Il silenzio – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

silenzio_ingrid_thulin_ingmar_bergman_009_jpg_ifqzCari amici, si apre ancora una volta il nostro spazio cinematografico! Oggi parliamo de Il silenzio, datato 1963, uno dei film di punta del corpus registico di una mente brillante e avanzata, quale quella di Ingmar Bergman. La regia svedese, unica nel suo genere, riusciva oltre un cinquantennio fa a proporre cose che, se ipotizzate oggi, nel pieno della nostra contemporaneità, sarebbero ancora una volta spiazzanti e futuristiche. Logicamente tutto ciò è legato all’uso della macchina da presa e a quella scena che il regista sapeva allestire, fra poche ridondanze e tanta spiritualità. La storia che alberga ne Il silenzio riguarda le vicende di due donne e di un bambino: il tema della famiglia (o perlomeno della parentela in senso stretto) è per Bergman motivo di importanti funzioni. Seguono sviluppi strani e, il film svedese, per buona parte del suo svolgimento, poggia su una ‘non comunicazione’, che procede oltre i limiti del parlato e che trova il suo compimento nell’azzeramento delle emissioni di voce, giustificando ulteriormente il titolo dell’opera. Il film ha decisamente un suo codice: la tecnica del bianco e nero funziona completamente e i personaggi sono attorniati da luoghi idonei alla storia; inoltre, l’introduzione continua in scena di determinati personaggi alimenta la curiosità da parte del pubblico. Quello di Bergman sembrerebbe essere, dalle prime sequenze, un film monumentale; tuttavia, al cospetto di un’analisi più netta e super partes, è possible riscontrare qualche granellino di sabbia in questo meccanismo, anche se ben oliato. Oltre alla solita enigmaticità, cardine della regia bergmaniana, molte sequenze sembrano purtroppo incomprensibili, totalmente fuori dallo schema logico dell’intreccio narrativo; a ciò vanno aggiunti, molto prepotentemente, il ritmo rallentato e la durata elefantiaca, che non possono non risultare fatali presso lo spettatore.

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Un fotogramma del film

La visione, dunque, ai titoli di coda risulta essere troppo sofferta e dilatata nel tempo: questa scelta registica, sembrerebbe fin troppo pesante e dunque penalizzante per il prodotto in sé. Ciò non toglie però che Il silenzio abbia, senza dubbio, una propria identità specifica e altra, e che incentri il proprio messaggio sui temi di una comunicazione umana ormai scomparsa e sul logorio degli affetti familiari e non. Il tutto attraverso un personalismo e un ermetismo tipici della grandiosa regia di Bergman.

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