The walking dead. Personalità a confronto

di Gabriele Roberti

Da circa 6 anni la scena della narrazione horror è occupata da The walking dead, serie di Robert Kirkman, genio americano che ha riproposto, in una versione totalmente nuova, un’ipotetica apocalisse zombie. Come molti di voi avranno già letto, o visto in tv, Kirkman racconta le avventure di un gruppo di superstiti nelle settimane, mesi e anni successivi alla diffusione di un virus letale che trasforma il povero malcapitato in un ammasso di carne famelica e violenta, privo di ogni ricordo o sentimento, proprio come nella più classica storia di zombie. La caratteristica principale dell’opera di Kirkman, però, è nella raffigurazione del vero nemico del gruppo di sopravvissuti: non i ‘non-morti’, bensì gli altri esseri umani ancora in vita, disperati, folli e privi di controllo. Gli zombie assumono quindi il ruolo di nemico secondario, di ‘fastidio’ o di semplice motivo d’ansia durante le ore di sonno: essi non rappresenteranno mai un effettivo e concreto motivo di odio e disperazione, a differenza degli altri gruppi di sopravvissuti che si scontreranno con Rick Grimes e compagni.

La longevità della storia ha dato la possibilità di inserire numerosi personaggi pronti a dare il loro contributo alla causa: in questa operazione narrativa Kirkman è stato molto attento, preciso e quasi maniacale, in particolar modo nella cura dei dettagli relativi a ogni personalità in gioco, appunto per consentire ai lettori la possibilità di identificarsi con ognuno di essi. L’esempio che prenderemo in considerazione riguarda due personaggi dalle personalità totalmente opposte: Glenn Rhee e Abraham Ford.

Il primo è un ragazzo di origini asiatiche di 20 anni, con tante passioni – ma soprattutto tanti debiti – che cerca di pagare consegnando pizze e facendo altri lavori tipici dei 20enni che sanno arrangiarsi. Proprio questa sua capacità di adattamento, unita a quella voglia di aiutare sempre il prossimo, ne fanno il classico bravo ragazzo sempre pronto ad aiutare chiunque, pure i nemici, pur di non rendersi complice di quello spettro chiamato morte. L’apocalisse improvvisamente gli porta via tutto, compresi i debiti e i problemi post-adolescenziali, e ciò rappresenta per lui un momento di riscatto, un’occasione di rinascita.

L’altro, Abraham, è esattamente l’opposto: un padre di famiglia sulla quarantina, tutto muscoli e violenza, con un passato nelle forze armate, pronto a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo. Uomo pilastro per Rick quando occorre usare la forza, si presenta sin da subito come un ‘cattivo mancato’. Nei disegni Kirkman lo illustra con grande potenza ed energia; a ben vedere però, traspare in lui anche un profondo dolore interiore, causato dalla tragica scomparsa della moglie e dei figli, che ha portato Abraham ad essere ancora più duro con gli altri e con se stesso.

Volendo dunque riassumere, si può dire che questi due personaggi siano un po’ gli emblemi iconici di questo viaggio ideato da Kirkman: Glenn ha modi di fare sempre altruisti, molta compassione anche con chi si dimostra ostile nei suoi confronti, e una disponibilità e versatilità (è sempre lui che si incarica della raccolta delle provviste) che lo faranno diventare quel jolly sempre utile al gruppo. Abraham, al contrario e come già detto, non si pone molti problemi nell’affrontare un’orda di zombie o un’imboscata di qualche cattivo a suon di mitragliatrice, bombe a mano e cazzotti. I suoi modi sono quelli del sergente di ferro pronto a togliere la vita a chiunque pur di sopravvivere. Per Ford infatti i cattivi vanno eliminati, senza ma e senza pietà e questo lo porterà a scontrarsi con Glenn diverse volte. Gli scontri tra i due saranno frequenti durante il viaggio e metteranno spesso Rick in seria difficoltà sul come affrontare una minaccia: in virtù dei vari momenti, molti saranno gli interrogativi posti al rude poliziotto di Atlanta e, di rimando, al lettore stesso. Sopra tutti però, ne campeggia certamente uno: è giusto combattere la violenza con altra violenza?

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