La narrazione del Futuro

di Martino Santillo e Fedele Menale

“Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto;
per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè”
Decameron
, VI, 1.

Così il Boccaccio sintetizzava (attraverso una significativa ramanzina rivolta da Madonna Oretta ad un suo accompagnatore, colpevole di non saper allietarla con storie ben costruite, ma ‘fin troppo dure’ da ascoltare), l’arte del parlar bene, del raccontare, cioè del contare in ordine, dello svolgere ad arte, appunto, la narrazione. Con queste poche parole lo scrittore sintetizza un concetto cardinale: il raccontare, il saper creare immagini attraverso un accorto uso della parola, è ciò che è alla base di ogni umana esperienza comunicativa, di ogni progetto condiviso, di ogni pensiero che si fa strada e che da immateriale diventa sempre più concreto.

Richiamiamo questo celebre passo del Decameron per parlare de Il coltello e la rete. Per un uso civico delle tecnologie digitali (Ediesse, 2015), racconto condiviso di Nicola Cotugno, Maria D’Ambrosio, Vincenzo Moretti, Colomba Punzo, Alessio Strazzullo, Mariateresa Turtoro.Si tratta di una narrazione-reportage relativa all’ultima impresa del buon Moretti, ideatore stavolta del progetto Uomini e macchine, promosso dall’Osservatorio Lavoro Ben Fatto. Il testo muove da un obiettivo specifico: favorire interazioni tra il complesso mondo della tecnologia e l’uso che ogni essere umano, nel proprio piccolo, possa e intenda farne, come del resto inserito poi in reti sociali più allargate e strutturate. Si tratta di una sfida ingente, intelligente e caparbia, che concretizza il suo essere giorno dopo giorno: abituare l’individuo ad un uso consapevole delle tecnologie, proprio perché parte di esse e non solo utilizzatore distaccato e passivo.

Per giungere a ciò Moretti e i suoi hanno chiamato in causa, o meglio hanno interrogato, le nuove generazioni, mettendo in gioco un esercito di studenti dell’Istituto Comprensivo Marino Santa Rosa di Ponticelli, dell’ITI Galileo Ferraris di Scampia, e dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, scandagliando gli interesse e le attitudini di esponenti di differenti fasce d’età, per ottenere un risultato che parlasse in maniera più ampia possibile. Punto focale della loro sperimentazione è stato per l’appunto la narrazione. Moretti e la sua equipe hanno chiesto ai ragazzi di raccontare la propria idea di futuro, partendo inizialmente dall’uso delle tecnologie e dal rapporto tra queste e l’uomo. Il club del #lavorobenfatto ha mosso i primi passi, a sua volta, da una narrazione: quella di Luca De Biase, scrittore e ideatore del testo Homo pluralis. Esseri umani nell’era tecnologica (Codice, 2015).

Proprio a partire dalle parole di De Biase prende corpo, nel testo Il coltello e la rete, quel concetto fondamentale e fondativo per cui alla narrazione si legano i simboli (e la trasmissione di questi), necessari alla costruzione del futuro. La narrazione è il momento in cui si costruisce la realtà a venire; pertanto, urge la necessità di riflettere insieme

«sulle narrazioni che ingabbiano l’immaginazione e sembrano obbligare l’umanità a scegliere tra il fideismo tecnofilo e il conservatorismo dell’allarme post-umano.»

Attraverso il racconto, anzi il racconto di racconti, Moretti cerca di tracciare un solco per più positive future prospettive, e quali migliori protagonisti se non gli studenti. Ma perché la narrazione è così importante? Sembra una banalità, ma senza narrazione non c’è futuro. Ovviamente, la narrazione non è un prodotto a uso e consumo personale ma è circolazione (soprattutto in questo caso) di idee e prospettive, che appena convertite in racconto, cioè non appena vengono condivise, assumono quella fluidità di forma che le caratterizza come bene comune, attorno al quale si creano le interazioni umane fondamentali alla creazione di una comunità pronta a muoversi insieme nel tempo.

Ecco perché Moretti ha sentito la necessità di mettere per iscritto, e quindi raccontare, ciò che ha fatto nelle scuole napoletane per il progetto Uomini e macchine, cioè per quel bisogno di allargare la cerchia dei narratori, convinto, infatti, che solo con una narrazione condivisa, corale e polifonica, l’esperienza dell’uomo possa essere trasmessa e così continuare a mantenere un’identità umana all’interno di un’era che diventa sempre più tecnologica e tecnocratica. La condivisione di ansie, aspettative, desideri e paure non ci rende più soggetti alla tecnologia; anzi, continua a renderci più umani, e dunque consapevoli, prima della nostra identità, e poi della funzione strumentale della tecnologia stessa, perché

«anche se i computer vanno più veloci, gli umani possono andare più lontano».

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