– 9 – Querulo – Gli EXEMPLA di Legenda

di Martino Santillo

Musica di Chris Zabriskie – Cylinder Six 

Ed. consigliate:
G. Parini, Il Giorno e le odi – G. Nicoletti, Bur 2011, 10,20€
G.Parini, Il Giorno, cur. di D. Isella, con commento di M. Tizi, Guanda 1996 (da cercare in biblioteca per chi voglia entrare nell’officina del verso pariniano)

Cari lettori e lettrici di Legenda Letteraria bentornati ai nostri EXEMPLA di Legenda. Il termine di cui parliamo oggi è querulo che come l’ormai classico vocabolario della Treccani ci dice è un sinonimo di lamentoso. Viene detto di persona che si lagna, che si lamenta dolendosi dei torti ricevuti. Inoltre il dizionario ci dice che si tratta di un aggettivo letterario, cioè derivato dalla nostra tradizione letteraria, e noi aggiungiamo di quella tradizione alta, aulica poiché è un termine che ricalca, cioè fa il calco della parola latina da cui ha origine. Infatti, come possiamo vedere sul dizionario etimologico consultabile al sito Etimo.it querulo deriva da QUERULUS, termine latino che deriva a sua volta dal verbo QUEROR che significa lamentarsi. Noi aggiungiamo che QUEROR, il verbo latino, ha la stessa radice di un altro verbo latino che è QUERO, e che vuol dire chiedere qualcosa, rivendicare qualcosa. Ecco come il termine italiano va a unire i significati dei due verbi latini, così che querulo si riferisce a qualcuno che si lamenta per un torto subito, qualcuno che si lamenta per rivendicare qualcosa.

Il riferimento testuale di oggi viene da uno degli autori più importanti della nostra tradizione letteraria: Giuseppe Parini, un poeta settecentesco, importante padre della lingua italiana poiché quando parliamo di Parini, parliamo di un vero forgiatore della musica, cioè della poesia intesa come musicalità del verso, e inoltre è un autore che ha fatto scuola, cioè un autore che con le sue opere ha aperto un solco all’interno del quale si sono mossi alcuni autori successivi.

L’opera a cui facciamo riferimento è il Giorno, l’opera principe di Parini in cui ci parla dell’aristocrazia della seconda metà del Settecento, e lo fa assumendo il punto di vista di un precettore, che è cosa un tantino differente dall’insegnante del doposcuola attuale, e ci teniamo a sottolineare che Parini aveva un importante passato come precettore  essendolo stato in casa Serbelloni per circa cinque anni, ma al contempo Parini è uno di quegli intellettuali che vivono in una città particolare che è Milano del Settecento, in un periodo particolare che è il Dispotismo illuminato, cioè un periodo in cui gli intellettuali, coloro che hanno una preparazione culturale ampia e sostanziosa, vengono chiamati a lavorare a stretto contatto coi riformatori, e quindi entrano a far parte realmente del potere politico attivo.

In più bisogna dire che Parini in prima persona ha rivestito numerosi incarichi pubblici, e ha avuto numerose cattedre d’insegnamento, e quindi il fatto che lui ci parli dell’aristocrazia del suo tempo, di quelli che contano politicamente, ci fa capire quanto il tema del potere, della collaborazione tra mondo culturale e mondo politico sia fondamentale e centrale nella sua attività di poeta, a maggior ragione se consideriamo il fatto che il Giorno è un’opera incompiuta. Si tratta di un’opera che nata tripartita ha avuto un’evoluzione per cui le prime due parti il Mattino e il Mezzogiorno sono state pubblicate, mentre la terza parte originariamente la Sera, che è stata poi riformulata in altrettante tre parti, non ha mai visto la pubblicazione mentre il poeta era in vita. Ciò significa che il poeta non è mai riuscito a dare al proprio progetto una forma definitiva utile per la pubblicazione.

Parini ci parla dell’aristocrazia e lo fa mettendoci davanti un giovin signore, cioè un giovane aristocratico e mostrandoci le sue attività giornaliere ci fa capire come l’aristocrazia fosse diventata un elemento pressoché inutile, limitata ad un’apparenza fastosa, e soprattutto a una pienezza di sé e della propria mancanza di contenuti.

All’interno dei versi che abbiamo scelto, che sono poi i versi primi del Mattino, dunque l’apertura del poemetto, il precettore d’amabil rito, quindi Parini, ci mostra questo giovin signore che all’alba si è appena ritirato dalla sua notte di giochi e di amori. Ci dice, infatti, che dopo aver frequentato «le are a Vener sacre e al giocator Mercurio» (le are nel senso dei templi devoti a Venere e a Mercurio, che è una metafora per le case del piacere, dove avviene il gioco amoroso, e dove avviene il gioco d’azzardo dato che Mercurio è il protettore dei giocatori) ora si è fatta l’alba,  ed è ora che tu vada a dormire, che tu ti «posa» dice, poiché, e riprendendo i versi iniziali, che tu sia un nobile di antica tradizione  per cui il tuo sangue è blu, dice il tuo sangue celeste sia purissimo, o che il difetto del tuo sangue, cioè se tu hai il sangue rosso perché in realtà non sei un aristocratico di lunga tradizione ma sia un nobile poiché i tuoi predecessori per ricchezze siano riusciti a comprare gli onori della nobiltà, non ti preoccupare: che tu sia l’uno o l’altro ascoltami poiché ti insegnerò quelle attività che faranno sì di viver con minor noia i tuoi giorni vuoti, dice «nojosi e lenti giorni», cioè giorni completamente inutili.

E poi gli dice il perché voglia impartirgli tali precetti, poiché tu non sei un soldato, dice «Invano Marte a sé ti invita» poiché credi che rischiare la vita sia una cosa stupida e perché abborri il sangue, e poi (parte fondamentale al nostro discorso in cui ricorre il termine querulo al plurale queruli) non ti dedichi nemmeno agli studi perché sei convinto che siano utili soltanto a far lamentare i giovani. Sei avverso agli studi per colpa dei «queruli ricinti», cioè quei luoghi lamentosi poiché pieni di lamentele, di «giovanili strida», cioè di piagnucolii di giovani, in cui l’arti migliori e le scienze sono state trasformate in mostri e orrende larve cioè fantasmi, cose senza senso, immateriali nel senso proprio di inutili, per cui sono diventate cose buone soltanto per far lamentare i giovani.

Questo è ovviamente un passo ironico per Parini, però l’autore ci mostra come l’aristocrazia si fosse disinteressata sia alle arti sia alle scienze cioè quei campi in cui nel corso del Settecento ci sono stati studi importanti che sono poi sfociati per l’appunto nelle riforme, e dunque nell’ordine sociale così come è strutturato nell’Antico regime, dove la politica spetta all’aristocrazia, se l’elemento aristocratico si disinteressa ai campi degli studi ha perso utilità, è completamente vana. Tutto questo ci viene sintetizzato dal poeta all’interno di questa immagine dei «queruli ricinti».

Giovin Signore, o a te scenda per lungo
di magnanimi lombi ordine il sangue
purissimo celeste, o in te del sangue
emendino il difetto i compri onori
e le adunate in terra o in mar ricchezze
dal genitor frugale in pochi lustri,
me Precettor d’amabil Rito ascolta.
Come ingannar questi nojosi e lenti
giorni di vita, cui sì lungo tedio
e fastidio insoffribile accompagna
or io t’insegnerò. Quali al mattino,
quai dopo il mezzodì, quali la sera
esser debban tue cure apprenderai,
se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta
pur di tender gli orecchi a’ versi miei.
Già l’are a Vener sacre e al giocatore
Mercurio ne le Gallie e in Albïone
devotamente hai visitate, e porti
pur anco i segni del tuo zelo impressi:
ora è tempo di posa. In vano Marte
a sé t’invita; che ben folle è quegli
che a rischio de la vita onor si merca,
e tu naturalmente il sangue aborri
né i mesti de la Dea Pallade studj
ti son meno odiosi: avverso ad essi
ti feron troppo i queruli ricinti
ove l’arti migliori, e le scienze
cangiate in mostri, e in vane orride larve,
fan le capaci volte echeggiar sempre
di giovanili strida. Or primamente
odi quali il mattino a te soavi
cure debba guidar con facil mano.
Sorge il mattino in compagnìa dell’alba
innanzi al sol etc. etc. etc.

Noi stacchiamo la lettura ovviamente vi invitiamo a continuare e speriamo che prestare attenzione a cotanta bellezza non provochi in voi polemici atteggiamenti nei confronti della società attuale.

Detto ciò ci rivediamo lunedì prossimo e state lettori!

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