Il segreto del demoniaco dottor Alker

di Marta Compagnone

Il segreto del demoniaco dottor Alker è un romanzo edito da Albatross editore, opera d’esordio di Alessandro Lisi, docente di geografia presso l’Istituto Comprensivo De Cupis di Tor Sapienza, Roma.

La storia, che si svolge tra Torino e gli affascinanti paesaggi della Val di Susa, è molto ben costruita ed intriga fin dalle prime pagine: un delitto commesso trent’anni prima ai danni di Elena, una donna bellissima e molto facoltosa, ingiustamente scontato da uno dei protagonisti, suo marito Armando, grida giustizia. Egli, uscito di prigione e rifugiatosi in montagna, trova nell’amico di sempre Vittorio, il solo disposto a credere alla sua innocenza ed anche un complice che desidera aiutarlo nel suo proposito vendicativo ai danni di quello che Armando ritiene responsabile dell’omicidio di Elena e fautore del suo dramma personale, il medico torinese Andrea Alker, amante di sua moglie.

Questo l’intreccio narrativo principale; da qui si diparte una intricata spirale delittuosa innescata dalla “macchina della vendetta”, che culminerà in un inaspettato colpo di scena finale, che non solo farà luce sulla verità dei fatti così come si svolsero trent’anni prima ma porterà a galla il terribile segreto del dottor Alker, custodito nell’inaccessibile bunker della propria abitazione, che svelerà il suo legame ad un mondo e ad una storia da dimenticare.

La costruzione dei personaggi è curata nei minimi particolari; essi tuttavia non appaiono caratterizzati tanto fisicamente ma, mediante un procedimento che si potrebbe definire manzoniano, si svelano attraverso i loro pensieri e le loro azioni. Anche i dialoghi risultano funzionali a tal proposito e dunque rivelatori delle psicologie e dei moti interiori alla base della loro emotività. Inoltre, i discorsi diretti tra i protagonisti occupano una porzione cospicua della narrazione; in tal modo il lettore apprende direttamente da loro fatti, pensieri e piani da mettere in atto, notando quanto essi siano coinvolti e travolti dal meccanismo dostoevskiano di delitto e castigo che non lascerà immune proprio nessuno.

L’azione delittuosa commessa trent’anni prima e rimasta impunita per troppo tempo innesca una sorta di sanguinaria reazione a catena. Non sarà possibile salvarsi, dunque, dal tranello della vendetta, che contrariamente ad ogni aspettativa non recherà alcun sollievo ma condurrà quanti su di essa faranno affidamento alla peggiore delle conclusioni, in cui vittime e carnefici finiranno per scambiarsi i ruoli e diventerà difficile scindere nettamente i due confini.

Il senso di giustizia è mistificato dai due protagonisti i quali risultano in preda ad un senso di rivalsa che alla fine li rende non liberi ma prigionieri: Armando pur essendo uscito di prigione in realtà vi resta e finisce per portarci dentro pure Vittorio. I fantasmi del passato lo tormentano, il torto che ha ingiustamente scontato lo assilla ed una volta riavuta la sua libertà, invece di guardare avanti e cercare di vivere serenamente gli anni che gli restano, rimane legato, impigliato in una catena che non è più fisica ma mentale. L’unico modo che trova per spezzarla è architettare, con il fidato amico Vittorio, un piano che, a suo avviso, avrebbe dovuto svolgere il compito della giustizia, così come doveva essere dall’inizio.

Non ci sono vincitori: escono tutti sconfitti perché non riescono ad evitare la contropartita sempre tanto amara della vendetta.

Dunque il romanzo funziona sotto molteplici punti di vista: a livello narratologico ha il ritmo e la suspence tipici del thriller; i personaggi agiscono animati da convinzioni e motivazioni che si svelano di volta in volta nel corso delle pagine; i temi sottesi al racconto offrono indubbiamente spunti di riflessioni profonde che emergono con forza, nonostante la trama sapientemente costruita in maniera intrigante e la possibilità di fare dei parallelismi sia con la tragedia eschilea, in particolare con la trilogia dell’Orestea tutta costruita sul tema della colpa, sia con il romanzo di Dostoevskij, Delitto e Castigo. In entrambi gli autori, alla fine, i protagonisti si rimettono alla giustizia divina, evitando in tal modo il procrastinarsi di una pericolosa spirale della violenza per mano umana. Nell’opera di Lisi emerge invece un’antropologia negativa: gli uomini si fanno giudici e decidono di ed anche come agire, facendosi però inghiottire dall’azione delittuosa a cui danno inizio.

In un siffatto contesto l’unico deus ex machina che metta fine alla nemesi non può che appartenere al mondo umano stesso (più che divino): sarà la mano provvidenziale di uno dei personaggi più interessanti del libro, il maggiordomo Alceste Orlandi, a fermare la catena di delitti e a sventare l’ambizioso quanto disumano piano in cui Alker investiva da tempo energie e risorse.

In conclusione, Lisi attraverso una storia accattivante e ben strutturata, racconta gli uomini, i sentimenti che li animano, i rapporti che li legano, le motivazioni che li spingono ad agire, talora nel bene talora nel male, con la convinzione però che siano sempre solo loro stessi gli artefici del proprio destino che, in un modo o nell’altro, ritorna sempre a chiedere il conto di quanto e di come si è seminato.

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