Svetlana Aleksievič: Preghiera per Černobyl’- Scritti da Nobel

di Concetta Maria Pagliuca

8 ottobre 2015. Apprendo dal telegiornale il nome del vincitore del premio Nobel per la Letteratura. Guardo con aria spaesata la mia famiglia, che ricambia la mia perplessità. La scena si ripete nei giorni seguenti con i colleghi e gli amici. Mi sento perciò sollevata all’idea di non essere l’unica a non aver mai nemmeno udito quel nome. Nasce il proposito di interessarmi ai più o meno conosciuti scrittori insigniti del prestigioso Premio. E nasce oggi questa rubrica, inaugurata da Svetlana Aleksievič. Ma facciamo un passo indietro.

Con quali criteri vengono assegnati i Nobel? Nel testamento di Alfred Bernhard Nobel, sottoscritto il 27 Novembre 1895 a Parigi, si legge che i cinque premi per la Fisica, la Chimica, la Medicina, la Letteratura e la Pace, verranno assegnati

«to those who, during the preceding year, shall have conferred the greatest benefit to mankind» [a coloro i quali, durante l’anno trascorso, abbiano conferito all’umanità i maggiori benefici].

e per la Letteratura in particolare

«to the person who shall have produced in the field of literature the most outstanding work in an ideal direction» [alla persona che abbia prodotto, nel campo della letteratura, il lavoro più rilevante verso una direzione ideale].

[Il testamento completo si può leggere cliccando qui].

Scorrendo l’elenco dei vincitori, stupiscono le grandi assenze e le presenze poco significative: tanto per esemplificare, Ungaretti e Calvino da un lato, Carducci e Deledda dall’altro. Il mio compito, però, non sarà tanto criticare le scelte dell’Accademia di Svezia ma cercare di rileggere le opere alla luce del giudizio dei suoi commissari.

«To Svetlana Aleksievič for her polyphonic writings, a monument to suffering and courage in our time» [A Svetlana Aleksievič per i suoi scritti polifonici, un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo].

Nata nel 1948 da padre bielorusso e madre ucraina, la Aleksievič coltiva sin da giovane la passione per il giornalismo, prima come cronista locale e poi come reporter di influenti riviste. Per i suoi scritti assume come punto di riferimento Ales’ Adamovič (1927-1994), scrittore bielorusso e inventore di un genere che lui stesso definì attraverso alcune definizioni come ‘romanzo oratorio’, ‘romanzo-testimonianza’, ‘il popolo si racconta’, ‘prosa epico corale’, etc. Il metodo seguito dall’autrice è semplice: scelto un evento storico rilevante, lo si guarda da una prospettiva nuova, dando letteralmente voce a chi nei libri di storia è solo un numero. Così nascono Ragazzi di zinco (storie di reduci dall’Afghanistan), Incantati dalla morte. Romanzo documentario (sui suicidi seguiti al crollo dell’URSS), La guerra non ha un volto di donna (riguardante le donne al fronte durante la seconda guerra mondiale) e Preghiera per Černobyl’, il libro di cui sto per parlare.

Una breve rassegna stampa introduttiva fornisce informazioni sul più grave disastro nucleare di tutti i tempi, tra le quali si legge:

«Durante la guerra è morto un bielorusso su quattro, oggi un bielorusso su cinque vive in zone contaminate. Si tratta di 2,1 milioni di persone, fra cui settecentomila bambini».

Proprio il regime di guerra – almeno in un primo momento – costituisce l’unica pietra di paragone per soldati e civili, incolti e istruiti che hanno sperimentato entrambe le tragedie. Passerà pochissimo tempo prima che tutti si accorgano di trovarsi di fronte al non ridicibile:

«È accaduto qualcosa per cui ancora non abbiamo né un sistema di rappresentazione, né analogie, né esperienza, al quale non è adeguata né la nostra vista, né il nostro orecchio ed è perfino inadatto il nostro vocabolario. L’intero nostro strumento interiore, che è accordato per vedere, sentire o almeno toccare. Niente di tutto questo è possibile. Per capire qualcosa, l’uomo deve superare i propri limiti, uscire da se stesso. È incominciata una nuova storia…».

È quanto afferma Aleksievič nell’unica sezione del libro che ritaglia tutta per sé, un’autointervista sui motivi che l’hanno spinta a scrivere a 10 anni dalla catastrofe e dopo 3 anni di incontri e interviste con vittime e testimoni tra cui annovera anche se stessa, come dimostrano i reiterati possessivi di prima persona plurale:

«La nostra storia è una storia di sofferenze. La sofferenza è il nostro culto. Il nostro rifugio. Ne siamo ipnotizzati. Ma io volevo porre anche altre questioni, sul senso della vita umana in generale, della nostra esistenza sulla Terra».

Il libro, però, non riporta le domande della giornalista, ma si presenta come un centone di monologhi, da lei solamente ordinati, intitolati e inframezzati da lapidarie didascalie del tipo ‘tace’ o ‘piange’. Non c’è uno sfondo, non vengono indicate coordinate spazio-temporali: la parola è sospesa nel vuoto, non ha bisogno di orpelli (le poche note esplicative poste alla fine non sono indispensabili alla comprensione del testo).

Incastonati tra le ‘voci solitarie’ di due donne private del loro grande amore, i tre capitoli si configurano come dei veri e propri atti di un dramma postmoderno, con movimenti ridotti dei personaggi e oggetti di scena essenziali quando non assenti. Non a caso, un ingegnere chimico dichiara di trovarsi di fronte al teatro dell’assurdo: i dosimetri distribuiti per le misurazioni delle radiazioni non funzionavano correttamente. La realtà è così incredibile che non si distingue dalla finzione:

«Io vedo il mondo in piccole scene… La via per me è un teatro, la casa, un teatro. Non ricordo mai un avvenimento nel suo insieme. Ma nei dettagli, nei singoli gesti… Nella mia memoria tutto si confonde e si mescola. Sarà la scena di un film, o l’ho letto in un articolo di giornale? O è qualcosa che ho visto, udito, osservato io stessa?».

E vale anche il contrario: si veda la testimonianza del regista e insegnante che trova nei černobyliani un pubblico singolare se non unico.

Dopo il 26 aprile 1986, infatti, il mondo si divide tra černobyliani e non. Sono davvero toccanti le storie dei sopravvissuti emigrati, emarginati, ghettizzati, relegati ai confini della società; sinceramente commoventi quelle dei bambini. Ne riporto solo una, brevissima e icastica:

«Abbiamo lasciato a casa, chiuso dentro, il mio criceto. Bello bianco. Gli abbiamo lasciato il mangiare per due giorni. Però noi siamo partiti per sempre».

Questo stile denso e conciso lascia a volte il posto ad un narrato più lento, che asseconda il fluire dei ricordi dell’intervistato. In ogni caso, la lettura procede spedita: i tecnicismi non sono di ostacolo e il tono non è mai smielato o svenevole.

In conclusione, Preghiera per Černobyl’ è un’opera polifonica nel senso etimologico dell’aggettivo, certamente non in quello bachtiniano; più difficile è stabilire in che misura possa giovare all’umanità. Senza dubbio Svetlana Aleksievič ha tracciato un sentiero in un campo che risulterà fertile fino a che la Storia durerà, ma solo il tempo ci dirà se la nuova maniera troverà altrettanto validi continuatori.

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