Il libraio di Kabul: una lettura che educa al rispetto

di Marta Compagnone

9788817020282-1000_0Il libraio di Kabul, edito da BUR nell’ormai lontano 2008, è un reportage della giornalista scandinava Åsne Seierstad, una delle più giovani e apprezzate corrispondenti di guerra d’Europa, che sceglie la forma del racconto allo scopo di narrare attraverso la storia di Sultan, il libraio del titolo, e della sua famiglia presso cui ha vissuto per un certo periodo, la realtà politica e culturale afghana, dopo la caduta del regime talebano. Il romanzo, dunque, catapulta il lettore in un contesto lontano non solo dal punto di vista geografico ma distante anche dal sistema di pensiero occidentale: ciò avviene mediante l’utilizzo di una tecnica descrittivo–narrativa estremamente oggettiva, poiché la scrittrice mai trascende da quanto lei ha vissuto in prima persona o da quanto le è stato riportato, né aggiunge qualcosa di suo quando accenna ai moti interiori dei protagonisti, restando sempre fedele alle testimonianze raccolte. Soprattutto, l’autrice non giudica. L’autrice racconta. Al contempo, viene richiesto al lettore di approcciarsi al testo con lo stesso grado di oggettività: l’obiettivo è quello di leggere per documentarsi, per conoscere, per sapere, in modo da evitare di cadere nella trappola che, di solito, tende l’ignoranza (intesa proprio come non conoscenza) dalla quale si origina il pregiudizio che può sfociare in diverse forme di intolleranza. La giornalista–scrittrice tenta di squarciare questo ‘velo di Maya’ coniugando alla forma romanzo un contenuto documentario estremamente ricco e interessante: questa metodologia ha tratti precisi, poiché è finalizzata alla narrazione delle vicende dei singoli componenti della famiglia Khan, come se fossero i pezzi di un puzzle più grande e complesso, unendo i quali si può tentare di comprendere il sistema di pensiero e di azione di un intero paese. Sotteso a questa impostazione narrativa è il metodo induttivo che dal particolare conduce all’universale: attraverso le vicende che coinvolgono le sorelle, le mogli, la madre di Sultan ci si può fare infatti un’idea sulla condizione della donna, una condizione di forte soggezione rispetto all’universo maschile tutto, a partire dai familiari, a cui spetta ogni tipo di decisione, specie se si tratta di matrimonio, concepito come una sorta di contratto bilaterale che si stipula tra il pretendente e i genitori della promessa sposa. Anche l’abbigliamento deve seguire canoni rigorosi ed essere poco appariscente e sensuale in modo tale da non richiamare l’attenzione maschile, per cui il burqa diventa la condicio sine qua non poter andare in giro, ovviamente mai da sole e sempre accompagnate. Per quanto riguarda la vita professionale una donna può lavorare solo se l’uomo non ha obiezioni. Quello che però si intuisce chiaramente dalle pagine del libro è che questo sistema di pensiero è fortemente radicato anche nella donna stessa, come dimostra la vicenda di Leila, la più giovane delle sorelle di Sultan, che rinuncia per sua volontà al suo sogno d’amore perché l’uomo che le dimostra attenzioni non è quello che la famiglia ha in mente per lei ma soprattutto al suo sogno professionale di insegnare l’inglese, perché la scuola da frequentare l’avrebbe obbligata a seguire lezioni con gli uomini. La ragazza è combattuta in entrambi i casi, ma alla fine il pensiero in cui si è forgiata è più forte di ogni sua velleità.

niqab

Donne che indossano il niqab, simile al burka, sistemi entrambi usati per celare la loro identità agli uomini

Per quanto riguarda la condizione degli uomini bisogna dire che migliora di poco. Anche se l’impostazione della società è di stampo patriarcale – ricorda molto quella romana in cui il pater familias ha diritto di vita e di morte sulla prole e sul resto della famiglia, che vive unita sotto lo stesso tetto – e in generale gli uomini, rispetto alle donne, godono di maggiori possibilità come quella ad esempio di poter prendere una seconda moglie qualora lo ritenessero opportuno, hanno una vita che si articola in precisi doveri sia familiari sia religiosi, in cui sono compresi tutte le osservanze e tutti i divieti prescritti dall’Islam. Anch’essi, se ancora in famiglia, devono sottostare all’autorità genitoriale o in assenza del padre a quella del familiare più anziano, senza seguire le proprie aspirazioni ma assecondando la volontà imposta dall’alto. L’obbedienza è un valore cardine: obbedire ai precetti del Corano e obbedire al padre o a chi esercita quel tipo di autorità, senza discussioni. Dunque il potere della lettura di questo libro è quello di far viaggiare il lettore, attraverso singole storie, all’interno di un’intera civiltà in cui appare determinante il peso della religione e del regime talebano caduto (ma non dalle menti e dalle abitudini del popolo) col puro intento da parte dell’autrice di informare, mescolando il contenuto utile alla forma dilettevole, in modo tale che il lettore sia messo nella condizione di formarsi un’opinione quanto meno oggettiva, aderente al vero, che escluda qualsiasi forma di giudizio. Questa, è perciò una lettura che educa al rispetto.

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