Tra le lettere di Gramellini e Gamberale

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Massimo-Gramellini_o_su_horizontal_fixedDopo l’introduzione di Fedele Menale, ci piace approfondire un po’ il discorso sul romanzo della coppia Gramellini-Gamberale e vedere come è costruita questa narrazione. Vogliamo, infatti, porre l’attenzione sull’aspetto formale del testo.

Sicuramente possiamo definire l’opera un romanzo epistolare, dato che per quasi la sua totalità scorriamo gli occhi lungo le righe delle lettere che i personaggi si scambiano. Così si può leggere anche in altre recensioni presenti in rete, ma certo noi non possiamo parlare di originalità del romanzo.

Non basta dire che si tratta di un romanzo epistolare, e dunque, ci poniamo subito il dubbio su chi sia a raccontare questa storia. Un narratore individuabile è presente nel testo e ne abita l’inizio e la fine. Infatti, l’apertura e la chiusura sono affidate a una voce che non è quella di Giò né tanto meno quella dell’angelo. Si tratta di una voce strumentale, di una figura necessaria che ha la funzione di immettere ed estromettere il lettore. E il suo compito si ferma a questo.

Si tratta di un narratore che non può essere definito né fisicamente né tanto meno dal punto di vista caratteriale. Sappiamo solo che è partecipe a quella vena ironico-umoristica a cui rimandano tutte le voci del testo. Basta isolare il passo in cui nel Prologo la voce narrante afferma: «Quasi sempre la vita le separa, con uno di quegli impedimenti che fanno la fortuna dei romanzi d’amore», parlando di quelle «sagome vibranti di luce» che sono gli innamorati.

DSCN4171Oltre a questa battuta il narratore si limita a essere una voce anonima e indefinibile come le sagome di luce di cui ci parla. Le sue successive parole si riducono a forme ripetitive e rituali, che non a caso anticipano le prime battute degli angeli, e seguono le ultime: «gli Innamorati Eterni si ritrovano in una dimensione concepita apposta per loro, dove il cielo ha il colore degli oceani e le nuvole assomigliano a scogli innaffiati di schiuma. C’era una coppia […]» abbiamo nel Prologo, e «Così le anime degli Innamorati Eterni lasciarono quel mondo invisibile agli occhi, dove il cielo ha il colore degli oceani e le nuvole assomigliano a scogli innaffiati di schiuma» invece conclude l’ultimo dialogo angelico.

La causa di questa figura liminare ed esile, astratta e incorporea, è sicuramente l’impatto emotivo che gli autori hanno voluto ottenere attraverso la predisposizione dei contenuti nella forma epistolare. Sì tratta, infatti, sempre di un botta e risposta tra Gioconda e l’angelo Filemone; dunque, dal punto di vista narratologico, si tratta di un racconto in prima persona secondo un’alternanza continua del punto di vista.

E dove siamo noi lettori in questo dialogo intermediato dal cassetto magico, in cui viene posta la lettera di Gioconda e compare la lettera dell’angelo? Noi assistiamo a questo rapporto epistolare dall’interno senza alcun filtro narrativo. Leggiamo direttamente le lettere e siamo messi, di volta in volta, nella posizione dell’uno o dell’altro interlocutore. Ci troviamo, dunque, a impersonare un personaggio immaturo in crisi e poi il suo l’angelo psicologo.

Questo tipo di struttura esalta la comunicazione io-tu. Essendo il testo composto dalle lettere poste direttamente al lettore questo tenderà a indentificarsi nel tu a cui si rifà l’interlocutore.

«Tu conosci bene le emozioni»
«Dimmelo tu dove sta il confine» (corsivo nostro)

e ovviamente tanti tanti altri. Il lettore diventa egli stesso confidente e amico stringendo un forte patto emotivo coi personaggi, con un’immedesimazione tanto più forte quanto la trama e i suoi contenuti sono stati predisposti in funzione di un particolare lettore.

41AgWrANj-LE tale patto pone le basi su una clausola sottile posta all’inizio del testo, lì dove si legge «CHIARA GAMBERALE è Gioconda, detta Giò. MASSIMO GRAMELLINI è Filèmone, il suo Custode». In questa dichiarazione i due autori hanno gettato le basi per dare corpo e figura ai propri personaggi, utilizzando il verbo essere in modo diretto. Non leggiamo per l’appunto che Gramellini ha scritto le lettere di Filèmone, oppure che Gamberale ha costruito il personaggio di Giò: ne sarebbe derivata un’idea di finzione palese.

Invece in questo modo, a fronte di una storia che procede relativamente poco, e di una trama esile, abbiamo l’utilizzo di una struttura fortemente empatica, congeniale alla scrittura dei due autori.

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