La molesta onniscienza e il mestiere di scrivere:

AUTORE, NARRATORE E PERSONAGGI IN Quello che non uccide DI DAVID LAGERCRANTZ

di Concetta Maria Pagliuca

Cervellotico. Aggettivo che calza a pennello sull’ultimo libro della serie Millennium, Quello che non uccide. Sconsigliata la lettura in mezzi pubblici o nei momenti quotidiani di relax, non tanto perché il testo veicoli significati estremamente profondi e invogli perciò alla riflessione, ma a causa dell’accumulo di nomi di personaggi, anche non funzionali alla trama e di tecnicismi matematici e informatici. Si ha come l’impressione che il narratore abbia l’insopprimibile necessità di dire tutto e si compiaccia della sua onniscienza. Il lettore, dal canto suo, può solo scegliere se annotare di volta in volta i rapporti interpersonali e lavorativi in cui si imbatte, per poi ricostruirne un quadro unitario, o lasciar scorrere la lettura, sperando che le informazioni superflue scivolino via da sé. Forse è proprio l’eccesso di informazione a rallentare l’azione, impedendo quasi del tutto i colpi di scena che ci si aspetta dal genere.

Anche la caratterizzazione dei personaggi, che è stata considerata il punto di forza della narrazione e uno dei motivi principali del successo del libro, risente della smania descrittiva generale e ne risulta a tratti indebolita. Sembrano non sfruttate appieno le potenzialità insite nella presenza del piccolo August, il figlio autistico dello scienziato Frans Balder, e nel suo particolare rapporto con Lisabeth Salander, la giovane e geniale hacker assetata di vendetta.

Coinvolge notevolmente il lettore la dialettica tra le intelligenze che popolano il romanzo – e che fanno da contraltare alla mediocrità dilagante –: quella pragmatica dell’assassino, quella diabolica del mandante, quella nascosta del bambino, quella artificiale sottratta al suo creatore, quella intuitiva di ogni giornalista che si rispetti.

Momento ‘lirico’ (unico?) è, non a caso, l’efficace sintesi del lavoro di giornalista, lirico proprio nel senso di soggettivo, fortemente marcato autorialmente:

«Mi passi i tuoi telefoni?» domandò ancora Ed.

Quando lui glieli allungò li mise sul sedile posteriore, accanto agli altoparlanti. Era evidente che voleva parlargli di qualcosa di confidenziale, e Mikael non aveva certo niente in contrario. Doveva scrivere il suo reportage e gli servivano tutti i dati che poteva raccogliere. Nello stesso tempo sapeva benissimo che un giornalista d’inchiesta rischia spesso di trasformarsi in uno strumento per interessi di parte.

Nessuno rivela niente senza avere scopi precisi. A volte il motivo è qualcosa di nobile come il senso di giustizia, la volontà di smascherare un episodio di corruzione o un sopruso, ma per lo più si tratta di giochi di potere, di mandare a picco gli avversari e preservare la propria posizione. Per questo un reporter doveva sempre porsi la domanda: perché mi viene raccontato questo?

In effetti in alcuni casi è ammissibile diventare una pedina del gioco, almeno in una certa misura. Ogni denuncia indebolisce inevitabilmente qualcuno rafforzando l’influenza di altri. Ogni potente che cade viene in breve tempo sostituito da un altro, non necessariamente migliore. Ma se il giornalista deve entrare a far parte del gioco ha bisogno di capire a quali condizioni e sapere che non può essere solo un singolo attore a uscire vincitore dalla mischia: deve valere lo stesso anche per la libertà di parola e la democrazia.

Anche se le informazioni vengono trasmesse per mera malevolenza, per avidità o sete di potere, alla fine si può arrivare a qualcosa di buono, e cioè al fatto che vengono portati alla luce e corretti comportamenti illegali. Il giornalista deve solo capire i meccanismi che ci stanno dietro e battersi per la propria integrità in ogni riga, in ogni domanda, in ogni verifica dei dati ricevuti, e anche se Mikael sentiva di avere una certa affinità con Ed Needham e arrivava addirittura ad apprezzare il suo fascino burbero, non si fidava di lui nemmeno per un secondo.

Si evince da questo passo una nota pessimistica che, oltre fare da sottofondo alla situazione politica e sociale svedese, si allarga ad una dimensione spaziale più ampia, in quanto generata da una motivata diffidenza nei confronti dell’essere umano.

A cosa si riferisce dunque il titolo del romanzo? A nient’altro che la prima parte del famoso aforisma nietzscheano: ‘quello che non uccide, fortifica’, che fa da chiave d’accesso contemporaneamente al mondo degli adulti e a quello dei computer. Ma il motto di Lisbeth non è universalmente applicabile: i puri non dotati di una notevole forza interiore non solo stentano a trovare il proprio posto nel mondo ma spesso soccombono rovinosamente.

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