– 8 – Ceruleo – Gli EXEMPLA di Legenda

Musica di SonGoku&Sons – Kamehame ha

di Fedele Menale

Cari lettori e lettrici, ben tornati alla nostra rubrica Gli EXEMPLA di Legenda. Il termine di cui andiamo ad occuparci oggi è l’aggettivo singolare maschile ceruleo. Da quella che è la definizione che abbiamo avuto modo di estrapolare dal portale Treccani.it ceruleo richiama, nella sua definizione più comune al colore del cielo sereno, all’azzurro chiaro insomma. Dunque ha una connotazione visiva relativa a un colore, in questo caso all’azzurro.

In relazione in realtà a quella che è l’etimologia, la derivazione più che altro, come al solito ci rifacciamo al portale Etimo.it da cui si evince che questo aggettivo deriva dal latino CAERULEUS utilizzato anche in funzione poetica come CAERULUS che a sua volta deriva CAELUM dunque cielo. C’è una piccola precisazione, in fatti in senso poetico ceruleo è indicato come propriamente del mare, ovvero quel mare assai profondo e lontano dal lido dove cioè l’acqua è più profonda e il cielo azzurro vi si specchia. Quindi ha di per sé un senso molto preciso e decisamente molto poetico.

Per quanto riguarda l’esempio della nostra tradizione letteraria italiana, ci rifacciamo questa volta Ugo Foscolo, e al suo poemetto Le Grazie: un poemetto incompiuto, cominciato nel 1812 e dedicato allo scultore Antonio Canova, che in quel momento lavorava al gruppo marmoreo delle Grazie. Questo componimento ha avuto una gestazione travagliata, tanto è vero che il poeta, pur riprendendolo in varie fasi della sua vita, non lo portò mai a termine. Di fatti Le Grazie rappresenta per eccellenza un esempio di poesia neoclassica, è un’opera carica di immagini e di costrutti poetici della classicità latina e greca.

Proprio per questo i suoi contenuti sono molto elevati anche stilisticamente, infatti, il testo a una prima lettura si presenta eccezionalmente ostico e per tanto è sempre utile munirsi di un apparato critico, cioè di un testo spiegato nei minimi particolari per coglierne meglio il senso. Come abbiamo visto infatti l’opera per tutto il suo svolgimento si presenta travagliata, quindi si consiglia di leggerla attraverso un testo critico, e noi consigliamo Le Opere di Ugo Foscolo, a cura di Mario Puppo, edito da Mursia (Milano 1967). La ricorrenza di cui andiamo a parlare nella sua accezione di genere femminile e numero singolare, si riscontra al verso 19 dell’inno secondo dedicato a Vesta.

INNO SECONDO – A VESTA

Tre vaghissime Donne, a cui le trecce
Infiora di felici itale rose
Giovinezza, e per cui splende più bello
Sul lor sembiante il giorno, all’ara vostra,
Sacerdotesse, o care Grazie, io guido.
Qui, e voi che Marte non rapì alle madri,
Correte, e voi che muti impallidite
Ne’ penetrali della Dea pensosa,
Giovinetti d’Esperia era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
Il gran peplo fregiavano. Con elle
Qui Galleo sedeva a spiar l’astro
Della loro regina; e il disviava
Col notturno romor l’acqua remota,
Che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno
Furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’Alba, la Luna e il Sol mostrava,
Gareggiando di tinte, or le severe
Nuvole sulla cerulea alpe sedenti,
Ora il piano che sfugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
Scena, e di templi e d’arator beati;
Or cento colli, onde Appennin corona
D’ulivi e d’antri e di marmoree ville
L’elegante città, dove con Flora
Le Grazie han serti e amabile idïoma.

Arrivederci al prossimo appuntamento su Legenda Letteraria. Ciao wuagliò!

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