Il dialetto come lingua letteraria nella “scrittura alla Camilleri”

di Fedele Menale

Abituati a immergersi nelle intramontabili storie del commissario Montalbano, ci si sorprende notevolmente della duttilità di Andrea Camilleri nello scrivere qualcosa d’altro, qualcosa di diverso, che esula senza dubbio dalle sue storie più famose senza per questo riuscire a staccarsi completamente dall’universo cittadino di quella Vìgata, che i lettori più accaniti e affezionati hanno imparato ad amare come luogo misterioso, avventuroso e indubbiamente unico.

La targa, piccolo libricino pubblicato ormai qualche tempo fa e che troviamo ben saldo in vetta alle classifiche di questo ultimo periodo, è anche questo: luogo di una storia altra, diversa, in cui un terribile segreto personale coinvolge senza un attimo di respiro l’intera collettività. Tralasciando trama e contenuti, già analizzati nei particolari dal contributo precedente, in questa sede è opportuno gettare uno sguardo sulla particolare linea linguistica adottata dall’autore in merito alla sua storia. Innanzitutto, leitmotiv cardinale della “scrittura alla Camilleri” è il massiccio uso del siciliano.

Balza subito, violentemente, agli occhi del lettore la non secondaria volontà di assoggettare tutto sotto il potere di un dialetto verace e dai contorni molte volte sfumati, che reca in sé la necessità alla ricorsività: il gioco dei rimandi e dei ritorni è parte integrante della storia e ciò che può essere inteso come limite dell’impianto narrativo è in realtà un suo punto di forza. L’assoggettamento forzato al siciliano non solo fornisce al racconto una maggiore pregnanza veristica ma permette finanche di calarsi totalmente nel contesto in cui si muovono, vivono e agiscono i personaggi, fino a diventarne uno di loro che, da lontano, sullo sfondo, assiste alla messa in scena che si sta consumando.

Non è infatti da sottovalutare il grado di drammatizzazione (e di teatralizzazione) dei vari contesti descritti, che solo il dialetto in sé può innescare e acuire, rispetto all’Italiano cosiddetto standard che generalmente utilizziamo, sia nello scritto che nel parlato, in contesti più o meno formali.
Difatti, lungo la lettura, si può notare anche quanto questa seconda varietà sia presente, rispetto al dialetto, all’interno delle pagine che sanno di sicilianità: i rappresentanti del circolo Fascio & Famiglia, in fasi di riunione, discutono infatti tra di loro, quasi sempre animatamente, in un Italiano standard ben codificato, altisonante e assolutamente privo di cadenze dialettali, nei momenti di trattazione di questioni ritenute della massima serietà e importanza, e per questo lontane dalle beghe del popolino anche se per il popolino.

L’Italiano (e non il dialetto, in cui tutto il mondo di Vìgata è assuefatto) diventa dunque quello strumento ideale e concreto attraverso cui viene stabilita la decisione per tutti, in particolare per l’onore e la rispettabilità dell’intero corpo municipale e cittadino, oltre che per la memoria del dedicatario della targa che dà titolo al racconto. In questa metodologia, si potrebbe ravvisare non solo la preoccupazione dell’autore di attenersi al vero (difatti il Regime Fascista ritenne bene eliminare, o quanto meno tentare di arginare, in una via che poi si rivelò essere davvero molto aleatoria, l’uso del dialetto in tutte le sue forme, non confacente alla pura e sempiterna razza italica, che rivelava soprattutto nella lingua dei Padri, Dante Petrarca e Boccaccio, stille di incorruttibile purezza), ma anche di rivelare quanto l’unità linguistica fosse, nel periodo in questione (la prima metà degli anni ’40 del Novecento), ancora una faccenda per pochi eletti (e difatti è bene notare anche quanto i dialoghi siano imbastiti tra avvocati, docenti, e fieri membri della borghesia medio-alta di Vìgata).

L’uso di varietà linguistiche diverse dà dunque accesso a diversi piani di interpretazione del racconto e, fisiologicamente, a vari punti di vista differenti, di cui il lettore può rendersi immediatamente conto man mano che si prosegue nella lettura. Infine, per ritornare al dialetto siciliano da cui si è partiti per queste poche riflessioni, non si può non notare quanto il suo uso produca una prorompente e onnipresente carica umoristica lungo tutto l’arco della narrazione, che l’autore utilizza in modo sapientemente goliardico, per porre l’accento su alcune questioni private dei vari personaggi: l’uso di proverbi, di espressioni colloquiali e vernacolari (non sempre intese da chi non padroneggia il siciliano) e di riflessioni a tu per tu con il lettore, producono molte volte un sorriso in chi vi si approccia, poiché disvelano lentamente il senso di alcuni comportamenti costruiti, non autentici, che molti personaggi sono costretti ad imbastire in nome di una propria, candida e bramata rispettabilità pubblica.

Indugiando nel privato con la sua eccezionale lente da scrittore, Camilleri ci conduce negli spazi domestici di un’inconsolabile vedova che ben presto smette di versare lacrime o, sul finale, allargando l’orizzonte geografico del racconto, ci lascia comprendere la vera caratura del personaggio perno del racconto, in cui tutto non è assolutamente come sembra, prima di comporre un finale che fulmineamente annulla ogni digressione o tentativo di soluzione.

La targa mostra dunque, ancora una volta, e se mai ce ne fosse bisogno, quanto una scelta altra, differente finanche nelle sue realizzazioni linguistiche, e ben filtrata dalla maestria di un genio del racconto qual è Camilleri, possa risultare sempre vincente (e godibile) dal punto di vista narrativo e letterario.

 

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