Sentieri selvaggi – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

una-locandina-italiana-di-sentieri-selvaggi-46234Cari amanti del Cinema, ben ritrovati in questo nostro spazio comune! Nell’introdurre il lungometraggio di cui andremo a parlare oggi, risulta necessaria una considerazione: dagli albori di questa nobile Arte ai giorni nostri, in quella che potremmo definire la ‘giostra cinematografica’, sembra sia davvero raro trovare personaggi incontrastabili, capaci di dettare ai posteri delle coordinate profetiche. Fra questi (pochi) cineasti antesignani, compare sicuramente il nome di John Ford. Non è un caso che il leggendario Orson Welles, a seguito di un’intervista, lo definì come il migliore di tutti. Un appellativo questo concretizzato anche attraverso un titolo diventato poi celeberrimo, manifesto del regista, frutto di un magnifico connubio tra genio e talento: stiamo parlando di Sentieri selvaggi, datato 1956, vero prototipo di un genere molto affascinante del Cinema, il western, parecchio in voga nei decenni passati e riproposto in chiave moderna in tutte le salse, dall’America all’Europa. Seppur sopito col tempo, il western resta comunque un genere affascinante, di eccezionale valore storico ed epico: varie regie hanno infatti omaggiato queste sfumature, intrecciando storie sospese fra violenze e atti spietati, in particolar modo nel racconto (non sempre lucidissimo) della cronaca fra coloni e indiani. Anche per questo, tale genere, a nostro giudizio, rimane statico, cristallizzato in un passato che arranca ad esser contemporaneo. Il Tarantino recente, tuttavia, si preoccupa di rievocare – anch’egli con uno sguardo al tempo passato (ma non lontanissimo) – quelle forme, in modo importante ma non perfetto; il primo Clint Eastwood deve assolutamente tutto al suo essere protagonista nelle generalità del western, con risultati piuttosto buoni, tanto da diventane l’emblema iconico. Collegato poi a quest’ultimo è certamente il grande Sergio Leone, che registicamente sceglie di ritornare in modo spedito e inesorabile a quelle stesse origini. Ma il cerchio, a voler ben vedere, si apre e si chiude inesorabilmente appunto con Ford, capostipite di questa trattazione che vede in Sentieri selvaggi il modello concettuale a cui ispirarsi. Questo lungometraggio è anzitutto l’illustrazione di un mondo di eroi (e antieroi) segnati da una croce molto pesante da portare, in una perenne scommessa fra il vivere o il morire. La scena di Ford si presenta barocca e fiabesca, una sorta di trasversale locus amoenus in cui la natura dorme beata e l’uomo lotta per preservarla, nell’intenzione (sbagliata) di possederla o addirittura di conquistarla.

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Clint Eastwood, il volto ormai leggendario del cinema western

A render artistico lo scenario una fotografia piuttosto dolciastra. Sale, fin da subito, in cattedra, l’icona di John Wayne, nella parte di un anacronistico conquistador; con un giudizio quanto mai personale, questa icona risulta non molto lontana da quella di Massimo Decimo Meridio, l’immortale (e molto posteriore) gladiatore di Scott. Inizia così un turbinio di vicende belliche e avventuriere, nelle quali le vittime, spesso e volentieri, non sono i protagonisti fieri e prestanti bensì i membri stanchi e inermi della massa, in particolare donne e bambini. Sentieri selvaggi diviene immortale dunque già dall’inizio: ogni sequenza è un esperimento artistico davvero ben riuscito e, sulla scorta di queste brillanti premesse, appare chiaro quanto Luchino Visconti e Stanley Kubrick decidano poi di proseguire, stilisticamente, nel solco profondo tracciato da tale prodotto cinematografico. Difficile e cinico sarebbe, da parte nostra, il voler ostinatamente cercare ‘la pagliuzza nell’occhio’ in cotanta produzione storica e pionieristica: semplicemente non c’è. Il tutto gira con una perfezione quasi disarmante.

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Un fotogramma del film

Le sequenze si avvalgono di una forza non indifferente, nonostante la loro lentezza espositiva. Insomma, questo Sentieri selvaggi, sembra assomigliare ad un quadro lento ma nonostante tutto in pacato movimento. Traspare nell’apparato filmico il solito gioco delle parti sfumato e non chiarificatore, nel quale non si evince mai completamente il buono o il male assoluto. Tutti, in fondo, sono allo stesso tempo vittime e carnefici. Per chi ama il Cinema del passato, fra malinconia e nostalgia dei tempi che furono, Sentieri selvaggi, caposaldo essenziale, merita certamente una più che attenta visione.

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