Introduzione a La ferocia o lo sgomento dell’inizio.

di Martino Santillo

restai confuso, sbalordito, smarrito
per qualche minaccia o improvviso accidente.
Ludovico Antonio Muratori

«gli occhi della ragazza si rispecchiarono nello sgomento di un altro essere umano»

Come facciamo solitamente nei nostri EXEMPLA, ci piace cominciare questo articolo andando a spiegare una delle parole, a nostro parere, chiave, di quest’ultima frase delle prime pagine della narrazione di Nicola Lagioia.

Sgomento, è il participio passato del verbo sgomentare che nel senso comune viene utilizzato in qualità di sinonimo di atterrire e turbare. Il dizionario etimologico Pianigiani ci dice che esistono diverse possibilità per individuare l’origine del verbo, e una di quelle più interessanti è stata postulata da Ludovico Antonio Muratori, un intellettuale del XVIII secolo. Secondo questa interpretazione sgomentare deriverebbe da EX-COMMENTARE «che proviene da MENS mente: quasi dica turbare il pensiero, far uscir dalla mente». Da dove viene questo status di sgomento, questo stato di turbamento che permette di uscire dalla mente?
Nelle prime pagine de La ferocia abbiamo il racconto delle ultime ore di una ragazza fuori di sé che si muove sulla scena senza razionalità apparente e senza motivazioni, nuda e sporca di sangue.
La scena è, possiamo a diritto scrivere, sgomentante. Siamo di notte, lungo la provinciale tra Taranto e Bari, e nei giochi di luce e oscurità si muove una figura sinistra.
Le immagini che si susseguono turbano il lettore e creano in lui una tensione e un senso di attesa. E in questa attesa siamo posti da subito grazie alle prime parole della narrazione «Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taranto a Bari, e a quell’ora era di solito deserta».

Come nel migliore dei romanzi gialli se si dice di un posto che è deserto, in quello scenario comparirà una figura inquietante.
Con un procedimento che caratterizza queste prime pagine introduttive, e molto della narrazione successiva, Lagioia crea una scena priva di vita, e l’utilizzo di aggettivi come pallida, deserta, immaginario creano quell’attesa accennata in precedenza; la presenza in seguito a questi termini di termini particolari rompe però quest’attesa e pone nel vuoto creato una nota stonata. Termini che creano un’atmosfera trasognata vengono seguiti sempre da un termine tecnico, particolare, dal suono certo non comune, o almeno inaspettato nelle descrizioni che fa il narratore.

«Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taranto a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo verso nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immaginario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse.» [c.vo nostro]

Il narratore crea attraverso il suono lo stesso effetto che crea poi con le immagini successive.

«Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe continuato a farlo fino alle luci del mattino. Piú che altro, dava l’idea di un fantasma senza pace. Superata la strana apparizione il paesaggio continuava piatto e uniforme per chilometri.»

Piatto e uniforme per chilometri segna chiaramente come l’orizzonte della scena sia anonimo, deserto e privo di vita. La figura dello sky dancer, questo pupazzo gonfiabile che si muove ondeggiando, rappresenta l’unica verticalità in questo spazio orizzontale, in cui resta l’unico surrogato di vita umana. Proprio come lui i termini più tecnici, o dal suono più complesso (aviorimesse, sky dancer, diadema sfrigolante, termoplastica, rododendri, un aspide, Rorschach, complanare, svasatura, equidistante, spiraliforme) regalano al testo un andamento tortuoso fatto di planate e picchiate.
Nello stesso modo in cui nel mezzo del nulla della campagna lungo la provinciale compare una figura solitaria, ugualmente in una scena colma di vita compare una figura solitaria che alla fine del passo incontrerà la prima, e come questa mostrerà la sua inquietudine, il suo essere «un fantasma senza pace». A differenza della scena iniziale quella che segue è diametralmente opposta. Se nella prima scena manca qualsiasi forma di vita, e leggiamo solo di una stazione di servizio e alcuni capannoni in uno spazio enorme, dilatato dalla mancanza di luce per una luna pallida e un buio limitato solo dalle lontani luci sfrigolanti della città, nella seconda scena abbiamo lo spazio privato ridotto, e relativamente piccolo di un giardino di villa in cui sciami di falene ronzano attirate dalle luci e serpenti azzannano le proprie prede in un’esplosione di vita animale.
La scena cambia seguendo proprio la vita animale, che pare essere sempre una lotta tra vita e morte:

«Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati dalla tempesta di arbusti e foglie morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine.»

«Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. […] Il movimento diventava un’ossessiva danza circolare che solo la morte poteva interrompere.»

«Lampade a muro in veranda. Grandi ovali in termoplastica ai piedi delle rose. Una serie di tenui diffusori verticali segnava il percorso fino alla piscina. Questo teneva il ciclo delle falene a uno stato di immanenza: carcasse in veranda, agonizzanti sulla plastica bollente, in volo tra i cespugli di rosa.»

Non a caso l’ultima parola che chiude questa fase di descrizione è il termine vivo che nella frase rappresenta l’ultimo sussulto in una lotta persa:
«un aspide tendeva le mascelle nel tentativo di ingoiare un topo ancora vivo»

In questo scenario in bilico tra vita e morte fa capolino, come prima lo sky dancer, una figura verticale che se prima era inanimata tra gli inanimati e aveva però fattezze di vivente, ora essere vivente tra i viventi che ha l’essenza degli inanimati.

«Era normale che gli animali si fossero messi in allerta. Molto piú strano che non l’avessero mantenuta. L’aspide ripiombò sulla sua preda. I grilli frinivano di nuovo. La ragazza aveva cessato di preoccuparli. Piú che l’innocuità, sembravano avvertirne il conclusivo trascinarsi verso il punto che fa crollare le differenze di specie.»

Questa donna bellissima, quanto la voglia di capire cosa l’abbia condotta lì, attraverserà la scena solo per riflettersi negli occhi di un altro essere umano, o meglio «nello sgomento di un altro essere umano» turbato e portato fuori di mente per la presenza inattesa, inaspettata, improvvisa (fuori luogo), di una figura quale quella della ragazza.

Quello che leggiamo, e il modo in cui è scritto, rappresentano un tentativo di destabilizzare il lettore, e portarlo a sgomentarsi nel tentativo di ricostruire ciò che è accaduto prima di ciò che leggiamo.
Queste poche riflessioni ci vengono dalla lettura delle prime righe de La ferocia di Lagioia, e molte altre ne deriverebbero dall’analizzare le descrizioni del paesaggio e degli spazi umani. Per ora buona lettura.

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