Le ragioni del disprezzo

di Fedele Menale

Non capita certamente spesso di imbattersi in un romanzo che, alla sua conclusione, lasci poi il suo lettore interdetto, con un pesante nodo alla gola e con una sensazione di vuoto sofferente nello stomaco, tali per cui sia costretto a riporre poi quel romanzo nella sua libreria con un senso di sgomento e di tristezza assoluti. Ecco, questo è quanto si prova dopo aver letto Il disprezzo, eccezionale capolavoro di Alberto Moravia, edito nel 1954 per i tipi della Bompiani e alla base della omonima pellicola cinematografica di produzione francese del 1963 .

Il titolo, emblematico, è già di per sé indicativo della potenza e del peso specifico connaturati a questo sentimento, lungo tutto lo sdipanarsi della trama: il disprezzo, provato prima e alimentato poi, finisce per diventare il leitmotiv trainante del racconto, il sostitutivo spiazzante e inaspettato dell’amore e della complicità iniziali alla base di tutte le dinamiche di coppia dei giovani sposi, attorno a cui ruota il romanzo. Riccardo ed Emilia sono apparentemente felici. Sposati da qualche mese, affrontano insieme le necessità di una nuova vita condivisa tra gioie, lavori saltuari, insoddisfazioni e tante, troppe, incombenze economiche a cui far fronte con sempre maggiore difficoltà.

In una Roma stanca, desolata e ancora profondamente spiazzata dagli effetti della guerra da poco terminata, i due coniugi Molteni partecipano a quella realtà circostante con una sorta di disperata vitalità, che li spinge a tirare avanti con amore reciproco, dignità e grande senso del dovere, nel loro piccolo e mal situato appartamento ammobiliato preso in affitto.

Una buona parte del romanzo è tutta imperniata sul personaggio di Riccardo, marito esemplare, scrittore di teatro raffinato, volenteroso, capace e brillante, costretto però a svendere le sue qualità prestandosi al cinema, nel ruolo avvilente e poco gratificante di sceneggiatore per svariati produttori megalomani e senza alcune velleità artistiche e letterarie. Presso Battista, uno di questi, Riccardo trova ben presto lavoro che, in prima battuta, sembra risolvere tutte le problematiche dei due sposi; in realtà, è proprio quest’incontro, accanto ai tanti progetti di lavoro, ai silenzi e comportamenti apparentemente inspiegabili, ad innescare una spirale di eventi che intrecciati provocheranno in Emilia, giovane donna intelligente ma molto legata a dinamiche di provincia grette e tradizionali, quel disprezzo, prima impercettibile e poi esternato a viva voce nei confronti di Riccardo che, per tutto il romanzo colmerà i suoi dialoghi interiori di interrogativi inquietanti, di domande nonsense e di riflessioni senza via d’uscita, al limite della fiducia coniugale.

Nello scorrere delle pagine, molte delle quali alimentate da una straordinaria carica patetica e da una profondità di ragionamento senza pari, Moravia lascia progressivamente intendere al suo lettore che quelle sensazioni di sconforto, di squilibrio, di pietà e di affezione verso Riccardo, povero marito in balia fra le onde di un odio sempre crescente da parte della propria moglie, prima dolce e affettuosa e poi in seguito fredda, calcolatrice e irriconoscente, da minime e quasi impercettibili, sono destinate ad aumentare in fieri, sino a divenire magmatiche e frenetiche, quasi rasenti la follia e tali da spezzare continuamente il discorso e il fiato.

L’analisi psicologica innescata da Riccardo nei confronti della sua Emilia e dei suoi strani e inusuali atteggiamenti, i continui richiami a probabili errori compiuti in passato e che potrebbero aver alterato in negativo quell’amore felice, i costanti riflessi di un’insoddisfazione lavorativa ed economica, i sogni infranti e le innumerevoli rinunce, costringono poi Riccardo finanche ad un’autoriflessione su se stesso, sul suo modo di vedere la realtà e, di rimando, sulla concezione dell’amore nei confronti di sua moglie. Il ritratto finale, forzatamente scaturito dalla necessità di trovare una risposta al disprezzo alimentato senza un motivo da sua moglie, è per il protagonista (nonché per il lettore) quanto mai sconcertante: Riccardo si ritroverà ben presto, lungo il suo ragionamento, ad approdare alle idee di un matrimonio forse voluto troppo velocemente e per questo minato da una solidità esigua, di un lavoro accettato solo per poter saldare i propri crescenti debiti per una casa mai voluta ma acquistata forzatamente e di una moglie, bella ma fondamentalmente ragazzotta ignorante e incapace, dall’alto della sua gentilezza vuota e insulsa, di comprendere il proprio marito, i suoi sforzi e il suo amore. Insomma, in quella concreta sensazione di perdersi nelle maglie di un ragionamento estenuante e alterato da una sofferenza autentica e onnipresente, quasi al di là comprensione umana, Moravia sconvolge senza preavviso la sua trama, fornendo al lettore un tragico rovescio della medaglia: quel disprezzo innescato improvvisamente da Emilia nei confronti di Riccardo, la sua totale indifferenza e il suo continuo disinteressamento, lasciano poi a quest’ultimo il tempo materiale e spirituale per riflettere, prima inconsciamente e poi sempre più chiaramente, sulla caratura di un rapporto coniugale sempre più in disfacimento.

E la riflessione conduce via via ad un epilogo inatteso: il disprezzo provato nei confronti di Emilia è ancora più caustico, ostico e violento, imprigionato nel profondo della propria coscienza solamente per quieto vivere e tirato fuori per necessità contingenti, in seguito ad un dolore capace di mostrare la verità su quel rapporto non autentico e mal costruito. E, come si vedrà, questi percorsi condurranno ad una conclusione del romanzo non certamente positiva, frutto consequenziale di alcuni comportamenti di Emilia, voluti ed estremizzati dalla sua offuscata capacità di pensare e da una voglia, sempre più crescente, di punire il proprio marito nel nome di quel disprezzo ormai divenuto puro e autentico odio. La genialità di Moravia, e della sua particolare tipologia di scrittura, sta appunto nella volontà di scandagliare l’animo umano, presentando volta per volta sensazioni al limite, tipiche dei momenti di grande sofferenza, a tratti insormontabili e insuperabili.

Così, da attimi infiniti in cui il tempo sembra non passare mai, da situazioni di stallo dettate da un’enorme sofferenza in cui tutto sembra sbagliato e da momenti di intensa solitudine, scaturiscono molte questioni universali, poste da Riccardo nel silenzio della sua coscienza e che ogni essere umano vorrebbe porsi e che si pone, alla ricerca di spiegazioni, di un senso concreto per tutti quei piccoli e grandi drammi quotidiani dell’esistenzaIl disprezzo risulta essere così un romanzo dell’umanità, in cui l’analisi delle sensazioni, della propria autocoscienza e dei sentimenti più reconditi, non può che condurre a un tragico punto di non ritorno, oltre il quale ci si rende conto che la normalità, molte volte, altro non è che la summa di tante piccole, sofferenti e soffocate anormalità.

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