– 4 – Scarco – Gli EXEMPLA di Legenda

di Fedele Menale

Cari lettori e lettrici, bentrovati alla nostra rubrica Gli EXEMPLA di Legenda. Oggi andiamo a occuparci di un termine desueto e utilizzato raramente nella lingua italiana: l’aggettivo Scarco.

Dalla pagina on line del vocabolario Treccani.it, scarco risulta essere un aggettivo e un sostantivo maschile, che però è una variante poetica di scarico, derivante dal verbo transitivo scaricare.

Se guardiamo poi anche alla ricorrenza che abbiamo estrapolato dal portale Etimo.it è possibile evincere che scaricare deriva dal provenzale, spagnolo, e portoghese descargar, che va a significare per l’appunto  levare o posare il carico. La S- che si trova all’inizio dell’aggettivo sta per DIS- con senso disgiuntivo.

Per quanto riguarda gli esempi è molto interessante notare come questo aggettivo sia utilizzato in riferimento a una terminologia bellica, relativa quindi alle armi, perché scarco ricorre molto quando si parla di arco, archibugio o di artiglieria, difatti, sta a indicare far uscire il proiettile, del quale l’arma è carica. In senso figurativo invece scarco si riferisce ad una massa di bugie, o di invenzioni fantastiche, col senso di: dirne o spargerne delle grosse.

L’esempio letterario dalla nostra tradizione a quale ci rifacciamo per quanto riguarda questo termine è il sonetto 36 S’io credesse per morte essere scarco dei Rerum Volgarium Fragmenta, chiamato più comunemente anche Canzoniere di Francesco Petrarca, di produzione e soprattutto di sistemazione incerta, poiché composto e sistemato tra il 1336 e il 1374, quindi un lasso di tempo estremamente ampio.

Il poeta ragione sulla forza dell’amore paragonata in simil modo ad un peso, che neppure la morte possa lenire, e quindi seguendo quelli che sono dei topoi utilizzati da Petrarca: l’amore carnale, materiale, ma anche spirituale per Laura torna a comparire come peso, come grave enorme sull’animo del poeta, che viene poi esternato nel componimento.

S’io credesse per morte essere scarco
del pensiero amoroso che m’atterra,
colle mie mani avrei già posto in terra
queste membra noiose, et quello incarco;

ma perch’io temo che sarrebbe un varco            5
di pianto in pianto, et d’una in altra guerra,
di qua dal passo anchor che mi si serra
mezzo rimango, lasso, et mezzo il varco.

Tempo ben fôra omai d’avere spinto
l’ultimo stral la dispietata corda                           10
ne l’altrui sangue già bagnato et tinto;

et io ne prego Amore, et quella sorda
che mi lassò de’ suoi color’ depinto,
et di chiamarmi a sé non le ricorda.

Alla prossima su Legenda Letteraria, state lettori.

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