16 – Vanesio – Gli EXEMPLA di Legenda

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Il termine di cui andiamo a occuparci oggi è un aggettivo che risulta essere davvero poco utilizzato per quanto riguarda il linguaggio parlato di tutti i giorni: stiamo appunto riferendoci a vanesio. Secondo quella che è la definizione che ormai siamo soliti estrapolare dal portale online Treccani.it, vanesio, appunto questo aggettivo, ha un’accezione puramente figurata e astratta e indica fondamentalmente, nella sua accezione, qualcosa di inutile, di scioccamente vano e fatuo, qualcosa che è ascrivibile a una persona o a un individuo che ostentando smaccatamente le proprie presunte qualità fisiche o intellettuali, rivela poi la effettiva vuotezza e stupidità.

Quindi vanesio è utilizzabile per una persona che si gonfia delle proprie capacità che poi alla fine risulta essere completamente vuota. Utilizzando anche la definizione etimologica che abbiamo tratto, ormai anche questo è un leitmotiv di Legenda Letteraria e di questa nostra rubrica, dal portale Etimo.it, l’aggettivo deriva a sua volta da una modificazione dell’aggettivo latino di prima classe VANUS-A-UM e che a sua volta indica qualcosa di vuoto, cioè qualcosa che non ha un contenuto al suo interno, che mostra una semplice apparenza, qualcosa di infruttuoso e di banale e che appunto rimarca ancora una volta la sua accezione completamente negativa.

In merito a quella che è la nostra tradizione letteraria in cui abbiamo cercato un po’ questa corrispondenza, abbiamo avuto modo di riscontrarla in Alibi, una raccolta di 16 componimenti di Elsa Morante, forse la poetessa, l’autrice più apprezzata per quanto riguarda la nostra tradizione italiana del secondo dopoguerra;  quindi stiamo parlando del secondo Novecento. Questa raccolta, edita dalla Longanesi per la prima volta nel  1958, è stata inserita in una collana creata esplicitamente per la Morante, una collana ad hoc, ma che però poi vedrà l’inserimento di altre pubblicazioni celebri per quanto riguarda il mondo della poesia, quali Croce e delizia di Sandro Penna e la ben più conosciuta L’usignolo della Chiesa Cattolica di Pier Paolo Pasolini.

Questa raccolta, e poi la collana legata alla raccolta, furono salutate con grandissima positività anche da molti altri poeti del tempo: celebre è la descrizione riportata appunto su svariate riviste da Giorgio Caproni, però successivamente questa raccolta te a è stata poi completamente dimenticata, è caduta nell’oblio per circa un trentennio, per poi essere ripescata da Cesare Garboli a metà degli anni Novanta. Infatti Garboli ha riletto la raccolta e ha approntato un’edizione critica di grande spessore edita dall’Einaudi: infatti il nostro testo di riferimento è appunto Alibi di Elsa Morante, con introduzione di Cesare Garboli, Einaudi, 2012, un testo a cui invitiamo alla lettura soprattutto per il suo apparato critico di notevole caratura.

Il componimento che andiamo a leggere è appunto uno di questi 16 componimenti e prende il nome di Lettera, scritto nel 1946. Alla base alla di questo testo poetico, così come poi alla base di tutti gli altri che compongono la raccolta, il perno principale, il cardine, è senza ombra di dubbio l’amore, anche se poi in realtà, come afferma Garboli, è un amore fine a se stesso, che non si risolve in qualcosa di positivo ma anzi qualcosa che poi crea una completa illusione. Un amore che spinge poi, come movimento principale, come pretesto principe, la poetessa alla scrittura, a ricercare il motivo per essere altro.  Oltre alla tematica dell’amore, per quanto riguarda lo stile, basandoci sempre sull’introduzione di Garboli, possiamo affermare che è molto composito, poliedrico e che deriva a sua volta da una fusione di luoghi letterari tipici della nostra tradizione letteraria: con la Morante si va dal Barocco di metà Seicento passando per la mitologia Greca e Latina, fino ad arrivare poi alla fine del Settecento, al Romanticismo dell’Ottocento e poi alla crudezza della contemporaneità.

Lettera

Tutto quello che t’appartiene, o che da te proviene,
è ricco d’una grazia favolosa:
perfino i tuoi amanti, perfino le mie lagrime.
L’invidia mia riveste d’incanti straordinari
i miei rivali: essi vanno per vie negate ai mortali,
hanno cuore sapiente, cortesia d’angeli.
E le lagrime che mi fai piangere sono il mio bel diadema,
se l’amara mia stagione s’adorna del tuo sorriso.

Stupisco se ripenso che avevo tanti desideri
e tanti voti da non sapere quale scegliere.
Ormai, se cade una stella a mezzo agosto,
se nel tramonto marino balena il raggio verde,
se a cena ho una primizia nella stagione nuova,
o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione,
non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome,
o parola che m’apri la porta del paradiso.

Nel mio cuore vanesio, da che vi regni tu,
le antiche leggi del mondo son tutte rovesciate:
l’orgoglio si compiace d’umiliarsi a te,
la vanità si nasconde davanti alla tua gloria,
la voglia si tramuta in timido pudore,
la mia sconfitta esulta della tua vittoria,
la ricchezza è beata di farsi, per te, povera,
e peccato e perdono, ansia e riposo,
sbocciano in un fiore unico, una grande rosa doppia.

Ma la frase celeste, che la mia mente ascolta,
io ridirti non so, non c’è nota o parola.
Ti dirò: tu sei tutto il mio bene, ad ogni ora
questa grazia di amarti m’è dolce compagnia.
Potesse il mio affetto consolarti come mi consola,
o tu che sei la sola confidenza mia!
(1946)

Questo testo che è straordinariamente ricco di immagini, ci fa appunto vedere un cuore vanesio, ricco di sentimenti contrastanti, di emozioni, di paure, di ricchezza e di desideri, un cuore che poi esplode e che dà vita all’immagine bellissima dell’unico fiore ma che però è doppia rosa. Quindi una bellezza estrema, e anche quasi una sorta di annullamento, ecco appunto il termine vanesio. Con questo componimento, vi invitiamo ovviamente a leggere tutta la raccolta e vi invitiamo a ritornare, per quanto riguarda anche gli altri aggettivi e gli altri termini di cui parleremo in futuro, qui sui Legenda Letteraria!

Ciao Wuagliò!

 

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