Vado a Napoli e poi… Muoio! Diario di un viaggio sentimentale

di Marta Compagnone

3312_foto_313Il libro dell’autrice napoletana Daniela Carelli Vado a Napoli e poi… Muoio!, edito nel 2013 per i tipi di Sensoinverso Edizioni, riesce nell’ardua impresa di smentire un’auctoritas del mondo scientifico, quell’Albert Einstein che profetava quanto fosse “più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”: attraverso la storia di Fabrizio, milanese e filo leghista, giunto a Napoli per amore e per trascorrere le festività natalizie, l’autrice dimostra che a volte è possibile anche il contrario. L’uso sapiente di una tecnica narrativa che assume interamente il punto di vista del protagonista, che si accompagna ad una scrittura chiara e scorrevole, arricchita da un lessico in cui non mancano inflessioni dialettali tipiche del Nord e del Sud, gioca un ruolo importante nell’economia del romanzo, perché in tal modo il lettore può essere testimone dell’apertura mentale di Fabrizio e della maturazione, in lui, di un’opinione basata su un’esperienza diretta con la città partenopea e non più fondata su un mero pregiudizio, alimentato dalla sua famiglia e da quella parte dell’informazione sempre pronta a fornire un’immagine impietosa e stereotipata di Napoli e provincia: camorra, scippi, immondizia.

Molto interessante è seguire, dunque, l’evoluzione del protagonista, vero e proprio personaggio in fieri del libro, un uomo cresciuto a pane e preconcetti nei confronti del Sud e nella convinzione di un’Italia geograficamente delimitata al solo versante settentrionale, il quale, per uno strano scherzo del destino, si ritrova perdutamente innamorato dell’unica donna al mondo di cui non avrebbe mai dovuto innamorarsi: la napoletana Linda, a Milano per lavoro. Non solo. Per amore della fidanzata decide di varcare il famigerato limes che nel suo limitato immaginario segna il confine tra italianità e barbaritas, sinonimo di meridionalità, ritrovandosi in tal modo catapultato nella città partenopea per tutto il periodo natalizio.

Da questo punto in poi il romanzo prende una piega davvero originale: vedere Napoli attraverso lo sguardo di chi la ama, conoscerne la storia, gustarne le delizie, lasciarsi sedurre dalla sua musica, dalla sua poesia, scoprire l’affascinante richiamo della sua cultura dal carattere così popolare, perdersi nella magia di un luogo sospeso nel tempo, incantarsi nella bellezza di sfondi e vedute capaci di disegnare diorami indimenticabili e unici al mondo – insomma, tutto questo – permette a Fabrizio di penetrare l’essenza vera della napoletanità e di capire che si tratta non semplicemente di un modo d’essere bensì di uno stato emotivo, che si insinua anche in chi non è nato a Napoli e in chi la vede anche per una sola volta. I luoghi da lui visitati (dalla Certosa di San Martino a Via Toledo, da via Chiaia a Piazza del Plebiscito, dal Teatro San Carlo al Lungomare, da Piazza Dante al Vomero) con la guida di Linda e della sua famiglia – che lo ha viziato con cibo saporito e abbondante e coccolato con la sua calorosa compagnia – realizzano una sorta di climax topografico, che fa scattare nel protagonista un modo di sentire e di vedere più intenso, tale da indurlo poi a vincere ogni sua resistenza e a lasciarsi abbracciare da quella humanitas napoletana così unica e inimitabile.

Si deve riconoscere all’autrice il merito di aver realizzato qualcosa di veramente singolare; non un semplice diario di viaggio, impeccabile dal punto di vista descrittivo, ma il diario di un viaggio, sentimentale e molto particolare, che si svolge dentro Fabrizio, per cui il mondo esterno viene da lui così tanto interiorizzato da permettere al lettore di comprendere il senso di quel muoio che figura nel titolo: dopo aver visto Napoli si muore, sì. Ma si muore di nostalgia. Una nostalgia struggente. La stessa che legge nello sguardo di Linda ogni volta che gli parla della città, della sua famiglia, del mare, della pizza, del caffè e che ora lui è in grado di intendere perfettamente. Perché a mancare non è Napoli, intesa come luogo fisico, ma la sensazione di Napoli, che non si può spiegare a parole. La si prova e basta.

Il libro della Carelli rappresenta dunque una piacevole lettura sia per coloro che non hanno ancora visitato le meraviglie napoletane, sia per i napoletani che vivono lontani dalla loro città e ancora di più per coloro i quali hanno la fortuna di viverla quotidianamente, perché non commettano mai l’errore di darla per scontata o di banalizzarne l’essenza; anzi, è forte nel testo l’invito a non lasciar atrofizzare quel naturale e necessario senso di appartenenza, per non stancarsi mai di conoscerne i luoghi, la cultura e le millenarie leggende che sono alla base del suo ricco e variegato patrimonio storico-umano. Ma non solo. Dalle pagine emerge poi con intensità un ‘sentimento nazionale’ in virtù del quale il milanese Fabrizio non solo può trovare incantevole Napoli ma può addirittura riuscire a sentirsi napoletano e la napoletana Linda può restare rapita dalla vista di Milano dalla terrazza del Duomo: un sentimento nazionale che riesce dunque a superare campanilismi e pregiudizi, a sottolineare l’appartenenza ad un insieme più ampio, l’Italia, in cui la diversità, per i ben noti motivi storici, politici e culturali, non deve tradursi in elemento di disgregazione ma essere intesa quale cifra distintiva che la rende uno straordinario unicum nel mondo.

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