Cade la terra

di Concetta Maria Pagliuca

Per la prima volta da quando scrivo per Legenda, mi vedo costretta a dire qualcosa sull’autrice prima di condurvi per mano tra le pagine del libro.

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Carmen Pellegrino nasce a Polla, al confine tra Campania e Basilicata; si trasferisce poi a Postiglione, nel Cilento montuoso. Proprio qui inizia le prime ricognizioni raccogliendo storie e immagini di ruderi e casolari abbandonati; in seguito estende i suoi interessi ai borghi di tutta Italia e non solo. Già studiosa e scrittrice eclettica, come si intuisce anche solo dai titoli dei suoi scritti, ora esercita a pieno titolo la professione di abbandonologa. Questo neologismo, nato ad hoc, è stato coniato da un bambino, che, vedendola immersa nella lettura di un volume sulle rovine in una libreria, concluse, piuttosto compiaciuto: «Allora sei un’abbandonologa!». Da un articolo di Veronica Tomassini sul Fatto quotidiano all’Enciclopedia Treccani il passo è stato breve. In cosa consiste propriamente il suo lavoro? Rispondo riportando alcune delle sue parole tratte dall’intervista di Cinzia Ficco per l’Huffington post:

Mi interessa abitare le rovine, il contatto diretto con le cose che la storia non ricorda, inerti perché hanno perso la destinazione d’uso, la finalità tutta umana del progetto. Mi interessa anche attivare i fantasmi dell’immaginazione, a contatto con le rovine, quel tipo di immaginazione che non mette tutto a posto, ma lascia le cose così come sono, anche quando sono un inciampo. A questo aggiungerei che per chi reca con sé il sentimento dello scampato, la scoperta di un luogo dimenticato, il rifugio nell’abbandono possono diventare ogni volta l’approdo a una dimora finalmente propria. 

Sembra di leggere pagine di Francesco Orlando da Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti (Torino, Einaudi, 1993), pietra miliare della critica letteraria di ascendenza freudiana. Sintetizzando brutalmente il suo pensiero, la letteratura è il negativo fotografico della società da cui è prodotta, la sede immaginaria di un ritorno del represso (individuale e collettivo). Se affermazione del capitalismo significa affermazione di un imperativo funzionale allora la letteratura si popola di oggetti antifunzionali. Le rovine monumentali, persa la loro funzione primaria di piramide, anfiteatro, tempio, hanno acquistato col tempo una funzione secondaria, sono state rivalorizzate grazie ad una fruizione culturale, e al cospetto di questi resti della Storia – con la S maiuscola – l’uomo preromantico è indotto alla meditazione sulla propria caducità, quello tardoromantico sulla perdita irrimediabile del passato. Del tutto defunzionalizzati, invece, sono i resti di cui si occupa la Pellegrino, che sempre alla Ficco dichiara:

Credo con convinzione che le rovine comuni non siano meno importanti delle rovine ‘nobili’, perché allo stesso modo sono piene di tutte le vite e di tutte le età di chi ci ha preceduto. I resti di questi luoghi, delle case esplose nell’abbandono, pur nella loro antimoderna inutilità, stanno lì – imperfetti, fragili eppure di lunga durata – e inducono a guardare ai margini, alle storie piccole, a un passato ormai in pietra di cui siamo parte. 

Queste storie piccole e marginali stanno lì, da anni, o forse più, intrappolate nella pietra e nell’intonaco, negli oggetti ormai privi del possessore, negli ininterrotti cigolii di porte e finestre, in attesa di un orecchio attento e di una penna pronta a sottrarle all’oblio. E ora queste storie sono un libro, nella cui nota conclusiva l’autrice postilla:

[…] Mentre scrivevo, ho recuperato brandelli di memoria dagli spacchi nei muri, dai nascondigli di quelle case lacerate. Ho dovuto però nominare di nuovo le cose per farle esistere, e più profondamente. Ho cercato parole per dire non tanto una riflessione sulle rovine, ma un modo di abitarle, scoprendone la vita clandestina. Ho tratto dai ruderi una prospettiva capovolta, come un invito alla resistenza: ho visto una possibilità nelle cose lasciate a perdersi, nell’inutile. Così, prendermi cura di tutto questo puro e fittissimo nulla è divenuto un modo di stare al mondo, fra i tanti possibili. Mi ha aiutato la poesia, questa cosa povera e preziosa, questa cosa di tutti che è esperienza del mondo, che è un atto di pace […]. 

«Nominare di nuovo le cose per farle esistere». La mia mente è volata immediatamente ad una delle poesie più belle di Montale, Xenia II, 14, L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili. All’indomani dell’alluvione che mise in ginocchio Firenze nel ’66, Montale ricorda gli oggetti irrimediabilmente perduti e ridà loro vita chiamandoli all’appello nei suoi versi. Tutto sommato però, la poesia si conclude con una nota positiva, quella del coraggio alla resistenza. Del tutto pessimista, anzi nichilista, invece, è la conclusione di una poesia che proprio la Pellegrino ha citato nell’intervista alla Rai, Intervista ad un suicida di Vittorio Sereni:

vittorio-sereni[…]
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti dal cuore delle città
sulle città senza cuore –
cosa può essere un uomo in un paese,
sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai

Agli archivi, quelli fisici con le loro testimonianze storico-antropologiche, e quelli virtuali delle memorie individuali, la scrittrice non manca, con un atto ammirevole di onestà intellettuale, di rendere grazie alla fine del suo libro, una rilegatura di pagine fruscianti inizialmente concepite per raccontare di un borgo preciso, Roscigno Vecchia, e della sua ultima abitante, Teodora Lorenzo, detta Dorina. Il titolo, Cade la terra, è ripreso direttamente da una poesia di Rainer Maria Rilke, intitolata Autunno:

Le foglie cadono da lontano, quasi
giardini remoti sfiorissero nei cieli;
con un gesto che nega cadono le foglie.
Ed ogni notte pesante la terra
cade dagli astri nella solitudine.
Tutti cadiamo. Cade questa mano,
e ogni altra mano che tu vedi.
Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno
con dolcezza infinita le tiene nella mano.

Per il poeta, dunque, l’esperienza della caduta è senza dubbio positiva, come dimostra la «dolcezza infinita» di quest’ultimo verso, al contrario del romanzo della Pellegrino, in cui l’immaginario – ma non troppo – borgo di Alento, proprio come quello di Roscigno Vecchia, frana rovinosamente da decenni. Agli abitanti non resta che emigrare in luoghi più sicuri: i ricchi potranno costruirsi case ancora più sfarzose e i poveri non avranno poi molto da rimpiangere. Alla fine degli anni ’60 il loro esodo sarà terminato, con la sola eccezione di un’abitante, una giovane ex suora di nome Estella che vive in compagnia del fedele cane Gedeone.

piattoAccolta in casa della facoltosa famiglia dei de Paolis, rispetterà scrupolosamente il contratto stipulato a vita come istitutrice del rampollo Marcello, ragazzo viziato e sprezzante – se non feroce – nei confronti dei meno abbienti, che definisce ‘bifolchi’, ‘zappaterra’, ‘poveracci’. Sulle storie di questi due personaggi, però, non ci redarguisce un narratore onnisciente che guarda dall’alto e considera gli eventi globalmente, ma essi stessi, che, nella prima delle tre parti in cui è diviso il libro, a capitoli alterni si raccontano in prima persona e ci fanno conoscere i fatti dal di dentro. Il passaggio incipitario è ambientato nelle ore precedenti una cena; Estella, in attesa degli ospiti, immagina il loro arrivo e ripensa ai preparativi che l’hanno tenuta impegnata:

Nei giorni scorsi ho preparato la stanza, facendo un po’ d’ordine nell’incuria. Ho lucidato la vecchia credenza, che si è sgranchita dal torpore con un gemito simile al vetro quando si frantuma, e ora mi pare maestosa, imponente. La nicchia di ferraglia, invece, si è contratta come infastidita quando le ho infilato dentro il ritratto di mia madre: una volta all’anno, che lo voglia o no, deve tenerselo. Nel mezzo della parete che dà sulla piazza la finestra ha ancora la grata di ferro, anche se la ruggine l’ha mangiata dall’interno come fanno i vermi con le pance dei bambini. Per ora ne mantengo aperti gli scuri, ma poi dovrò socchiuderli, anche se i miei ospiti ne rimarranno offesi e mi guarderanno storto perché la finestra è l’unico spiraglio sull’olmo. Tuttavia sono costretta a farlo: se gli scuri sono accostati non vedono la loro figura riflessa nel vetro e non si mettono a tremare.
Nelle altre stanze non vanno mai. E poi sono chiuse, le persiane cadute, le sedie coperte di pietre. Di quando in quando, appena intimoriti dai piccoli schianti, si lanceranno occhiate; poi mi guarderanno commiserandomi, io farò altrettanto con loro, ma nella contesa degli sguardi sarò io a soccombere.

Il primo effetto è quello del dubbio e dello straniamento: perché il ritratto della madre viene tirato fuori in questa occasione? Chi sono gli invitati che rabbrividirebbero nello specchiarsi? A cosa sono dovuti gli sguardi di commiserazione? Questi interrogativi, e tanti altri, troveranno risposta molte pagine dopo. Non ci stupisce, anzi, quasi ci è familiare, la descrizione dell’interno degradato, che rientra tra gli esempi più calzanti del non-funzionale di cui parla Orlando e di cui è popolata larga parte della letteratura dal primo Ottocento in poi. Altro elemento degno di nota in questo primo estratto è l’antropomorfizzazione degli oggetti, evidente nella credenza ‘sgranchita’, nella nicchia ‘contratta’, ‘come infastidita’, nella ruggine che ‘mangia’ la grata di ferro ‘come fanno i vermi con le pance dei bambini’. Andando leggermente avanti nella lettura, viene rievocato il giorno dopo il ritorno della protagonista nel paese d’origine:

L’indomani, alle prime luci del giorno, vennero da Napoli per riprendersi l’abito da monaca, forse avvisati dal parroco; vennero proprio per strapparmelo di dosso e io restai nuda sul sagrato, con il cane che faceva del suo meglio per impedire ai passanti la vista delle mie vergogne. Rimasi in quello stato fino a quando non si avvicinò una vecchia, tutta vestita di nero, che vedendo com’ero ridotta non fece gesti di raccapriccio, non si portò le mani sugli occhi dicendo «Paiorda!», come avevano fatto gli altri. Lentamente depose a terra la gerla che aveva sulla schiena e con le sue mani piccole, piene di crepe, ne trasse una veste leggera, a fiorami, come ne portano le donne in campagna; la distese con un movimento delicato, fece per scuotere la polvere e me la porse. Subito la presi dalle sue mani e la indossai come se fosse una coperta d’agnello, ma non ebbi il tempo di ringraziare perché in un momento la vecchia era già lontana, inghiottita dalla strada con la sua gerla di nuovo sulla schiena. Ripresi a camminare per il paese, poggiandomi di tanto in tanto a qualche alberello che, illividito dal freddo quanto me, mi accoglieva con aria di modesta protezione.

Anche gli alberi, come gli oggetti prima menzionati, partecipano, quindi, della natura umana. La metamorfosi investe anche la casa, descritta come una bestia morente dalla pelle ferita laddove, invece, le rughe nelle mani della vecchia prima menzionata vengono paragonate a delle crepe:

In questa casa sono passati molti degli alentesi: il paese vi entrava e si perdeva a poco a poco, lasciando la sua ombra sulle pareti, un’ombra che vi giace ancora ed è tutta l’eredità di quegli anni. Non è gran cosa questo tutto che mi resta, lo so. D’altronde, come potrei avere la presunzione di trattenere di più della grazia di un’ombra che passi sui muri, se fuori il vento ha rotto le persiane e dentro l’intonaco viene via dalle pareti? Nella memoria porto i gesti, le moine dei ricordi, mentre davanti a me non c’è che questo modo della casa di restarsene in se stessa, curva come una bestia morente che tenta il riposo. Non crederò inutilmente alla perpetuità, so bene che la casa non ci sarà per sempre, ne vedo le crepe, gli scoppi nella struttura. Se mi avvicino ai muri ne carezzo la grana, la tocco come una pelle ferita. Così, penso, fintanto che si tiene – se questa grande casa resiste, se resiste pur ridotta così, se ce la fa e ce la fa – posso resistere anche io, un giorno buono e l’altro no, una ferita via l’altra, in questa mia dimora provvisoria, in questo posto in cui stare, solo un po’, ancora un po’. E poi ci sono loro, tuttora la casa li aspetta, benché si mostri sciupata da nottatacce, rotta in molte sue parti. Mentirei se dicessi che non vi fanno caso: li vedo guardarsi intorno e guardare le travi; tuttavia, posseduti dall’attesa, essi non mancano mai all’incontro con la casa come fosse una sposa. Io li ricevo nella stanza che guarda sull’olmo – l’albero sotto il potere della notte che ci libera dalla grande afflizione del reale – e insieme, nella veglia, crediamo di livellare destini.

Ancora effetti stranianti: se gli ospiti incontrano la casa come fosse una sposa, perché l’attesa diventa una veglia in cui si livellano i destini e quindi una veglia funebre? La risposta la troviamo tra le righe seguenti: la casa sta per andare in sposa alla morte e l’antidoto trovato da Estella per non cedere all’abbandono totale è far tornare tra i vivi i compaesani defunti che le sono venuti in sogno servendosi della memoria, mettendosi all’ascolto delle cose a loro appartenute, raccolte rovistando nelle loro case ormai vuote. Specularmente ai morti che ritornano a popolare il paese, prima la signora de Paolis, poi Estella imparano a diventare morte tra i vivi, tentando in questo modo di lenire i propri dolori:

Fu dopo la morte del marito che Ada de Paolis cominciò a chiudersi nel salotto dei papaveri, dapprima di tanto in tanto, poi sempre più spesso. Appena mi resi conto di ciò che accadeva fra quelle mura, cercai in ogni modo di dissuaderla, ma non mi ascoltò. Ho capito in seguito che non riusciva a fare altrimenti: senza il marito era come un fiume senza sponde, un cuore che si educa a morire, simulandosi morto fra i vivi e vivo fra i morti. Mi chiedo ora se non avesse ragione lei. È infatti una pazzia credere che basti aggrapparsi a chi è restato. È anzi vero il contrario. Sediamo presso i morti che ci divengono così cari, ne ascoltiamo le parole il cui senso abita in noi e non dobbiamo fare altro che riconoscerlo. Talvolta essi ci ricompensano, quando ritornano a casa nelle forme più strane. D’altronde, nessuno fra i morti se ne va completamente, così come fra i vivi nessuno ci sarà mai del tutto. Presso i morti possiamo cessare di ricoprire il dolore con un suono di campane, nel tentativo ostinato di mandarlo via. Il dolore fa il suo giro, che non ha nulla di chiaro. Qualche volta diviene inerte, come una cicatrice. Altre volte si conficca come una spina sotto l’unghia, e lì resta. In ogni caso ci accomuna tutti.

Ma c’è una differenza fondamentale tra il dolore di Ada e quello di Estella: il primo è generato da una perdita, il secondo da un’assenza. Estella non ha mai ricevuto veramente affetto o lo ha rifiutato quando si è presentata l’occasione; vive in preda a quella che la Pellegrino stessa ha definito, nell’intervista di Pietro Russo per criticaletteraria.org, ‘nostalgia dell’inaccaduto’. Lo veniamo a sapere innanzitutto per bocca di Marcello, che oltre a definirla ‘disturbata’, ‘pazza’, ‘gattamorta’ ci restituisce questa fulminea descrizione:

Le spiavo gli occhi che erano biglie di vetro, e mi pareva che le palpebre non calassero mai a bagnarli; le spiavo la bocca rigida, come di chi non è mai stato baciato; e i capelli, quei capelli di un giallo spiga che le andavano giù per le spalle, spezzandosi sulla fronte in un ruffo più corto: ne avrà avuto uno così anche sul sesso impenetrato!

Nella seconda parte del libro, una pinacoteca coi ritratti di altri abitanti del paese, dipinti nei loro caratteri essenziali e incasellati ciascuno in un capitolo, Estella diventa un impeccabile registratore di pensieri e azioni altrui, tanto che sembra quasi aver vissuto dentro, oltre che accanto, ai personaggi di cui ricostruisce la storia. Tutto quello che sa non è il frutto di dicerie e testimonianze riportate, ma risultato delle insolite riunioni a cui questi hanno preso parte. C’è Cola Forti, l’idealista rassegnato; sua figlia Libera, antifrasticamente costretta ad un degradante matrimonio; Giacinto, il banditore quasi cieco che desidera ardentemente il berretto gallonato promessogli; Lucia Parisi, una cui distrazione vanifica una lunga attesa; suo padre Consiglio, divorato da un lutto insuperabile, e infine Maccabeo, il commerciante arricchito i cui progetti sono stravolti dalla Storia. Non vi riassumerò qui le loro vicende, sarei costretta a omissioni e banalizzazioni, lascio a voi la lettura. Vi dico solo che in queste sei storie ho trovato un elemento comune: il tradimento subito. Tradimento di fiducia, tradimento di affetti, tradimento di ideali quali la Patria e la Giustizia.

letteraIn realtà anche qualcos’altro fa da filo rosso: la presenza della carta scritta, quella dei giornali e quella delle cartoline, spesso avvolti da un alone di sacralità. I fili del racconto convergono infine nella terza parte, incentrata sulla cena organizzata annualmente da Estella, in cui si materializzano cibi squisiti e i fantasmi degli alentesi sopracitati, che, pur essendo visibili solo ai suoi occhi, acquistano una consistenza incredibile. Il punto di vista è tutto della protagonista, che, in quanto padrona di casa, si impegna a servire gli ospiti e intrattenerli. Questi però non sembrano entusiasti, né dei regali ricevuti, né dell’invito stesso. Vorrebbero continuare indisturbati la loro non-vita, oppure vorrebbero essere rievocati sciolti dalla zavorra del passato:

«Se non riuscite a fare a meno di noi,» continua [Consiglio Parisi] «chiamateci pure, ma non per ricordarci chi siamo. Chiamateci per farci indossare abiti di vento. Toglieteci da questa pena di polvere, è insano lasciarci bocconi. Fateci camminare in mezzo a voi con passi burattini, leggeri e volubili. Chiamateci per cambiarci i destini.» «Cambiare i destini. Cosa significa?» chiedo facendo gli occhi stretti, ma invero penso alla terra che li ricopre e che ormai avrà imparato il loro nome.

Ai loro occhi e a quelli di Marcello, il metodo trovato da Estella per ovviare alla solitudine è addirittura crudele; al contrario, il lettore è portato a sodalizzare fino in fondo con lei, ad abitare con lei una casa con le scuri chiuse che riceve la luce proprio attraverso quelle crepe così minacciose per chi non è abituato a contemplarle. Chi tra gli alentesi emigrati crede che sia claustrofobicamente intrappolata sbaglia il punto di vista. Estella è l’ectoplasma sfuggito al tempo umano che ha scelto volontariamente di risiedere nel limbo. E questo libro, infine, ci convince proprio che, per dirla con parole di Elsa Morante: “fuori del limbo non v’è eliso”.

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