Gita al faro: una promessa, una luce e un quadro.

di Emanuele Dell’Aversano

Un’impresa ardita, spettacolare, caotica: Gita al faro è questo e molto altro ancora. Virginia Woolf prende per mano il lettore, fin dalla Prima parte, intitolata dall’autrice con il nome de La finestra, per accompagnarlo all’interno di una trama all’apparenza molto semplice.

La storia, infatti, ruota interamente intorno ad una promessa: «Sì, certo, se domani fa bel tempo», è questo che la Signora Ramsay risponde al figlio James, nel momento in cui (ipotizziamo, visto che l’autrice non fa riferimento al modo in cui la domanda è stata posta) quest’ultimo le chiede se nei giorni successivi sarebbero andati in barca a visitare un’isola vicina, che non ospita nulla se non un faro. La situazione si incrina però nel giro di una pagina, quasi troppo violentemente, nel momento in cui ad esprimersi è il polo opposto: «Ma non sarà bello» ammonisce infatti il padre del bambino, il Signor Ramsay. Con la frase appena citata comincia il turbinio di pensieri, emozioni, sentimenti e contrapposizioni che trascinerà con sé tutti i personaggi del romanzo, i quali, quasi per inerzia, non possono che rimanere bloccati in quel limbo senza via d’uscita, a ridosso fra due mondi troppo lontani, seppur così vicini: quello interiore e quello delle convenzioni sociali.

Si tratta, infatti, di una zona d’ombra che scaturisce appunto da tutte quelle contrapposizioni alla base della vicenda tra i personaggi coinvolti: con l’ammonizione del Signor Ramsay, si inasprisce ancora di più il distacco tra lui e sua moglie che – quasi come fosse una nuova Mrs. Dalloway, protagonista di un romanzo pubblicato dalla stessa autrice pochi anni prima – sembra avere nella propria vita un solo e semplice obbiettivo, curare l’apparenza, far sì che le persone che sono intorno a lei pensino che la sua famiglia e la sua vita siano perfette, senza alcun intoppo. Proprio la Signora Ramsay, infatti, cercherà di far funzionare le cose e di renderle perfette, prima interponendosi tra il marito e i loro figli, adirati a causa della scelta del padre di non andare al faro e, in seguito, tra Lily Briscoe e Charles Tansley – due ospiti della famiglia Ramsay – i cui tesissimi rapporti di conoscenza sono minati dall’idea, quasi del tutto maschilista, del Signor Tamsley, secondo cui le donne non hanno nessuna capacità artistica, cosa che lo porta poi ad accusare la signorina Briscoe di sprecare il proprio tempo, nel tentativo di esprimere la propria personalità dipingendo.

Dipingere, imprimere su tela la propria visione del mondo: questa è l’attività in cui la signorina Briscoe cercherà di destreggiarsi per l’intero romanzo. Il personaggio di Lily è, probabilmente, il più interessante e non è un caso, infatti, che sia sempre stato ritenuto dalla critica letteraria come l’alter-ego della stessa autrice. Di fronte al panorama che si osserva guardando dal giardino della casa delle vacanze della famiglia Ramsay, Lily resterà più volte immobile, quasi impotente, a causa di numerosi motivi che sono ben altro che semplici: la paura che il dipinto, il risultato del proprio lavoro, la propria arte, non sarebbe stato accettato o che i Signori Ramsay «Lo avrebbero appeso in soffitta […]; sarebbe stato distrutto»; il timore di non dipingere le cose nel modo giusto; l’incapacità di fermare il mutamento delle cose e di non poter rappresentare, quindi, la verità della natura. La verità: come osservarla? Come conoscerla? Come toccarla con mano? Sono le domande che il personaggio continuerà a porsi per l’intera vicenda e che la costringeranno a non riuscire a portare a termine il dipinto che ha tanto bramato di mostrare ai suoi ospiti.

Sono le stesse domande che porrà a se stessa anche al suo ritorno alla casa di campagna dei Ramsay, ben dieci anni dopo le vicende narrate nella Prima parte del romanzo.
Dieci sono, infatti, gli anni che si interpongono tra il primo e il secondo viaggio dei personaggi; una decade narrata dall’autrice nella Seconda parte del romanzo che prende il titolo, molto rappresentativo, de Il tempo passa, per stessa affermazione della Woolf nel suo diario «il più difficile e astratto brano di scrittura» che l’autrice abbia mai tentato di fare.
Questa parte del romanzo, la più piccola, è completamente descrittiva, e ci mostra il deteriorarsi della dimora dei Ramsay durante gli anni in cui la famiglia non si reca più in quel posto per vacanza.

A una prima occhiata, lo svolgimento del romanzo sembra essere più lineare e di più facile comprensione rispetto alla Prima parte; tuttavia, l’interpretazione è soggetta a cambiamento nel momento in cui si cerca di andare più in profondità, soprattutto quando ci si chiede, giustamente, per quale motivo la famiglia non abbia più trascorso, come era solita fare, le proprie vacanze in quella casa. Si potrebbe addurre a motivazione la morte, avvenuta in questi dieci anni, di addirittura tre dei personaggi descritti in precedenza, tra cui la Signora Ramsay. Oppure, cercando una motivazione più introspettiva, si potrebbe arrischiare l’ipotesi di un cambio di abitudini a seguito dell’alterazione di un già precario e instabile equilibrio familiare, fino a quel momento protetto con cura dalla Signora Ramsay, e in seguito poi violentemente distrutto da quella tanto odiata scelta del Signor Ramsay di non andare al faro, intesa dai familiari come la massima espressione della cattiva e distante personalità del padre.

Un altro quesito che il lettore si pone è perché, in questa Seconda parte, vi sia una penuria di personaggi. Infatti, i personaggi che vediamo sulla scena sono la domestica – che cerca di rallentare la distruzione della casa causata dal tempo che passa e che continuamente ripete a se stessa la propria opinione riguardo le vicende della famiglia Ramsay – e alcuni personaggi, definiti dalla narratrice solo come filosofi che passeggiano sulla spiaggia chiedendosi quale senso abbia la vita dell’uomo. Inoltre, resta un quesito fondamentale: cosa rappresenta la luce che il faro, lontano, proietta nella casa e che non fa altro che sottolineare come tutto sia cambiato?

La risposta a queste domande, secondo l’autrice, è una, e una sola, ed è formulata in modo tanto criptico quanto espressivo nella Terza e ultima parte del Romanzo: Al faro.
Dopo dieci anni, infatti, parte della famiglia Ramsay, tra cui il padre e il figlio James, ritorna alla casa di campagna insieme ad alcuni degli ospiti che erano presenti al primo viaggio descritto dalla Woolf, tra cui, come si è già detto, la stessa Lily. Il tempo è, appunto, passato, le persone sono cambiate, ma solo fisicamente: il Signor Ramsay, infatti, continua a mostrare a tutti la propria, finta, arroganza; i figli continuano a provare astio verso il padre – la narratrice, con piglio ironico, ci dice, infatti, che i due figli hanno fatto un patto: non farsi sottomettere al volere del padre e, soprattutto, di non perdonarlo per ciò che aveva fatto dieci anni prima; Lily continua a trovare molta difficoltà nel concludere il dipinto.

A nostro avviso la risposta dell’autrice giunge proprio nelle ultime pagine del romanzo: Lily ha quasi finito la propria opera, le mancano solo dei piccoli dettagli e, contemporaneamente, James e Cam Ramsay, con il padre, sono quasi arrivati al faro.
Il faro: l’oggetto del desiderio dei ragazzi, il modo di farsi perdonare del padre, il dettaglio difficile da dipingere per Lily; la struttura che fino a quel momento era stata osservata con molta difficoltà a causa della nebbia che costantemente la avvolge, finalmente nel momento in cui la famiglia è in viaggio, diventa, da vicino, ben visibile. È un caso che i due fratelli e Lily, a chilometri di distanza, cambino opinione riguardo il Signor Ramsay proprio nello stesso momento, e trovino così, dopo dieci anni, il proprio bagliore di verità?

Secondo la nostra modesta opinione non si tratta di mera casualità, e la similitudine tra il quadro di difficile conclusione e il viaggio, che terminano nello stesso momento, non è altro che il modo che la Woolf usa per esprimere la propria opinione: la verità non deve essere cercata nel mondo esterno ma nel proprio essere; viaggiando tra i propri ricordi e le proprie paure, come nel caso di Lily, o tra le proprie idee e le proprie certezze, come nel caso di James e Cam. Ciò sembra essere rappresentato simbolicamente dallo svegliarsi del poeta, altro ospite della vacanza, prima dormiente, seduto dietro la pittrice, proprio nel momento in cui la famiglia approda all’isola.

In definitiva: non consigliamo Gita al faro a tutti coloro che cercano in un romanzo una trama avvincente, veloce, di facile comprensione; è un testo, invece, per lettori che amano pagine estremamente riflessive, la descrizione minuziosa dell’introspezione umana – a discapito di una narrazione più fluida – e a cui piace farsi trascinare da un flusso di pensieri – tanto caro alla scrittrice – che, anche se di difficile comprensione, aiuta a conoscere meglio se stessi.

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