Parole, oggetti e animali: il tessuto simbolico ne La ferocia

di Concetta Maria Pagliuca

«Chi sa tace, chi parla non sa». Il titolo del capitolo incipitario de La ferocia pone l’accento sulla vera protagonista del romanzo, la parola. Le chiacchiere fastidiose del giovane passeggero sul furgone di Orazio Basile, gli improperi e le bestemmie di quest’ultimo, le domande dei curiosi in seguito all’incidente, le condoglianze incolori e le frasi di circostanza ai parenti della vittima, il congedo antifrastico dell’officiante, i continui capricci di Gioia e le liti in casa Salvemini. Parole di troppo, da cui il lettore non può che prendere le distanze, essendo costantemente redarguito dal narratore sulla loro falsità o vacuità. La sua voce, sottofondo all’intera narrazione, con la limpidezza dell’esposizione, se non risulta scopertamente di parte, si fa però veicolo di denuncia sociale e morale, come già evidenziato dai contributi precedenti in merito a questo libro e pubblicati di recente su Legenda. Più mobile è il suo punto di vista, continuamente oscillante tra trasportatori, avvocati, atleti, medici, adolescenti, ma restio a sovrapporsi a quello della protagonista. Solo verso la fine, infatti, veniamo a conoscenza dei pensieri di Clara e delle sue discutibili abitudini, che stonano con la tenerezza riservata al fratellastro.

Colpisce poi il fatto che l’ultimo ritorno in casa dei genitori sia motivato dalla ricerca di un vecchio trench di Michele, dimenticato in un armadio, in una stanza ormai diventata ripostiglio. Il romanzo del novecento ci ha abituati alle stanze prive dell’elemento umano ma non propriamente vuote perché abitate da oggetti. Quello che Michele non ha potuto portare con sé risulta ingombrante agli occhi del padre; così l’asfissia del rapporto tra fratellastri, ormai logorato dalla distanza, si sposta tutto su un piano materiale.

Degli oggetti sono possibili due efficaci chiavi di lettura, come protesi dell’io:

«Bella e imperscrutabile in un vestito rosso di Diane von Fürstenberg, la sorella maggiore era venuta in villa accompagnata dal marito per festeggiare il trentaseiesimo compleanno. Il ragazzo di Gioia era rimasto turbato davanti allo splendore dei candelabri e ai vecchi mobili ridipinti, senza capire fino in fondo che la preziosità degli oggetti si rivelava quando facevano da sfondo a Clara».

E come rete tenuta insieme dall’io:

«Il primo giorno senza Michele a Clara sembra di impazzire. Si aggira per casa come certi animali domestici a cui dal nulla viene tolto un oggetto di riferimento. Esce prima di pranzo, dà buca a una serie di appuntamenti, gira da sola in macchina per le strade della città. Se anche nei mesi precedenti ha frequentato poco suo fratello, le sembrava comunque di captarne il segnale. Non aveva magari idea di dove fosse di preciso, ma in ogni istante della giornata sentiva l’impronta di un puntino che si spegneva e si accendeva riecheggiando nel vuoto. Adesso quel segnale è scomparso. Il secondo giorno senza Michele, appena sveglia, scende al piano di sotto e subito si sente sbalestrata per il semplice fatto di guardarsi intorno. Gli oggetti. Ha l’impressione che non siano più in relazione tra di loro. Una sedia. La teiera. Il piano cottura. Non esiste la cucina nel suo complesso, solo gli oggetti di per sé. Stringe la tazza di latte caldo come un appiglio senza il quale cadrebbe nel vuoto».

Voglio soffermarmi un attimo sul paragone presente in questo estratto appena riportato: «Si aggira per casa come certi animali domestici a cui dal nulla viene tolto un oggetto di riferimento». Non sfuggono al lettore le reiterate trasfigurazioni zoomorfiche a cui Clara è sottoposta nell’arco di tutto il romanzo.

In una climax evidente, all’inizio della narrazione, nei suoi ultimi istanti di vita, si rispecchia nello sguardo di un topo di fogna; nella parte centrale assume le fattezze di una rana bellissima che Michele bambino tenta di mettere in salvo da due teppistelli; infine diventa la gatta perduta a causa di una momentanea e banale distrazione:

«A Michele sembrava di vederla, la gatta, paralizzata nel centro della strada, negli occhi i fari di un’auto scagliata a cento all’ora. Una creatura abituata a ricevere solo carezze. Il male, per chi nemmeno aveva immaginato che esistesse. Pensò ai topi di cui aveva letto sul giornale. Grosse pantegane che venivano fuori dai pozzetti di raccolta, spaventavano la gente. Era successo a Poggiofranco, a Carrassi. La gatta ne sarebbe stata sopraffatta. Topi dagli occhi color rubino, nati nella violenza. Ma il mio dolore è amputato. Michele si incamminò per il viale fiancheggiato dai cipressi. Vide spuntare tra le fronde la terrazza della villa. Un tempo non si sarebbe limitato a immaginare la gatta sbranata da un branco di topi di fogna. L’avrebbe sentita. Sarebbe stato lei. Clara».

Se dunque Clara è la gatta e i suoi sfruttatori sono i topi, non solo il destino è ineluttabile ma è anche già nascosto nelle prime pagine del libro, in quell’incrocio di sguardi interpretabile come condivisione forzata di uno stesso sistema di valori.

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