Le relazioni pericolose – Legenda Cinematografica

di Giuseppe Cangiano

Cari lettori e lettrici, si rinnova puntuale il nostro appuntamento con Legenda Cinematografica! Oggi parliamo de Le relazioni pericolose, film tratto dall’omonimo romanzo di Choderlos de Laclos, e portato sul grande schermo da Stephen Frears nel 1988. Le idee di esagerazione e di esaltazione vivono arroccate per sempre in film come Le relazioni pericolose. Chi ama il mondo dell’estetismo, chi non ha letto ma ha sempre conosciuto, a priori, come per influsso di un sentimento innato, quell’Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere di Gabriele D’Annunzio, chi ha amato senza mai fidanzarsi, può e deve avvicinarsi prontamente alla visione di tale prodotto cinematografico.

Il palcoscenico ideale su cui è imbastita la vicenda, che si snoda tra analisi di emozioni contrastanti, questioni di cuore e quelle ancor più autentiche di intrigo e vendetta, è sapientemente affidato ad una manciata di attori principali di altissima caratura e irrimediabile fascino. Glenn Close è la forza trainante di un progetto artistico audace e certamente originale, che confonde in sé passione, lussuria e amori che possono essere definiti, tranquillamente, obliqui; John Malkovich, invece, è il collante essenziale, personaggio poliedrico che gioca e spadroneggia sulle altre pedine della storia, attraverso una carica magnetica così intensa da essere quasi impensabile: difatti, la forza del personaggio Valmont ha un carisma debordante, incontenibile, non umano, acuito da un magistrale gioco cinematografico; Michelle Pfeiffer, infine, è simbolo del canone della sofferenza, quella più vera, glaciale, che conturba il cuore e frena lo slancio vitale dell’anima.

Il trio in questione si amalgama alla perfezione, completandosi in un incastro che viaggia fra il sentimento e la morte e, del resto, il titolo della produzione non nasconde già di per sé nulla. La sceneggiatura, non semplice, implode in una giostra di dialoghi di altri tempi, brillanti e sentiti.

Le relazioni pericolose ha dunque tutto per sbalordire: la pellicola presenta quelle virtù che l’arte deliberatamente sottace, covando in sé quelle infezioni per morir di sacrosanta malattia, senza dimenticare l’energia della sfida e la vena Dannunziana, presenti in modo continuativo e stagnante. Il film prosegue la sua marcia senza sbavature ma solo con piccoli eccessi, indici, tra l’altro, di qualche effrazione: specie quelle riscontrate nell’ultima parte che conduce al finale. Ma si sa, il Cinema, quello autentico, non ha mai posto blocchi all’esagerazione che funge, come accennato sopra, da componente fondamentale di questo magnifico, e controcorrente, prodotto cinematografico.

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