Tra le scene della Linea d’Ombra. Joseph Conrad

di

È, in sintesi, un racconto sul destino: poiché quanto vi accade non discende mai o quasi mai dalla libera scelta, dalla volontà dei singoli personaggi e in particolare del protagonista: ma è un intreccio di caso e di volontà, un conflitto d’ingenue aspirazioni umane e d’imperscrutabili forze naturali, il cui esito è imponderabile e soprattutto imprevedibile.
A. Asor Rosa1

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Durante la pausa estiva abbiamo letto testi diversi, dissimili e in modo assolutamente libero, eppure ci è saltato all’occhio un particolare che vogliamo condividere con voi.
Ci riferiamo a un testo di Joseph Conrad scrittore polacco di cittadinanza britannica. La sua è una fama rinomata e non sta a noi parlare della sua vita o della sua importanza (in fondo all’articolo trovate la foto che rimanda a Wikipedia).
Il testo è La linea d’ombra: una confessione, un romanzo scritto in prima persona sotto forma di confessione, per l’appunto, in cui il narratore ricorda il primo incarico da capitano di una nave mercantile, in cui pare vi siano molte note autobiografiche che rimandano alle esperienze per mare come capitano di lungo corso2.

 

Dal punto di vista letterario è un romanzo di formazione, abbiamo, infatti, un protagonista che attraverso esperienze intense cresce e matura. È raccontato proprio il passaggio attraverso la linea d’ombra che separa il periodo della giovinezza dall’età matura, e lasciamo a voi scoprire quali siano i momenti che segnano questa seconda fase dell’età dell’uomo.
Qui e ora ci preme soffermarci sul primo capitolo e su parte del secondo: le pagine che separano l’incipit dall’inizio dell’avventura in mare. In queste prime pagine quello che leggiamo è un amabile teatrino costruito con cinque personaggi, completamente differenti tra loro, e con caratteristiche e funzioni ben distinte e specifiche.
Vediamo un po’ questi personaggi. Siamo nelle Indie Orientali nel secondo decennio del Novecento, anche se come viene detto nel testo i fatti della politica mondiale non ci interessano. Il protagonista, di cui non sappiamo mai il nome è un giovane marinaio che decide, apparentemente senza motivo, di lasciare la propria posizione come Secondo del capitano Kent. Il nostro giovane gode di una certa fama e di un certo credito come marinaio, per questo la sua improvvisa decisione di lasciare il mare e i traffici per far ritorno in Inghilterra resta un evento inspiegabile per chiunque, e per lo stesso ragazzo che si descrive così: «tutto era scomparso – l’incantesimo, il piacere, l’interesse, la soddisfazione – proprio tutto. Era uno di quei momenti, sapete. Il nascente malessere della tarda giovinezza si impadronì di me e mi trascinò via».

Alla domanda su cosa l’aspetti una volta tornato a casa il ragazzo risponde che al momento non c’è nulla che lo aspetta, e proprio per questo sembra essere la sua una decisione priva di consistenza. Questo giovane marinaio sarà scosso solo dalla proposta di un comando, un incarico che lo porterà, per la prima volta a farsi carico della responsabilità della condotta di una nave, di una ciurma e del suo carico. Cosa attenderà questo personaggio, e le prove che lo condurranno fuori dall’impeto della giovinezza, all’angoscia dell’età adulta è l’oggetto delle pagine successive rispetto a ciò di cui qui vogliamo parlare, e dunque per chi non abbia ancora letto questo libro: fatelo!

Prima che questa avventura abbia inizio, come abbiamo detto, ci troviamo di fronte un teatrino animato oltre che dal nostro protagonista anche da altri personaggi. Il primo che incontriamo è il Capo cambusiere: l’amministratore di una sorta di circolo residenziale per gli ufficiali della marina che per l’appunto si chiama Officers’ Sailors’ Home. È un omino strano, melanconico, sempre infastidito da tutto e tutti, spesso in agitazione.
Poi c’è il signor Hamilton, un altro uomo di mare che però viene presentato come sdegnoso, altezzoso e fiero del proprio rango. È evidentemente un personaggio destinato a soccombere nel mondo rappresentato dall’autore. Si tratta, infatti, di un orizzonte che ruota attorno al potere e al denaro, e questi rispondono solo alle reali capacità dei personaggi non alle loro origini (secondo Asor Rosa siamo già oltre questo orizzonte «Siamo ben al di là della soglia culturale dell’homo faber: siamo nel dominio di quell’uomo moderno, che sa soltanto di esserci ed ha soltanto il problema di come esserci»). In contrapposizione a Hamilton compare un personaggio chiave di questa parte del testo: il capitano Giles, un uomo dalle fattezze da sacrestano, dai consigli giudiziosi, e dai pareri morali, per giunta un professionista del mare, profondo conoscitore dell’Arcipelago, corteggiato da tutte le compagnie di navigazione. L’ultimo personaggio poi è il Sovrintendente e Comandante del porto capitano Ellis, un uomo petulante, ma pur sempre l’uomo di potere che si identifica con l’emissario di Nettuno, pronto a gestire e disporre di quell’angolo di mare come meglio creda.

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È da questo ultimo personaggio che ha inizio l’intreccio di cui andiamo a parlare. In quanto responsabile delle attività portuali e dei traffici dell’Arcipelago deve sostituire il comando di un mercantile rimasto privo del suo capitano. Per questo incarico il capitano Ellis decide di scegliere il nostro protagonista, e quindi invia una convocazione alla Sailors’ Home, e non ci sarebbero problemi se la convocazione fosse diretta espressamente al nostro protagonista, ma per un cavillo legale la convocazione viene redatta genericamente alla ricerca di un ufficiale, anche se il capitano Ellis dichiarerà poi al nostro protagonista che quell’incarico non sarebbe stato affidato a nessuno se non a lui. La convocazione viene consegnata al Capo cambusiere in quanto responsabile della Home. Qui l’intreccio viene affidato proprio a quello smunto personaggio irascibile e intollerante che decide di celare la convocazione per piegare gli eventi ai propri scopi.
Il Capo cambusiere, infatti, non sopporta la presenza del tronfio Hamilton, il quale vanta la sua altezza di rango e pretende rispetto. Purtroppo Hamilton, non salda i propri conti, diventando l’incubo del Capo cambusiere che decide di sbarazzarsi di lui grazie proprio alla convocazione arrivata alla Saoilors’ Home. Il cambusiere cerca, infatti, di proporre a Hamilton di recarsi alla capitaneria di porto per rispondere alla ricerca di un capitano, e di affrettarsi per non rischiare di essere battuto sul tempo dal nostro protagonista, ma Hamilton, sicuro di sé, ritiene che nessuno potendo scegliere preferirebbe l’outsider. I piani del cambusiere, rovinati da Hamilton, sono smascherati dal capitano Giles, il quale furbo, e attento, scopre i movimenti del cambusiere e interpreta i suoi intenti. È, infatti, il capitano Giles che istrada il ragazzo e quasi lo obbliga a chiedere spiegazioni al Capo cambusiere. Una volto scoperto il piano del cambusiere il nostro protagonista si lancia nella nuova avventura attratto dall’idea del comando.

 

Questo quadretto vede dunque cinque personaggi, differenti l’uno dall’altro, con intenti e necessità diverse. Solo il capitano Giles pare non riveli i suoi interessi, e non dà una spiegazione delle sue trame, comincia a spiegarsi ma si interrompe e lascia il lettore interdetto sui suoi pensieri.
A parte la descrizione di personaggi buffi, e il divertente siparietto che si presenta in queste prime pagine il lettore si chiede a cosa serva porre questa apertura al racconto di una confessione intimistica3.

Noi troviamo a queste pagine due funzioni. La prima è di carattere meramente tecnico, e utilissima a chi ama scrivere: Conrad dà un perfetto esempio di narrazione efficace creando un sistema eccezionale di personaggi grazie ai quali creare scene che potremmo dire stanno in piedi da sole, grazie proprio a cinque caratteri e cinque intenti differenti tenuti insieme da un intreccio, che maggiormente sviluppato darebbe esito a una vera e propria commedia.

L’altra funzione è sicuramente più profonda e funzionale al testo stesso. Bisogna ricordare, infatti, che il testo di cui stiamo parlando fa sempre parte de La linea d’ombra, e si lega indissolubilmente al racconto in prima persona di un dramma. Anche in questo racconto come in altri una delle penne di Conrad è quella dell’ironia4.

Joseph Conrad fotografato da George Charles Beresford (1904)

Joseph Conrad fotografato da George Charles Beresford (1904) Clicca sulla foto per leggere la biografia su Wikipedia

L’ironia questa volta è propria dell’autore che pone il narratore difronte ad uno specchio. Ponendo il lettore nella testa del protagonista, e tra i suoi pensieri, siamo portati a soffermarci sui caratteri degli altri personaggi che il narratore ci descrive, e invece sono proprio i caratteri del nostro narratore che devono interessarci.
All’interno di questo teatrino di cui abbiamo parlato oltre alle scenette comiche il lettore dovrebbe soffermarsi sulle reazioni del nostro protagonista, per comprendere meglio chi esso sia. Solo così il racconto intimistico successivo potrà rispondere alle pretese delle prime righe con cui questo si apre. E solo così quella che compare come una serie di impertinenze, esasperazioni, impazienze, stupore e pena per gli affanni degli uomini, caratterizzerà appieno il nostro protagonista, giovane, fremente, insoddisfatto, il quale si troverà a incappare in una bonaccia fisica e mentale.
Alla fine anche il personaggio più impenetrabile, il capitano Giles, trova una sua funzione completa, e dal confronto delle sue parole iniziali con quelle conclusive del testo il processo di crescita si palesa e mostra la chiarezza degli intenti del suo autore. Buona lettura.


1. Si veda l’articolo di Alberto Asor Rosa, La nave è ferma, su «la Repubblica» del 22/03/1989. Anche gli altri riferimenti a Asor Rosa derivano da quest’articolo.
2. Il personaggio del protagonista è stato considerato come uno dei più vicini alla figura del suo autore per le reminiscenze autobiografiche presenti in questa narrazione, ed in effetti la lettura del testo ci porterebbe a essere d’accordo con Gustav Morf e Irving Howe i quali ritengono che «Conrad lasciò la Polonia, si tagliò fuori dal suo ambiente natio e, privo di un appoggio, egli restò sempre uno straniero, un marinaio errante ed uno spaesato in terraferma». Si veda Irving Howe, Politics and the novel (1957) trad.it. 1962, Lerici Milano.  I caratteri descritti da Howe sembrano descrivere esattamente il nostro marinaio pronto a scendere a terra per sempre, ma incapace di sottrarsi all’idea del comando, desideroso di riportare la nave in mare, ma soprattutto completamente estraneo e fuggitivo rispetto a quanto accade nel mondo attorno a sé.
3. Sempre da Howe «A volte, la sua abilità nel fare apparire la vita dell’umanità come qualcosa di vergognoso arriva ad un grado di compiutezza terribile – come, in modo evidentissimo, nella conversazione tra Mr. Verloc e sua moglie, poco prima che essa gli affondi il pugnale tra le costole. Leggendo passi come questo –sono proprio essi che mi fanno definire corrosivo il genio di Conrad –ci si sente travolgere dalla forza con cui la pura insensatezza investe il destino dell’uomo. Ma Conrad esagera, L’ultimo incontro di Mr. Verloc con sua moglie, per quanto sia un brillante tour de forte, scompagina la struttura del romanzo; l’insistenza di Conrad nello spremere l’ultima goccia di sordida assurdità del loro rapporto è in contrasto col ritmo narrativo del libro. Manca a Conrad quella autolimitazione che è indispensabile ad un novelliere per cui l’ironia si trasforma da tattica momentanea in una prospettiva totale.» 
4. «Dickensiana è la capacità di riunire l’ironia con la più imperterrita discesa nelle tenebre». Si veda Joseph Conrad di Claudio Taddei, p. 182, Lampi di Stampa, Milano 2007. Sempre in Taddei si dice che il narratore di L’agente segreto è quella di un moralista stoico che si fa aiutare dall’ironia per considerare la realtà umana, e ci sembra che qui Conrad faccia lo stesso. La citazione che vede l’influenza di Dickens su Conrad è di Pietro Citati, Dickens creatore del mondo«la Repubblica», 22/11/1994.

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