Nicola Lagioia, narratore di una società decadente.

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Quando mi sono ritrovata tra le mani il libro di Nicola Lagioia, La Ferocia, mi sono accostata alla sua lettura con estrema curiosità, perché volevo scorgere il criterio o i criteri che potessero valere ad uno scrittore il riconoscimento di uno tra i più ambiti premi letterari: il Premio Strega.
Ho pensato, iniziando la lettura, che probabilmente un criterio poteva essere lo stile di Lagioia, uno stile asciutto, essenziale, accattivante, composto da proposizioni brevi, che consentono al lettore di non perdere mai il filo del discorso, di tenere sempre viva l’attenzione sui dialoghi ed il flusso di pensieri dei protagonisti. Ogni parola è usata con cognizione di causa; i periodi non sono mai appesantiti da un uso esasperato di coordinate e subordinate ed in tal modo non si disperde la capacità di concentrazione del lettore che resta viva su quanto enunciato dai personaggi, che non è mai troppo e mai banale.

Tuttavia il solo criterio stilistico sembrava riduttivo per l’assegnazione di un premio prestigioso; allora ho pensato che accanto ad esso fosse da vagliare un secondo criterio, quello narratologico. La storia che racconta il libro è molto ben costruita e si concentra sulle vicende di una famiglia della Puglia dabbene, i Salvemini, che si snodano su due livelli: in primo luogo la morte di Clara Salvemini, figlia del potente imprenditore Vittorio Salvemini e le reazioni che la tragedia suscita in ciascun componente della famiglia, in particolare nel fratellastro Michele, il figlio che suo padre ha avuto da una relazione extraconiugale, cresciuto poi insieme ai figli avuti dalla moglie Annamaria.

In secondo luogo la ricostruzione attraverso la comparsa dei vari personaggi che interagiscono con i Salvemini, della vita di Clara una donna difficile, delicata, complessa, del rapporto che la lega al fratellastro Michele, al quale si sentiva molto vicina, l’unico familiare a cui voleva davvero bene e l’unico che sembrava capire il suo enorme senso di disagio e di solitudine che lei annegava in rapporti sbagliati, relazioni extraconiugali ed abitudini estreme.
Ma anche in questo caso l’utilizzo di una tecnica narrativa efficace, o comunque la capacità di raccontare in maniera coinvolgente una storia, è un quid che lo scrittore possiede per sua stessa natura e quindi non può costituire un criterio decisivo.
A questo punto ho pensato ai personaggi, ed in particolare ai due più interessanti della nutrita gamma del romanzo: i due fratellastri Clara e Michele Salvemini, due anime sofferenti, tormentate che sembrano pagare il peso di una colpa che non è dipesa da loro e di cui ingiustamente stanno scontando il fio.

È come se Clara avvertisse il malessere di Michele, ne fosse quasi diventata una cassa di risonanza e questo fa sì che tra i due si crei una sodalitas fatta di sguardi, gesti, parole spesso non dette che li legherà anche quando le loro strade si divideranno. La presenza, però, di due personaggi talora sfuggenti al lettore e forse proprio per questo affascinanti, accanto agli altri due criteri su citati, non può essere la condicio del premio.

La letteratura mondiale è ricca di personaggi belli e dannati a cui i lettori si sono affezionati, soffrendo le loro vicende e patendo i loro tormenti. Inoltre quando si parla di un’opera letteraria non ci si può soffermare alla mera tecnica; deve esserci qualcosa in più, qualcosa che prescinda dal giudizio tecnico. Un’opera letteraria, degna di tal nome, deve a mio avviso essere incisiva e coraggiosa. La letteratura molto spesso ha l’ingrato compito di filtrare ciò che in altre forme potrebbe risultare sgradevole ed insostenibile. Non può ignorare la materia scomoda, anzi deve sollevare il velo di Maya dalla mente del lettore indirizzandolo a cogliere la realtà non solo fenomenica ma anche noumenica o quanto meno deve fornire gli strumenti perché si possa fare, assolvendo così alle funzioni culturale e sociale che le sono imprescindibili.

Proprio il coraggio ha decretato la vittoria di Lagioia. Il suo è un ritratto “feroce” di una famiglia, ma soprattutto di una società…la nostra. Una società corrotta, dedita al piacere sfrenato, sommersa dai brogli che muovono le gare d’appalto dell’edilizia, senza scrupoli, incapace di gesti nobili e disinteressati, ipocrita, vigliacca, capace di far pagare ai suoi figli l’eredità di una colpa ancestrale di cui si sono macchiati i padri, secondo il principio della tragedia eschilea.
Il titanismo di Clara e Michele, in una siffatta società, di cui Lagioia mette in luce tutti i limiti, è destinato al fallimento, anche perché in essa appaiono sovvertite persino le leggi della natura; la tigre non mangia l’agnello perché più forte ma è «l’agnello che rende tale la tigre facendosi mangiare da lei».
La lettura de La Ferocia è sì amara, ma non per questo meno preziosa e stimolante, soprattutto illuminante: pur essendo figli del progresso o forse proprio perché figli del progresso siamo una società decadente.

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