, talvolta, uno o più dei tre aspetti: un film drammatico e riflessivo per cui, però, Muccino, ammette, non aveva buoni presentimenti e questo per il passato cinematografico del suo protagonista che, infatti, era stato abbastanza florido tranne che per un’eccezione rappresentata dall’unico film drammatico –e qui si noti la similitudine tra i due film- in cui aveva recitato e che gli aveva fruttato una candidatura nella categoria “Miglior attore protagonista” agli Accademy: Alì (2001) –regia di Micheal Mann-; la risposta della critica a questa nuova “fase” dell’attore non era stata, infatti, positiva e Muccino temeva che la situazione si sarebbe ripetuta dopo la presentazione de La ricerca della felicità.
Evidentemente, però, il regista si sbagliava ed il film che, secondo i gruppi di marketing, avrebbe dovuto avere un incasso tra i 20 ed i 29 milioni di dollari fruttò, invece, circa 300 milioni di dollari. Al fianco delle enormi somme giunse, ovviamente, un successo globale che rese il film una pellicola memorabile e questo perché «un film drammatico quando raggiunge il proprio obbiettivo diventa indimenticabile: ti entra dentro e da lì non ti molla più».

Insomma è stato un enorme trampolino di lancio che ha dato, come abbiamo già detto, la spinta ad un salto estremamente alto: in un’ulteriore collaborazione con Smith (Sette Anime) e con Russel Crowe (Padri e figlie).
Un regista, quindi, che sa quando restare con i piedi ben saldi alla terra ma che, al contempo, ammette di aver sognato e di aver sognato tanto perché, d’altronde, «sognare è gratis», afferma. Erano proprio gratis, infatti, i sogni che, alla base delle sue aspirazioni, lo avevano spinto ad entrare nel mondo della regia; una «carriera sconsigliatissima da tutti» che solo una volta su un milione dà, effettivamente, dei buoni frutti e Muccino i buoni frutti li ha colti tutti, dal primo all’ultimo.

È di Kubrick il primo dei tre film che il regista decide di presentare alla Reggia: 2001: Odissea nello spazio. Un film che lascia qualcosa nell’animo dello spettatore senza però ben capire cosa; scuote l’inconscio al punto tale che il risultato non può che essere un’infinità d’ipotesi riguardo alla vita dell’uomo ed il suo agire; un film “ermetico” di cui non si capiscono bene i significati e le dinamiche fino al momento in cui «si accende la famosa lampadina dell’intuizione e si riesce a dare la propria interpretazione» di una certa situazione –«d’altronde lo stesso Kubrick era il primo ad ammettere di non sapere il motivo per il quale presentasse quelle cose in quel certo modo».
La scena scelta per la serata è quella in cui la scimmia, scoperto un osso, scopre la violenza; quella violenza presentata da Kubrick come un fattore inevitabilmente legato all’intelletto dell’essere vivente che non viene, però, interpellato per fini positivi, come la sopravvivenza, ma per fini estremamente negativi, come la supremazia su un dato territorio che non può far altro che creare, a sua volta, ulteriore violenza.
«Kubrick, come Fellini, è tra quelli che sono al di sopra del cinema stesso: descrivono l’essenza della vita in modo cinematograficamente popolare senza essersi ritrovati in una nicchia. […] Hanno aperto lo schermo, lo schermo è diventato panoramico»
Lo stesso Fellini, insieme a Vittorio De Sica, è uno degli altri registi che Muccino erge a propria ispirazione: spieghiamo perché descrivendo le scene che il regista sceglie di presentare.

Per quanto riguarda Fellini: la scena scelta è il celebre ingresso dei numerosi teatranti nel finale di Otto e mezzo; numerosi sono, infatti, gli attori, le comparse e le maschere che Fellini cattura, nel loro cammino verso una meta finale che non può che essere un illuminato circo. «Un film sconvolgente, straordinario, unico […] Questa scena mostra tutti i personaggi che albergano nella mente del regista, fatta di debolezze ed incertezze». Una pellicola che termina con la danza e con il gioco perché «la vita non solo è una grande danza, ma anche una grande messa in scena, è un grande circo» – «Una grande cazzata» grida una signora del pubblico, ricevendo, poi, un grande sorriso d’assenso da parte di Muccino.

C’è poi l’Umberto D– grande esempio del neorealismo cinematografico italiano, insieme a Ladri di biciclette-, regia di Vittorio De Sica, a far da colonna alle idee artistiche del regista: è di nuovo la scena finale quella presentata alla Reggia. Il protagonista dell’opera, con in braccio il suo cane, entra in stazione con il fine di uccidersi ma non ha abbastanza coraggio ed è per questo che il suo cane decide di fuggire fuori dalla stazione e, negli ultimi istanti del film, guarda –quasi inorridito- il suo padrone come se lo stesse punendo per l’azione che stava per portare a termine.

De Sica e Rossellini mostrano «la verità nascosta nelle pieghe più semplici della vita che diventa poesia ed universo» in modo semplice, a basso costo; Muccino si dice, infatti, spronato dal lavoro dei due maestri –nonostante ammetta di apprezzare il classicismo di De Sica alla regia del Rossellini- a fare sempre qualcosa in più, a migliorarsi il più possibile, di volta in volta. Scherzando afferma, infatti, di non possedere DVD dei propri film e, quindi, di non riguardarli ormai da anni: sarebbe «Come se guardassi me stesso allo specchio però in modo sterile. […] Come quando guardi una foto di quando eri giovane e pensi a quanto eri bello però poi pensi che non lo sei più».
Un regista che è, quindi, spettatore ma anche fotografo: «Ti sei accorto di aver fotografato una generazione che ancora non era stata ritratta nel cinema?», chiede Andrea Morandi riferendosi al primo grande successo italiano di Muccino: L’ultimo bacio. Un fotografo, però, ignaro dei propri risultati; un fotografo che dice di aver diretto il proprio obiettivo non verso la nuova generazione, quella del XXI secolo, ma verso uno specchio, con l’obbiettivo di ritrarre, in realtà, se stesso.

No, ho mostrato me stesso, i miei problemi, le mie insicurezze, le mi incertezze riguardo la vita: stavo per diventare padre e non sapevo se ne sarei stato in grado, cosa avrebbe significato per la mia esistenza.

Insomma: una sorta di fashion blogger ante litteram amante dei selfie che, concentrando tutta l’attenzione sulla propria persona, non si accorgeva di essere, in realtà, un vero e proprio paesaggista.
Un’ulteriore domanda è quella che gli intervistatori, ormai da anni, quasi si ostinano a porre ai più svariati registi -«Qual è l’importanza ed il ruolo che dai alla musica nei tuoi film?»- sperando, probabilmente, di ricevere, un giorno, una risposta che sia diversa dalle altre ma che, invece, si rivela essere di certo non uguale ma umoristicamente molto simile alle precedenti: «Insomma non so se è nata prima la musica o l’uomo. […] La musica è celebrativa di ogni tappa dell’umanità, riesce a sintetizzare tutte le tappe della vita di ogni singolo uomo. Una canzone riesce a racchiudere in 3 minuti e mezzo quello che un film cerca di raccontare in molto più tempo evocando momenti e ricordi».
E procede poi con la propria risposta: «Ho cercato sempre di inserirla in punti particolari per evocare qualcosa; così che la musica possa cambiare totalmente la percezione che lo spettatore ha del mio film».

Infine, lasciando, al contempo, trapelare qualcosa del suo prossimo film: L’estate addosso –«un film piccolo, leggero; un film di crescita. Tratta di persone che amano la vita e si amano ed amano la propria amicizia»- , conclude affermando:

Mi hanno detto più volte che non avrei più fatto cinema, ostinatamente non ho mai ascoltato e ne sono contento. […]
Il cinema è il grande detonatore della mia necessità di comunicare; il cinema canalizza l’imperfezione e la rende pura; il cinema mi serve per esistere.
Senza cinema vivrei meno

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