Revolutionary Road – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

1876Cari amici e cultori del Cinema, ben ritrovati nel nostro spazio comune di riflessione e analisi sull’Arte che tanto amiamo! Oggi parliamo di Sam Mendes, certamente una firma non banale per quanto riguarda i canoni cinematografici contemporanei, artefice di film ammalianti e non comuni – uno fra tutti American beauty (1999), che ha collezionato svariati premi Oscar e ha consacrato in via definitiva un superbo Kevin Spacey – e altri certamente più commerciali, capaci di attrarre le masse del grande pubblico. Revolutionary Road trova posto tra quelle pellicole capaci di non fotografare appieno lo stile di un regista premiato e importante qual è appunto Mendes. Il film, datato 2008, rivede insieme una coppia che travolse, anni prima, le folle oceaniche di un pubblico vasto e vario: stiamo parlando di Kate Winslet e Leonardo DiCaprio, i quali, a seguito dell’incommensurabile e inarrivabile successo di Titanic (1997), ritornano a recitare insieme, con risultati differenti proprio perché legati ad un differente gioco di intrecci e situazioni. Questo di Mendes è un prodotto fine e devoto alle dinamiche della borghesia americana degli anni Cinquanta del Novecento: Revolutionary Road ripropone dinamiche e problematiche di caratura borghese, nelle quali si evincono protagonisti molte volte muniti di un’armatura potente e invisibile, che li porta a sognare situazioni ‘altre’, contingenti a quelle concrete, ma che però nel corso della proiezione restano effimere e astratte, capaci solamente di indurre effetti collaterali negativi, sospesi tra il dramma e la morte. Questo Revolutionary Road, dunque, è un canto melodrammatico, fatale, che prosegue così per tutto il tempo della sua durata; la colonna sonora è semplicemente poesia e si incastra al meglio non solo con le immagini che scorrono, ma finanche con il contesto generale della produzione.

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Un fotogramma del film

Per lo spettatore la visione potrebbe essere, in ogni caso, positiva; a nostro avviso, tuttavia, l’impressione che si ha una volta giunti ai titoli di coda si basa su una considerazione propriamente estetica, secondo cui tale pellicola si rende portatrice di una potenza drammatica troppo elevata (e in certo senso pesante da sopportare), che inevitabilmente non potrebbe di per sé spingere verso una seconda o addirittura una terza visione. Oltre a riguardare una mera e soggettiva questione di gusti, la presenza di tale preminente patina drammatica non può non essere interpretata come un punto di forza nell’apparato cinematografico imbastito da Sam Mendes. L’analisi, a questo punto, intende fermarsi: è inutile per noi proseguire nella descrizione accurata dei sentimenti e della morale finale del film (la denuncia al mondo delle cose mediocri è certamente lampante); resta però, nella fattispecie tecnica, il commento molto positivo sulla grande prestazione attoriale del duo e su una fotografia eccezionale, a tratti quasi incantata.

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