Il figlio di Saul – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

51352Cari amici di Legenda, ben ritrovati al nostro immancabile appuntamento settimanale col mondo del Cinema! La Shoah, nella storia contemporanea, rappresenta uno dei più grandi disastri provocati dall’insania degenerante dell’uomo occidentale, sospeso tra miseria e pazzia. Le svariate trattazioni storiche, politiche e situazionali di tale amara e tragica esperienza hanno contribuito, nel corso del tempo – e certamente in modo del tutto legittimo – alla nascita di un vero e proprio filone cinematografico, il quale, anche e soprattutto in virtù di un ‘rispolvero’ della memoria dormiente dell’uomo moderno, sempre più social e sempre più dimentico del passato, appare oggi più che mai florido. Il dramma, spesso sintetizzato in storie di singoli personaggi o magari di gruppi, continua a produrre ancora oggi sofferenza, quella stessa sofferenza che il Cinema non disdegna di vendere. Fra le svariate produzioni incentrate sul racconto dell’Olocausto ebraico (ci sentiamo di utilizzare il corsivo per questa espressione, ormai entrata nell’immaginario collettivo comune ma che etimologicamente e intrinsecamente non è del tutto corretta) se ne annovera una molto recente, Il figlio di Saul, datata 2015, per la regia di László Nemes. Tale produzione, divenuta col passare dei mesi piuttosto celebre anche in virtù del Premio Oscar riconosciutogli come miglior film in lingua straniera, è legata ad una operazione cinematografica importante (probabilmente per il contenuto pesante) ma che, a nostro avviso, ha raccolto molto di più di quanto non abbia seminato, in relazione all’ambito prettamente cinematografico: quando si tratta di tematiche forti e dolorose, infatti, il meccanismo di votazione diventa implicitamente fazioso e il risultato, a volte, risulta essere purtroppo falsato da una naturale spinta alla compassione verso l’argomento trattato. Il figlio di Saul, come detto miglior film straniero dell’anno, a nostro avviso però presenta più di una pecca: già dal plot iniziale tutto si muove in modo pressoché sbagliato. Dalla trama e quindi dall’esasperazione di Saul, protagonista del film, traspare un qualcosa di quasi surreale, che non si coniuga a dovere con la situazione deragliata e deragliante vissuta nel campo di concentramento. Metabolizzata la grossa forzatura iniziale, si procede poi anche oltre: nel tentativo di voler dare una morte e un riposo dignitoso ad un innocente bambino, il film cerca di destreggiarsi attraverso dei tecnicismi quasi collaterali. La veduta del lager è man mano trasformata, alterata, mostrata al pubblico con una modalità diversa: lo stile de Il figlio di Saul prende difatti le mosse da una classica impostazione documentaristica ‘impiantata’ nel film; la camera a mano e le inquadrature, quasi tutte in soggettiva, rappresentano stratagemmi filmici ben lontani dalle tecniche standard di ripresa, montaggio e regia che caratterizzano la produzione di una pellicola.

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Un fotogramma del film che mostra la particolare tipologia di ripresa utilizzata

Tuttavia, a nostro parere, la diversità non sempre si bagna nelle acque della positività. Vien fuori un film chiassoso, che poggia su un caos biblico così forte da annullare persino la sensibilità dello spettatore, e tale da produrre conseguenti sensazioni negative, poco utili per godere appieno del prodotto. Si nota inoltre una quasi totalizzante mancanza di prospettive eterogenee e di processi empatici: i personaggi sono troppo piatti, monotematici, bui, e ciò priva lo spettatore della necessità (nonché del diritto) di ‘affezionarsi’ a qualcuno dei protagonisti dell’intreccio. E, se ciò non avviene, la visione non può non generare indifferenza. Attraverso poi un montaggio a dir poco pessimo, Il figlio di Saul diventa ben presto ripetitivo e confusionario, anche a causa di sequenze riprese e copiate tra loro. Si arriva così ad un finale povero e senza speranza, estremamente agghiacciato. Il film di Nemes è dunque un mero esercizio di stile che funziona solo nel procedere delle prime battute, per poi perdersi inesorabilmente, trasmettendo poco pathos e molta anonimia e freddezza. Paradigma di una vera e propria occasione mancata, Il figlio di Saul avrebbe potuto offrire davvero molto di più: così, invece, resta solamente uno scatto poco efficace (e minimamente penetrante) dell’indicibile tragedia della Shoah

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