14 – Vituperato – Gli EXEMPLA di Legenda

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Cari lettori e lettrici, ben tornati alla nostra rubrica Gli EXEMPLA di Legenda. Il termine di cui ci occupiamo oggi è un termine ormai desueto, per quanto riguarda la nostra lingua italiana corrente, ma era un termine utilizzato qualche tempo fa. Stiamo parlando dell’aggettivo vituperato.

Secondo quella che è la definizione che classicamente estrapoliamo dal vocabolario Treccani.it vituperato deriva dal verbo transitivo vituperare che significa, in un’accezione completamente negativa: infamare, biasimare o rimproverare gravemente.

In merito invece alla sua derivazione etimologica ci rifacciamo invece al dizionario etimologico Pianigiani, che è possibile consultare al sito Etimo.it, e che riporta questa definizione: l’aggettivo vituperato, e il verbo da cui l’aggettivo deriva, deriva a sua volta dall’unione di due termini latini VITIUM ET PARARE, letteralmente preparare al vizio, dunque un’accezione completamente negativa come dicevo che significa biasimare, infamare, svergognare. Ha un’accezione diretta, dunque, vituperare lo possiamo trovare solo in questo ambito negativo.

In merito invece a quello che è l’esempio che abbiamo estrapolato dalla nostra tradizione letteraria, quest’oggi abbiamo deciso di rifarci a Matteo Maria Boiardo, poeta e grande scrittore della fine del XV secolo, quindi siamo alla fine del 1400, che scrive in questo periodo un poema cavalleresco, ormai quasi sconosciuto per quanto riguarda la totalità dei lettori, ma molto ben presente agli studiosi di letteratura italiana, e agli studenti di liceo, e agli studenti dell’università che molto studiano questo poema cavalleresco: l’Orlando innamorato o utilizzando il suo titolo per così dire originale L’innamoramento di Orlando, poema cavalleresco uscito nella sua prima edizione incompleta nel 1483, e che poi è uscito totalmente completo nel 1945, postumo dopo la morte dell’autore.

L’Orlando innamorato è un poema cavalleresco come vi dicevo, scritto in ottave. L’ottava è una composizione metrica molto particolare formata da otto versi di endecasillabi alternati con una struttura ritmica abbastanza particolare. La struttura del poema vede intrecciate praticamente una serie di avventure fantastiche, amorose e magiche, e che a loro volta riconducono essenzialmente ai vari personaggi, ma nella fattispecie riconducono a un personaggio per eccellenza: Orlando cavaliere alla corte di Carlo Magno, e che è diventato famosissimo perché lo rivediamo spesso in queste azioni eroiche e avventurose, ed è personaggio, perno principale di quello che è il ciclo carolingio, un filone letterario molto comune per quanto riguarda la tradizione letteraria medievale, umanistica, rinascimentale e così via.

Orlando si ritrova ad affrontare molte peripezie soprattutto per amore di Angelica, e nello stralcio in questione, o per meglio negli stralci precedenti rispetto a quello che vi presentiamo si intravede il duello tra Orlando, il nostro cavaliere, e il sire dei tartari, che si scontano per l’appunto in maniera molto forte, molto cruenta, e che a un certo punto, al giungere della notte, interrompono il loro duello, durante questa pausa i due fraternizzano, si raccontano esperienze culturali, e di armi, tutto sommato però si ritrovano a parlare in questa loro pausa anche di Angelica, e questo amore che tra l’altro è condiviso tra i due, fa riscoccare nuovamente la scintilla, e i due ricominciano ad affrontarsi. Lo stralcio in questione tratto dal I libro dell’Orlando innamorato, per la precisione l’ottava numero otto, che fa parte del canto diciannove, appunto ci fa vedere la ripresa di questo duello, tra Orlando e Agrican, e si tratta di un evento tragico, poiché Orlando sta subendo molto da parte del suo avversario, e alla fine della serie di ottave che leggeremo si intravede un Orlando che è dubbioso, quasi ha il desiderio insito di abbandonare le armi, e di rifugiarsi in un monastero, quasi come se il suo desiderio principale sia quello di rompere il patto d’amore per Angelica, nei confronti di un nemico che è estremamente forte.

Non vedea lume per gli occhi nïente,
E l’una e l’altra oreglia tintinava;
Sì spaventato è il suo destrier corente,
Che intorno al prato fuggendo il portava;
E serebbe caduto veramente,
Se in quella stordigion ponto durava;
Ma, sendo nel cader, per tal cagione
Tornogli il spirto, e tennese allo arcione.
8 E venne di se stesso vergognoso,
Poi che cotanto se vede avanzato.
«Come andarai – diceva doloroso –
Ad Angelica mai vituperato?
Non te ricordi quel viso amoroso,
Che a far questa battaglia t’ha mandato?
Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire,
Servendo poi, fa il guidardon perire.
9 Presso a duo giorni ho già fatto dimora
Per il conquisto de un sol cavalliero,
E seco a fronte me ritrovo ancora,
Né gli ho vantaggio più che il dì primiero.
Ma se più indugio la battaglia un’ora,
L’arme abandono ed entro al monastiero:
Frate mi faccio, e chiamomi dannato,
Se mai più brando mi fia visto al lato».

In queste ottave di straordinaria bellezza si intravede per l’appunto il dubbio che Orlando sta provando, ormai ferito gravemente da alcuni colpi del suo nemico, che si dimostra più bravo, nel combattimento, gli viene a un certo punto in mente il viso di Angelica ovvero la persona per cui Orlando sta combattendo, e sentendosi sopraffatto dalla potenza del sire dei tartari quasi orlando vacilla, quasi questo suo patto amoroso, come dicevo prima, fatto nei confronti dell’amata per la quale lui sta combattendo venisse a mancare, e l’orgoglio di combattente, di cavaliere, è messo in discussione, tanto che Orlando quasi decide di abbandonare le armi e di fuggire in monastero. Detto questo vi invitiamo assolutamente a leggere questo poema straordinario e a continuare la lettura, e vi aspettiamo prossimamente qui su Legenda Letteraria. Ciao wuagliò!

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