Andrea Camilleri e il grottesco nazionale

«L’eroe nazionale nasceva all’insegna della finzione
anziché della storia o della realtà»
Un paese senza eroi.
L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano
Laterza 2013

di Martino Santillo

La targa di Andrea Camilleri è un breve racconto di carattere storico. Entriamo da subito nella definizione e nel testo di Camilleri. Tutto comincia con la Storia, che è sfondo, oggetto e messaggio di queste poche pagine pubblicate nel 2011 come inserto del «Corriere», recentemente ripubblicate da Rizzoli, e, come sempre per lo scrittore siciliano, diventate un successo.

La Storia, infatti, è il cardine cui tutto ruota in questo racconto: ancora una volta quindi la Storia nella storia. Le vicende che smuovono il paesino di Vigata cominciano

«La sira dell’unnici di jugno del milli e novicento e quaranta, vali a diri il jorno appresso alla trasuta ‘n guerra dell’Italia allato all’alliata Germania».

I protagonisti sono i membri del circolo Fascio & Famiglia alle prese con un’operazione all’apparenza semplice, ma che si rivela nel corso del racconto come un vero e proprio grattacapo.

Il racconto quindi ha uno sfondo storico ben preciso, e i suoi personaggi però non né fanno parte, o meglio hanno in quel periodo storico una funzione forse non attiva, ma non di meno partecipano alla Storia, e su questa partecipazione, crediamo, vuole farci pensare Camilleri, proprio grazie a quell’operazione tanto semplice quanto complicata.

L’intitolazione di una strada a uno dei membri più anziani del circolo, dall’illustre carriera fascista, si trasforma in un’operazione storica di difficile risoluzione. Scegliere un personaggio da porre su una targa, a titolo di una strada, vuol dire celebrare un uomo illustre e trarre lustro dalla celebrazione. Spesso, in questo modo si subordina l’uomo all’idea! Ma quanto è sovrapponibile quest’idea di mitizzazione? Se qualcosa va storto tutto rischia di diventare un disastro. Camilleri ci racconta proprio questo: un’operazione storica molto delicata in un periodo storico fortemente simbolico, un periodo caldo dal punto di vista identitario, in cui è forte il senso di nazione e di nazionalismo. Il defunto è Emanuele Persico, un uomo riverito e rispettato

«aviva novantasetti anni e assimigliava cchiù a uno schelitro caminante, sia puro uno schelitro con una gran varba bianca, che a un omo. […] Nel milli e novicento e vintidù, a sittant’anni passati, era stato squatrista arraggiato, col manganello e l’oglio di ricino, e si era fatto la marcia su Roma. Binito Mussolini, che l’aviva notato, l’aviva acchiamato «nonno» e aviva voluto che sfilassi ‘n prima fila, subito appresso ai quatrumviri della rivoluzioni, a braccetto di un giovane fascista manco diciottino».

Alla morte del Persico il circolo di Vigata propone che si intitoli una strada alla memoria del veterano, esempio di virtù e onore fascista. Poi però, il desiderio per la povera vedova porterà scompiglio tra i membri, e il dottore Alletto deciderà di far luce sulla vita del Persico. Il veterano del ’22, il fascistissimo don Persico diventa in breve un assassino di fascisti, poi un fervente patriota garibaldino, e poi ancora un vile criminale. Questa rassegna delle vite del Persico diventa una rassegna della recente storia italiana. La targa che recita Emanuele Persico caduto per la causa fascista, diventa Emanuele Persico provvisoriamente caduto per la causa fascista (esilarante a dir poco), poi Emanuele Persico in attesa di definizione, Emanuele Persico patriota e garibaldino, poi Emanuele Persico un italiano, per tornare all’originaria via dei Vespri siciliani. Questa carrellata di titolazioni, che anima il grottesco teatrino messo in scena da Camilleri, mostra come sia difficile riuscire a far ordine nella vita del Persico e, in chiave simbolica, come sia difficile riuscire a trovare un’immagine unitaria e non contraddittoria, o almeno non ambigua, che possa funzionare come emblema e simbolo di un valore identitario.

Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano – di Stefano Jossa dal quale sono tratte alcune riflessioni presenti nell’articolo.

Nel periodo fascista, c’è quasi un disperato bisogno di simboli autoritari che possano fornire un senso delle istituzioni e della comunità nazionale. Per fare questo bisogna costruire un complesso sistema di factum et fictum eventi e immaginazione, in cui i personaggi storici possano assumere il ruolo di eroi nazionali, simboli per la comunità, e di tasselli di una storia comune in cui ci si possa riconoscere, congiungendo passato e presente in un’appartenenza complessiva.

In cosa i vigatesi devono rispecchiarsi? In fascisti di ferro o in fascisti di comodo dal passato antifascista? In patrioti? Nel solo aggettivo italiano? Questa necessaria ricerca di una funzione simbolica si risolve nella rinuncia, o meglio nel ritorno all’origine, come se si decidesse di lasciar invariati i miti e i culti precedenti, eppure la scelta della titolazione, o meglio il ritorno a via dei Vespri siciliani ha comunque un che di simbolico, quasi a dire che il processo unitario prima, e il Fascismo poi non siano riusciti a imporre simboli e miti nazionali duraturi.

Clicca sull’immagine per leggere “Il mito dei vespri” di Marcello Benfante del 22 marzo 2011, su «la Repubblica»

L’operazione messa in pratica pecca nel cercar di mettere ordine nella storia troppo recente, ed è proprio la Storia che si fa beffe dei vigatesi, mostrando loro come le vicende della recente nazione italiana siano ancora troppo vicine per essere mitizzate senza che queste si mostrino nel loro aspetto più concreto. Come sosteneva Bachtin un eroe deve sostanzialmente evitare lo scontro con la Storia, deve essere pensato «su un piano puramente letterario», e invece il nostro fascistissimo nella sua candidatura ad eroe per Vigata si scontra proprio con la Storia recente che lo inchioda come criminale, precludendogli ogni via di eroismo e valore.

Non potendo celebrare a Vigata un martire per la causa fascista, si ripiega su un patriota garibaldino, per poi riconoscere che essere italiano non sia un merito sufficiente per un nuovo eroe e, infine, arrendersi al mito del Vespro che, «invincibile e sovrano, scalzava le contraddizioni della storia, le inquietanti aporie del reale, per assurgere a candido emblema», aggiungiamo noi, di un passato abbastanza passato da valere come piano letterario in cui riconoscere un’origine e un’identità.

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