Il racconto iconico: storia di una ben collaudata arma d’autore

di Fedele Menale

Nel vasto e piuttosto intricato mondo della letteratura, della critica letteraria e di ciò che latu sensu è inerente alla carta stampata, è opinione piuttosto comune che l’associazione di immagini, disegni, didascalie e quant’altro accanto all’essenzialità di un testo scritto, non implichi di per sé l’elevazione qualitativa del testo stesso ma, al contrario, vada finanche a ingrossarlo impropriamente (e inutilmente): di solito questa operazione (molto spesso di paternità editoriale) giustifica tentativi inutili di riempimenti poco gratificanti, soprattutto nel caso in cui non si tratti di testi che necessariamente implichino questo meccanismo, come accade invece per articoli giornalistici, raccolte di favole oppure fumetti.

L’utilizzo di questo stratagemma, che in relazione a un romanzo o a una storia breve potrebbe essere inteso come un orpello costoso oltre che inutile, reca però in sé alcune motivazioni di rilievo non secondario. Al di là di ogni considerazione, l’immagine, l’espressione iconica di un soggetto o di un’azione, ha intrinsecamente un valore paritetico al testo; anzi, svariate volte, risulta essere molto di più che un mero apparato collaterale della parola scritta, ma suo effettivo potenziamento. Anche per la sua natura, che la rende più assimilabile e memorizzabile in nome di alcuni complessi processi mentali di rielaborazione e ricordo, l’immagine ha un potenziale letterario fuori dal normale, poiché offre al lettore una possibilità unica, senza precedenti: quella cioè di fare i conti tra l’idea che chi vi si approccia si fa di un determinato passaggio e quella che l’autore ha invece trasferito volutamente nel testo, innescando così un confronto dialettico pluridimensionale, che prescinde da tempi e da spazi, e che rende l’oggetto libro mezzo perfetto per veicolare messaggi, rafforzare contenuti, plasmare idee.

Il valore di un’immagine è (e può certamente essere) addirittura superiore alla pagina perché proprio attraverso il suo peso l’autore cementifica una volta di più la sua volontà, facendo in modo che l’opinione personale del lettore diventi, lentamente e col tempo, l’opinione che lui ha deciso di rappresentare e di diffondere attraverso una determinata illustrazione. Questa analisi dei rapporti di forza che si innescano durante la lettura di una qualsivoglia pagina illustrata, che come detto pone l’autore in una posizione di netta superiorità e supremazia rispetto a chiunque altro intervenga nel testo, lettore in primis, aiuta a comprendere il peso di una tale operazione concettuale: dietro ogni parola vi è l’intenzione di un autore ma dietro ogni immagine essa vi è ancora di più.

Lo aveva già capito quell’Alessandro Manzoni, a metà Ottocento, che decise di finanziare di tasca sua le illustrazioni dell’edizione detta Quarantana de I promessi sposi, assoldando non solo uno staff di disegnatori per le sue intenzioni, ma creando egli stesso i bozzetti e scegliendo in modo autonomo e certosino la collocazione di ogni singola illustrazione in ogni singola pagina, addirittura disposto a eliminare, accorciare o a riscrivere parti della trama per creare quella giusta aderenza tra romanzo testuale e romanzo iconico1.

Lo comprese poi quel J.R.R. Tolkien che, il secolo successivo, corredò di disegni e illustrazioni (e addirittura di un sistema di segni e grafemi ascrivibile a una nuova lingua, quella elfica) il suo capolavoro letterario, Il signore degli anelli, che oggi non si potrebbe immaginare senza. Lo sa bene anche quella J. K. Rowling, madre di Harry Potter, la quale, a molti anni di distanza dall’uscita del primo capitolo della sua saga, Harry Potter e la pietra filosofale, un successo planetario senza precedenti, ha palesato la precisa intenzione di ristamparlo con illustrazioni ad hoc, probabilmente mossa non solamente da intenzioni di marketing, ma finanche per creare quel giusto spartiacque tra il suo prodotto letterario e quello filmico che ne è derivato poi, seppur in qualche modo da lei approvato.

Lo sa, infine, anche quel Luis Sepúlveda, autore di innumerevoli successi che, come negi altri suoi testi a partire da Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, ha deciso di ripercorrere quella strada pubblicando per i tipi di Guanda un nuovo raccontino molto gradevole, Storia di una cane che insegnò a un bambino la fedeltà, di grande insegnamento morale per chi lo legge e, ovviamente, di maggiore impatto narrativo poiché corredato da un buon apparato iconografico. Attraverso le 15 immagini totali presenti nel testo (la prima la si riscontra infatti come illustrazione di copertina mentre le altre 14 sono sparpagliate a cadenza irregolare in tutta le lunghezza del testo), l’autore corrobora quanto detto in precedenza: fornire cioè una collaterale chiave di lettura, interpretativa e visiva, dell’avventura che ha impresso su carta, dando modo di assistere di persona alle imprese di un cane coraggioso, Aufman, che da prigioniero guida forzatamente un branco di uomini (in realtà i veri animali) sulle tracce di un giovane ragazzo, che ha l’unica colpa di aver assistito a un’ingiustizia, la cacciata del suo popolo dalle terre che abitano praticamente da sempre.

Lungo il racconto, le cui implicazioni narrative non saranno affrontate in questa sede, il fedele animale scopre che quel ragazzo è in realtà il “fratello” umano, da cui si è precedentemente allontanato a causa di drammatiche circostanze. Da qui, Sepúlveda innesca magistralmente una riflessione esistenziale che porta l’animale a riflettere sulle sue sventure, legate essenzialmente alla perdita dei luoghi amati, delle persone care e della così poco considerata libertà, che si rimpiange davvero solo quando viene a mancare.

ssAlla luce di queste tematiche, diventa allora più forte per l’autore – che consapevolmente si rivolge a un pubblico piuttosto eterogeneo, formato in ultima istanza anche da lettori giovani e giovanissimi –, la necessità di comunicare in modo altro, di creare un ponte empatico tra il lettore e quel cane, la cui missione è ritrovare, seguendone tutte le tracce, il suo passato. Le poche immagini, che a prima vista potrebbero sembrare collocate così, alla rinfusa, sono invece inserite tutte in punti chiave, atte specialmente a rinforzare la sfera dei ricordi passati dell’animale; inoltre, proprio per questo, le illustrazioni riguardanti il cane e il suo giovane padrone, sono per dimensione e struttura sempre più grandi rispetto a tutte le altre, quasi a voler rimarcare una preminenza iconica (rispetto a quella testuale già implicita) dei due personaggi protagonisti della vicenda su tutti gli altri fattori in gioco, sia umani che ambientali. Interessante poi, in conclusione di queste poche riflessioni, gettare uno sguardo su quella che potrebbe essere definita una Ringkomposition iconica, ovvero una struttura ad anello, che mette in diretta comunicazione l’inizio e la fine del racconto attraverso due immagini che si richiamano specularmente una con l’altra: entrambe infatti raffigurano l’animale in una posa statica, mentre emette un ululato sofferente.

Questa scelta, certamente non casuale, ha un fortissimo valore comunicativo nell’economia del racconto, poiché lega ancora di più il lettore al suo protagonista, quasi come se quell’animale avesse il compito di accompagnare chi legge lungo la sua ricerca, dal primo all’ultimo momento, attraverso una guida esperta e fedele, capace di annusare pericoli, fornire protezione e indicare la via. Sepúlveda costruisce dunque una storia importante, densa di significati e adatta a tutti, la quale, anche per mezzo del suo bagaglio iconico, reca in sé un obiettivo allo stesso tempo tremendamente semplice e complesso: mostrare cioè che ogni sentiero irto e impervio che la vita traccia per ognuno può essere superato in ogni momento, più che con una forza materiale e fisica, con quello slancio del cuore, capace di scaturire solo da legami unici, autentici e imperituri, che nemmeno la distanza e le difficoltà potranno mai cancellare.


1.Si rimanda, per l’occasione, a un bellissimo saggio di A. Momigliano, dal titolo Il Manzoni illustratore dei “Promessi Sposi”. (Da un manoscritto inedito), tratto dalla rivista «Pègaso. Rassegna di Lettere e Arti diretta da Ugo Ojetti», Anno II – N.3, Marzo 1930 – VIII. La rivista è pubblicata da Le Monnier, in Firenze. Torna su

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