Gli orrori del castello di Norimberga – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

rarofilm_gli-orrori-del-castello-di-norimberga-collana-horrorclubCari amanti del Cinema in tutte le sue forme, bentornati qui sulla nostra rubrica! Oggi vogliamo (ri)parlarvi di una regia tutta italiana, che ha contribuito con la sua opera a fortificare oltremodo gli stilemi dell’horror movie, così tanto da dargli una forma ben definita e codificata, quella che conosciamo oggi: stiamo parlando di Mario Bava, autore indimenticato del panorama cinematografico di casa nostra. La nostra analisi critica si concentra su Gli orrori del castello di Norimberga, datato 1972, uno dei culmini della produzione di questo regista del genere. Nonostante il suo patrimonio filmico, Bava non si può definire tuttavia quale il più illustre e rinomato ambasciatore del genere: la sua fama lo precede e al tempo stesso lo illude. Il tratto cinematografico di Mario Bava, infatti, si forma alle basi di un apparato scenico gotico e imponente; i giochi di coreografia e quei personaggi ‘antichi’ ed enigmatici, sono i primi ed essenziali tasselli. Gli orrori del castello di Norimberga cade, con una disarmante rapidità, in questa categoria stilistica. Lo spettatore che visiona il prodotto cinematografico noterà senza dubbio un corposo stile d’altri tempi. Le atmosfere sono barocche e fantasmagoriche. I personaggi, consequenzialmente, sono intrappolati in un gioco fiabesco. In estrema sintesi possiamo dire, senza quasi timore alcuno di smentita, che Gli orrori del castello di Norimberga sia da considerarsi quale un ritratto dell’horror story ma con molteplici difetti imperdonabili, dovuti sicuramente alla concezione della regia (e non solo).

Confermato agevolmente e abbondantemente l’onestissimo lavoro tecnico di Bava, l’analisi verte su altre tematiche. Davvero grande è l’insieme di sequenze con Elke Sommer che fra nebbia e paura scappa di continuo dal barone: questo, in estrema sintesi, il sunto del lavoro di Bava. Ma dobbiamo, almeno per un attimo, discostarci dalla gabbia dorata, andando oltre il sogno. Le grandi pecche della pellicola si annidano nella sceneggiatura e nella storia: è lì che i disastri attendono dietro l’angolo. Gli orrori del castello di Norimberga prende le mosse da un plot non irresistibile ma fondamentalmente non sbagliato; purtroppo è lo snocciolamento ad essere sterile e telefonato. Anzi, la storia decade velocemente e Bava ripiega sull’artifizio della scena.

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Un fotogramma del film

I personaggi iniziano a vivere in un lago prosciugato. Non è un caso, infatti, che molti buoni attori scelti da Bava si ridicolizzino a causa di sceneggiature (e storie) alquanto bislacche. Appurate dunque le debolezze di fondo della storia, il discorso si sposta ai piedi della sceneggiatura, ed è lì che il peggio deve ancora venire. La sceneggiatura, in pratica, è un’altra noia; le situazioni sono ripetitive e abbastanza banali. Cosa resta dunque de Gli orrori del castello di Norimberga? Resta tanto e resta poco. Si nota uno stile ancestrale che sarà, a distanza di qualche tempo, perfezionato dal vero (e principe) maestro italiano del genere, Dario Argento. Le scenografie dettano legge, le musiche invece sono inappropriate. Storia, logica e copione lontani dalla mera concretezza. Bava è stato il suo tempo. Chi è stato, non è.

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