Almost blue – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

Cari lettori e lettrici, si rinnova il nostro consueto appuntamento con Legenda Cinematografica! Oggi vogliamo parlarvi di un film italiano, Almost blue, certamente non noto ai più, ma degno di essere annoverato tra le buone produzioni di casa nostra. Anche quello di Alex Infascelli, regista del lungometraggio in questione, non è un nome altisonante; difatti, non ha prodotto tantissimo lungo la sua carriera dietro la macchina da presa. Forse è anche per questo che Almost blue resta tutt’oggi confinato insieme a tutti quei titoli che non hanno vissuto, purtroppo, alcun momento di gloria. Nel suo complesso, la pellicola si collega, per schemi e situazioni, al genere thriller e, fin da subito, la strada per questo film appare praticamente in salita, priva di un senso lineare.

Copertina del romanzo di Carlo Lucarelli, da cui il film è tratto.

La trama, derivante dalla libera rielaborazione dell’omonimo romanzo di Carlo Lucarelli, pubblicato nel 1997, non ha in sé nulla di altamente originale; tuttavia, non sembra essere del tutto malvagia. Appurato che ormai del thriller italiano resta poco, possiamo dire che questo Almost blue, in definitiva, si lascia vedere e soprattutto risulta essere un buonissimo rifacimento stilistico di quel genere prettamente italico che visse la sua massima epopea tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il plot di questo prodotto cinematografico riserva buoni momenti a tutti gli amanti del genere: anzitutto, la fatica di Alex Infascelli cerca di riproporre (impresa titanica) agli albori degli anni 2000, attraverso un’operazione anacronistica e altamente nostalgica, ciò che furono le bellissime atmosfere dei thriller di casa nostra; la cosa, perlomeno in senso relativo, è raggiunta con un certo successo e con una buona dose di caparbietà. L’amante del genere sarà colpito da quella lavorazione circa la selezione degli spazi e dei colori. La città di Bologna è raccontata magistralmente, fissata in una bellissima e caratteristica fotografia, sotto i riflettori di un mondo tecnologico quanto mai ermetico e colmo di regresso comunicativo, in una sorta di paradosso del nuovo. Ma la migliore carta di questa pellicola è giocata senza dubbio nella maniacale e ottima scelta delle musiche, potenti e psicologiche, che scuotono l’animo di chi guarda il film.

Una scena del film (Copyright Repubblica.it).

Il ritmo della pellicola è alto e la durata, relativamente breve, aiuta a compattarne e ad acuirne tutte le sensazioni. Ne risente un po’ l’analisi dello spettro psicologico di alcuni dei personaggi, specie quella della giovane ispettrice, ma nel complesso si può tranquillamente parlare di un difetto non eclatante. Per il resto la sceneggiatura, costruita senza grandi pretese e particolarissimi colpi di scena, si fa apprezzare; l’intreccio narrativo, ben presente e parallelo al romanzo, risulta molto gradevole. Particolare anche l’ultima sequenza, non inedita ma nemmeno completamente usuale: un momento di riflessione che aggiunge maggiore credito a questo più che positivo film italiano. Il nostro consiglio è di prendere visione del lungometraggio: si tratta infatti di una produzione non altisonante che però ha qualcosa da offrire; ancora meglio se vi si avvicineranno tutti gli appassionati del thriller, poiché per questi ultimi potrebbe essere più immediata la cattura di alcune piccole sfumature che, per altri, potrebbero essere invece solo dei piccoli e insignificanti dettagli.

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