Borgo Propizio: storia di un terremoto edificante

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Quando ci si sente bene in un posto, quando si ha la sensazione di essere a casa, ritrovandosi e trovando nelle figure che lo popolano una certa familiarità che rasenta, in alcuni casi, un’empatica identità, ci si ritorna sempre volentieri. E poco importa se Borgo Propizio è un luogo letterario. Anzi, tanto meglio. Perché la letteratura consente di viaggiare liberi, senza il peso di ingombranti bagagli, comodamente distesi, senza i famigerati ritardi del trasporto pubblico, in ogni momento ed ogni ora del giorno. Anche più di una volta.

Dopo aver letto E le stelle non stanno a guardare di Loredana Limone, è quasi impossibile non amare l’ameno borgo letterario propiziese, con le storie dei suoi abitanti, così realisticamente umani nei loro sentimenti, nelle loro ansie, nelle loro paure, nei loro sbagli, nelle loro tensioni, nei loro egoismi, nella loro generosità, a tratti disarmante, insomma nella loro dimensione emotiva, ricca di pulsioni e tale da permettere la realizzazione di quel processo di identificazione e riconoscimento di cui la letteratura, nelle sue forme più riuscite, si fa veicolo.

Anche nel nuovo romanzo dell’autrice, Un terremoto a Borgo Propizio, è sempre sottile e sapientemente costruito il dualismo tra locus fisico e le vite dei suoi abitanti, in quanto le vicende del primo si ripercuotono, inevitabilmente, sulle vicende dei secondi, innescando un processo di “osmosi” narrativa così efficace che fa funzionare la storia.

Stavolta il titolo reca in sé la parola chiave TERREMOTO, che preannuncia forti scosse, in primis nella ridente cittadina propiziese e di riflesso, in virtù dell’identità locus fisico – locus animi, anche nelle vite dei protagonisti: la crisi tra Belinda e Francesco rischierà di incrinare in maniera quasi irreparabile il loro giovane rapporto; la relazione extraconiugale di Cesare lo allontanerà sempre di più da sua moglie Claudia, ancora più infelice ed insoddisfatta della piega del suo matrimonio e dell’incomunicabilità con il marito; il commissario Saltalamacchia, in pausa letteraria, sarà chiamato a risolvere il caso dell’omicidio di una personalità di spicco del Borgo che, dopo il trauma sismico, rischierà dunque di colorarsi di tinte fosche che appaiono del tutto innaturali per un posto che reca quel “propizio” nel nome, ed in cui disgrazie e tragedie risuonano come note stonate; il sindaco Felice Rondinella sarà devastato di fronte alle macerie del “suo” paese ed anche dall’idea di non poter realizzare quel tanto agognato gemellaggio tra Borgo Propizio e l’antica cittadina moldava di Bilhorod-Dnistrovskyi prospettatogli da Leon, il suo nuovo giovane amore, che prenderà il posto di Lele nel suo cuore; Marietta cercherà di convolare a nozze con il primo cittadino ed esserne la moglie, anche perché, consapevole che si tratterà di un matrimonio di forma e non di sostanza, crede che diventare la first lady del Borgo sia la giusta contropartita al suo “sacrificio”; Mariolina e Ruggero saranno alle prese con la loro vita matrimoniale e gli alti e bassi che essa comporta.

In particolare Mariolina giungerà a mettere in discussione i suoi sentimenti per il marito per l’interesse nei confronti di un altro uomo, salvo poi riscoprirsi ancora teneramente innamorata del suo Ruggero; Antonia, dopo aver scoperto il suo talento letterario, riuscirà a vincere un ambito quanto prestigioso premio col suo primo romanzo, ma non riuscirà ad accantonare del tutto la passione per gli occhi chiari di Rocco Rubino, che le hanno scavato un solco profondo nell’anima e che sono il suo pensiero fisso, la sua prigione quotidiana, nella quale però, come rivela all’ex nemica ed ora amica Ornella, sta imparando faticosamente a vivere; poi c’è Letizia. Cara, saggia, devota al suo Franchino ed al G. M., assurgerà ad una sorta di “dea ex machina” di memoria classica alla fine del romanzo, dalla sua nuova posizione, risolvendo le situazioni intricate dei suoi cari, dispensando ad essi, in virtù del suo nome, quella gioia vitale che a lei non mancava mai, quasi come fosse questa la missione della sua vita.

Borgo Propizio è tutto questo. È il luogo dell’incontro con personaggi d’invenzione ma dall’umanità estremamente reale, che attraverso pensieri ed azioni riescono simpatici al lettore che a loro si affeziona, anche perché mediante il processo evolutivo che realizzano rendono meno aleatoria e più concreta la storia e sicuramente propizi il viaggio e l’evasione dal quotidiano. Difatti il lettore vive attraverso la narrazione quei conflitti interiori propri dell’essere umano che però giungono quasi sempre ad una soluzione; inoltre con la letteratura ed i suoi sapienti meccanismi narrativi ha la possibilità di (ri)scoprire delle sensazioni, delle emozioni e di (ri)assaporare il gusto di certi momenti che la quotidianità frenetica e veloce spesso porta a trascurare.

Il terremoto propiziese, inaspettato, tragico e distruttivo, rivela, dunque, alla fine, una natura edificante, assimilabile al meccanismo dell’ars maieutica socratica: si inizia con la pars destruens del locus fisico che sembra voglia sgretolare anche le vite dei suoi abitanti, ma si perviene poi alla pars costruens, quella più difficile, faticosa e lunga che richiede pazienza e sacrificio. Ecco perché a Borgo Propizio si ritorna sempre con piacere: lì si costruisce, si edificano sogni, speranze e quindi futuro.

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