The Hateful Eight – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

1200x627_the-hateful-eightCari amici amanti del Cinema, si rinnova il nostro appuntamento qui su Legenda Letteraria! Nella storia di questa straordinaria Arte, certamente tra qualche tempo, è quasi certo che Quentin Tarantino sarà oggetto di uno studio attento e approfondito. Non stiamo infatti parlando di un semplice regista: Tarantino ha in sé il DNA del cineasta di razza, che più che stravolgere dei dettami e seguire la tradizione, ha creato un genere a parte, il pulp, in cui prevalgono violenza, sangue, sesso, dialoghi forti e sequenze decisamente drastiche, molte volte al limite della visione. Nel 1990 David Lynch dischiuse, quasi fatalmente, questo genere con Cuore selvaggio; tuttavia, la vera linea di continuità e di massima spettacolarità è stata offerta, indubbiamente, proprio da Tarantino. L’ottavo film della regia, The Hateful Eight (datato 2015 e il cui titolo potremmo tradurre con ‘Gli odiosi 8’), è principalmente un richiamo, almeno scenico (per costumi ed epoche) al convincente Django Unchained (2012); per quanto concerne invece la morfologia narrativa e di sceneggiatura, l’ultimo lavoro di Tarantino è, per quanto ci riguarda, un secondo Le iene (1992). Chi conosce la regia, carpirà non con grandi difficoltà quanto possa essere veritiero e giustificato tale accostamento. In The Hateful Eight, la produzione più lunga del regista, la trama offre ottimo gioco ai dialoghi e al confronto tra i vari e diversi personaggi, che nella loro unicità e differenziazione dipingono uno spaccato essenziale di un po’ tutta l’America, con le sue diversità razziali e il consequenziale e funesto odio. Volendo abbozzare dei parallelismi, si potrebbero ravvisare in questa opera alcuni richiami di non secondaria importanza: ci viene da pensare al Sidney Lumet de La parola ai giurati (1957) di cui abbiamo già parlato qualche tempo fa in questa stessa rubrica e certamente ad Alfred Hitchcock e al suo Il delitto perfetto (1954), anche questo affrontato su Legenda Cinematografica, senza però dimenticare il René Clair di Dieci piccoli indiani (1945). Un ulteriore richiamo, anche se forse un po’ azzardato, potrebbe rimandare a La casa (1981), pellicola horror realizzata da Sam Raimi.

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Alcuni dei personaggi della pellicola

Comunque sia, al di là di ogni ideale costruzione filologica basata su sintesi, confronti e paragoni, sembra lampante quanto The Hateful Eight sia figlio del ‘secondo’ Tarantino, quello più accattone, che strizza l’occhio al commerciale, in vista di un corposo business a cui badare. Il Tarantino autentico, per chi scrive, termina con Jackie Brown (1997), traguardo prima del quale il regista ha badato certamente molto di più a far divertire un pubblico scanzonato, piuttosto che a offrire un sistema filmico serioso, costruito e mentale. Questo preambolo è utile perché si possa comprendere quanto The Hateful Eight si ponga l’obiettivo di giocare (forse eccessivamente) con il pubblico, prefiggendosi lo scopo di far ridere più che raccontare.

Cinematograficamente non tutti potrebbero essere benevolmente predisposti a tale disegno, specie se poi si entra in sala con il desiderio (e perché no, l’emozione) di assistere ad un nuovo, classico pulp movie tarantiniano, che ha ormai canoni ben precisi da rispettare. Viene fuori pertanto un film bellissimo per quanto riguarda il trash (di lusso), che reca nel suo artificioso apparato dialogico, colorito e brillante, almeno il 70% del suo successo: questo The Hateful Eight è dunque un film parlato, che quasi rifiuta il movimento e la frenetica azione per seguire aspetti più introspettivi, psicologici, quasi come se si stesse parlando di una pellicola ascrivibile (anche) al genere thriller. Attraverso una regia impeccabile e debordante Tarantino rende il tutto estremamente godibile; nonostante una durata di tre ore, del tutto evitabile, il bad guy del cinema americano si riconferma geniale nel lavoro di montaggio e di sceneggiatura.

the-hateful-eight-snow-covered-jesus-1-e1451938253736Anche la simbologia è parte integrante del film: il crocifisso, giusto per fornire una chiave di lettura altra, lascia intravedere in sé un monito, in una sorta di drammatico determinismo che avvolge tutto il percorso intrapreso dai diversi protagonisti. The Hateful Eight la dice dunque molto lunga su un estro smisurato di un regista che, forse, spreca talento. Con più pragmatismo e con un pizzico di goliardia in meno quest’opera avrebbe certamente guadagnato un posto d’onore sull’altare occupato da alcuni irripetibili e superbi film d’antologia. Invece Tarantino preferisce scherzarci su, forse troppo, proponendo poi anche un finale decisamente sopra le righe, che in parte vanifica il senso del suo stesso lavoro.

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