Tornando a volersi bene

di 

Leggendo il romanzo della Limone E le stelle non stanno a guardare (Salani 2014) si ha come l’impressione di compiere, parafrasando il titolo di un celebre racconto di Italo Svevo, un lungo viaggio sentimentale, all’interno del complesso e variegato universo femminile.

Donne sono infatti le protagoniste assolute del libro: Letizia, la più anziana e saggia, colta e con il vezzo della musica del G. M., a cui riconduce il nome della latteria Fatti mandare dalla mamma, che gestisce con l’aiuto della nipote che, non a caso, si chiama Belinda, come uno dei suoi più famosi successi; quest’ultima, la più giovane del gruppo, dopo una delusione sentimentale, costruisce un muro di diffidenza nei confronti dell’altro sesso che solo un incontro improvviso riuscirà a scalfire.

Poi ci sono le sorelle Mariolina e Marietta: la prima, moglie amata da un uomo di dieci anni più giovane e in lotta con il desiderio di ritornare a lavoro per riprendersi uno spazio tutto suo, personale, poiché la convivenza con i suoceri e le attenzioni del suo uomo, dopo l’interruzione improvvisa della gravidanza, tendono a rimpicciolirlo di tanto; la seconda, invece, single integerrima, con un’attività avviata, dopo anni di solitudine sentimentale si scopre innamorata di un amico di infanzia, l’attuale sindaco del luogo in cui si svolgono le vicende descritte nel romanzo, che è in realtà omosessuale. Claudia, madre di Belinda e moglie di un avvocato innamorato del suo lavoro, che ha lasciato già una volta per poi ritornare.

Poi ci sono ancora Ornella ed Antonia, in fuga da un passato fallimentare, e per quest’ultima in particolare, difficile da metabolizzare. Un matrimonio poco felice per entrambe ed ora per Ornella l’incarico di allestire il festival del Borgo che assorbirà tutte le sue energie e forze mentali e per Antonia un amore fedifrago, molto passionale, che le ha regalato i suoi unici momenti di felicità, attimi in cui si è sentita finalmente viva, per il quale ha messo in discussione tutta la sua vita, ma che è diventato, da quando si è concluso, la sua scheggia nelle carni, un tormento, un’ossessione mortificante per una donna bella ed intelligente come lei, un lento logorio che ne svilisce l’elegante fisionomia e la nobile anima.

Attorno alle protagoniste ruotano le figure maschili della narrazione: Ruggero, il marito amorevole ma “grammaticalmente scorretto” di Mariolina; il sindaco Rondinella, che grazie all’amore ed alla devozione della sua amica Marietta metterà a tacere le cattiverie dilaganti sui suoi orientamenti sessuali, strumentalizzati dagli avversari politici; Francesco, il bel tenebroso che farà capitolare Belinda; Cesare, l’avvocato che per amore di sua moglie si dedica ad attività che odia con tutto se stesso, come accompagnarla a fare la spesa o partire all’avventura in viaggi che poco lo ispirano; il commissario Saltalamacchia con la sua vena da scrittore e Rocco Rubino, giallista di gran fama che si scopre, nel corso della narrazione, essere legato al passato di una delle protagoniste. Tutti loro sono in preda alla forza centripeta e talora centrifuga che solo il complicato gentil sesso è in grado di sprigionare sul sesso forte.

Le loro vicende personali confluiranno e si intrecceranno tutte a Borgo Propizio, dove, dopo un lungo inverno interiore, ciascun personaggio ritrova se stesso. Fin dalla lettura delle sue prime pagine si ha subito la percezione di avere tra le mani un romanzo di formazione poiché le protagoniste, ad eccezione di Letizia, devono affrontare un passato che ne ha inevitabilmente condizionato il presente e rischia di paralizzarne il futuro; questa lotta che conducono quotidianamente è la condicio sine qua non per pervenire alla crescita e alla maturità di pensiero e azione, per vincere piuttosto che soccombere ai loro demoni interiori. E in questa lotta assume un’importanza fondamentale lo spazio fisico delle vicende narrate: Borgo Propizio, locus amoenus, su cui aleggia la presenza di un fantasma che appare un po’ come l’unica nota stonata dell’armonia quasi perfetta, capace di suscitare questo microcosmo di provincia, baluardo di valori e tradizioni immuni dall’invasione tecnologica mondiale.

In realtà, l’inserzione di questo dark side nell’amenità propiziese crea una sorta di parallelismo o, se vogliamo, una mise en abyme con quanto avviene nel locus animi delle protagoniste, che culminerà con una primavera totalizzante, una rinascita che investirà sia il Borgo, il cui nome completo con l’aggiunta di Propizio è beneaugurante, sia la vita delle donne del libro, una vita nuova, rinnovata dall’amore, in primis per se stesse, concludendo in tal modo quel processo interiore di crescita personale, ritrovandosi e ritrovando la forza di rivendicare ciò che sono e di prendersi ciò che vogliono. Dunque la primavera del Borgo è perfettamente speculare a quella della loro interiorità. Si potrebbe dire che al romanzo è sotteso una sorta di Panismo, sapientemente costruito, che pervade l’elemento umano e naturale, riuscendo a fondersi e conciliarsi soprattutto nel finale, con la ritrovata armonia di locus amoenus e locus animi. Anzi si potrebbe addirittura parlare di una sovrapposizione: il locus amoenus diventa il locus animi.

Quindi non è un caso che solo in questo posto giungano a termine i conflitti interni di queste donne, che riescono a far pace con se stesse e con i loro desideri, perdonandosi le leggerezze e gli errori che le hanno ingabbiate e tornando a volersi bene. Così si vince. Così vincono loro, lasciandosi alle spalle il demone paralizzante dell’infelicità e aprendosi ad un presente diverso che riesce a prospettare un futuro più roseo. Il libro della Limone è molto vicino alla sensibilità femminile perché non è difficile identificarsi in una delle protagoniste o in qualche aspetto di ciascuna di esse; seguirne il processo di crescita e maturazione personale può essere catartico e terapeutico, in quanto il libro assolve appieno la missione per eccellenza della letteratura, che oltre a procurare diletto ed evasione deve riuscire a fornire risposte, delle quali, un lettore, si scopre, inconsapevolmente o consapevolmente, sempre alla ricerca. Potere delle parole. Potere alle parole.

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