– 2 – Inopinato – Gli EXEMPLA di Legenda

di Fedele Menale

Cari lettori e lettrici, rieccoci alla nostra rubrica Gli EXEMPLA di Legenda. Il termine di cui ci occuperemo oggi è l’aggettivo inopinato, che secondo la definizione estrapolata dal vocabolario on line Treccani.it ha il senso letteralmente di impreveduto, impensato che avviene contro ogni aspettativa, e dunque che porta con se sorpresa e meraviglia.

Ci rifacciamo subito ad un esempio di Ippolito Nievo per spiegarne meglio il senso: «un po’ sbalordito dagli inopinati accidenti che mi intervenivano», dunque ancora una volta è marcato il senso della meraviglia.

Per quanto riguarda la derivazione e l’origine ci rifacciamo come sempre al portale Etimo.it dal quale si evince che inopinato deriva dal latino INOPINATUS composto a sua volta dalla particella negativa IN e da OPINATUS, participio passato del verbo OPINARI, che appunto ha il senso di pensare, immaginare, per cui si traduce in non pensato, non immaginato, inaspettato.

Per quanto riguarda invece l’esempio tratto dalla nostra tradizione letteraria abbiamo pensato di rifarci al componimento L’aurora boreale di Giovanni Pascoli, pubblicato per la prima volta nella rivista «il Marzocco» e poi in raccolta Odi e inni datata 1906. La ricorrenza di questo aggettivo si evince al verso 18.

L’AURORA BOREALE

   Ai miei primi anni… infermo ero e lontano

da tombe amate… udivo dei compagni

il suon del sonno, uguale e piano,

sommosso da improvvisi lagni;

   e, solo, e come chi non sa se giunga

mai, troversava con il mio martirio

io tutta l’oscurità, lunga,

con, sopra, il fisso occhio di Sirio.

   E nella notte giovinetto insonne

vidi la luce postuma, lo spettro

dell’alba: tremole colonne

d’opale, ondanti archi d’elettro.

   E sotto i flessili archi e tra le frante

colonne vidi rampollare il flutto

d’un’ampia chiarità, cangiante

al palpitare del gran Tutto.

   Ti vidi, o giorno che dalla grande Orsa

inopinato esci nel cielo, e trovi

le costellazïoni in corsa

dirette a firmamenti nuovi!

   Ti vidi, o giorno che su l’infinita

via delle nebulose ultime e sole

appari. M’apparisti, o vita

che splendi quando è morto il sole.

   Un alito era, solo, per il miro

gurge, di luce; un alito disperso

da un solo tacito respiro

e che velava l’universo:

   come se fosse, là, per un istante,

immobile sul sonno e su l’oblio

di tutti, nella sua raggiante

incomprensibilità, Dio!

Pascoli descrive, in questo componimento, la comparsa del giorno e la meraviglia provocata agli occhi di un bambino. Questa meraviglia, infatti, è paragonata alla sensazione della vicinanza col divino, non a caso l’ultima parola del testo è Dio in rima con oblio. In questo gioco di presenza e assenza assume grande rilievo il nostro aggettivo inopinato con il quale il poeta va ad esprimere tutta la sua sorpresa, tutta la sua meraviglia.

Arrivederci alla prossima, e state lettori!

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