Possession – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

Andrzej Żuławski, noto regista polacco, avvia il suo personalissimo percorso artistico negli anni Settanta e, fra tutti i suoi emblematici e particolari film, quello che più lo ha portato alla ribalta nel mondo del cinema è senza ombra di dubbio Possession, del 1981, di cui oggi parliamo più dettagliatamente. A detta tutta, il lungometraggio in questione potrebbe essere collocato fin da subito, tentando una risistemazione ideale dei lavori di Żuławski, tra quelli più completi e lineari in cui la chiarezza, o perlomeno la logica, segue una sua strada. Per logica, si badi bene, si intende quel processo mentale deviato, fuori dagli schemi, semplicemente ‘pazzo’, dato che la regia di Andrzej Żuławski non può offrire dei semplici attori e dei semplici personaggi.

Il tutto è modificato in corsa, il filo narrativo spesse volte ribaltato, amplificato e massacrato e, a queste caratteristiche, che potrebbero essere intese come negative, fa però da contraltare eccezionale il cast, guidato da una intensa Isabelle Adjani e da una sua interpretazione che si può, senza esagerazioni di sorta, definire tranquillamente viscerale. Possession, come vuole lo stesso titolo, grava intorno alla possessione, fenomeno che incarna in sé tutti quei momenti di diversità, di alienazione e di irascibilità di un animo con tutta la sua vulnerabilità e anormalità. Una trama del genere sarebbe già un soddisfacente biglietto da visita; oltre ciò, però, è necessario sottolineare che il tutto è affidato nelle mani di un regista omologato per film complessi e assurdi, ed è proprio questo mix che permette alla nave di giungere in porto. Il film del 1981 resta non collocabile in categorie schematiche e predefinite, non appartiene dunque ad alcun genere. La critica erroneamente, e con bordate di superficialità, lo pone nella schiera degli horror; ma sarebbe da ingenui accettare questo lungometraggio come un semplice prodotto di orrore e degenerazione. Possession infatti fa parte di quella strettissima cerchia di film che cade con tutta la propria corporeità nel metafisico; per non dilungarci, e per non sbagliare, si preferisce etichettare tale pellicola nella categoria di ‘drammatici d’autore’.

Altro errore, a nostro avviso, è addentrarsi nell’impresa (impossibile), talaltro, di parafrasare con concetti chiari e spediti le dinamiche e la morale del film; con Żuławski risulterebbe tutto inutile. Al massimo è plausibile estrapolare, fin quanto possibile, il senso approssimativo del film. Si tratterebbe (il condizionale è d’obbligo) di un lungometraggio basato su una sorta di ‘prolungamento delle anime umane’, in un vortice di fede e caso. I riflettori risultano dunque irrimediabilmente puntati su una voluta e ricercata autopsia dell’animo umano, attraverso l’analisi di estenuanti sofferenze, offerte da un isterismo acuto e da una ben poco lucida follia. Inoltre, nell’alone degente della produzione Żuławskiana traspare quel gioco psicologico creato dal regista, in cui la morte forse non è la fine ma solo una deviazione o seconda strada (alternativa). Le situazioni poi saranno perfezionate, o perlomeno adottate, da Lynch. Difatti, è facile associare Possession a Strade perdute, di ben più notevole e profonda linearità. L’uomo di Żuławski è risucchiato in scacchiere mentali in cui si giocano partite al confine tra la vita e morte, in luoghi che vanno al di là della pura sensazione fisica, in cui la realtà è frutto di una più corposa irrealtà, in cui i personaggi sono risucchiati dai cortocircuiti della propria mente, che confondono i piani dello spazio e del tempo. Il consiglio è di accettare Possession nella sua natura, facendo arenare di buon grado le analisi narrative ed essendo consapevoli che il tutto si muove su una scena impazzita, astratta, capace però in ultima analisi di lasciare qualcosa di concreto a chi vi si approccia. Artisticamente sono da ricordare per sempre le recitazioni, le ambientazioni modernamente arcaiche e le atmosfere lontane dal quotidiano. Possession dunque, di tutti quei film ritenuti (a torto o a ragione) ‘diversi’, è un altro imponente e incontrastato pilastro della cinematografia contemporanea.

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