– 1 – Ottenebrato – Gli EXEMPLA di Legenda

di Fedele Menale

Cari lettori e lettrici, bentornati alla nostra rubrica Gli EXEMPLA di Legenda. Il termine di cui ci occupiamo oggi è un participio passato, utilizzato in funzione di aggettivo, ed è ottenebrato.

Secondo la definizione riportata dal vocabolario on-line della Treccani il termine in questione deriva dal verbo transitivo ottenebrare che letteralmente significa: velare di tenebre, oscurare, offuscare, e quindi celare alla vista. Tra i numerosi esempi, che possiamo riscontrare alla pagina della Treccani, ne proponiamo due, uno in senso marcatamente concreto: «il cielo si ottenebrò»; e un altro in senso completamente figurale: «spesso la passione ottenebra l’intelletto».

Per quanto riguarda la derivazione, l’origine del termine, abbiamo deciso di rifarci al vocabolario etimologico di Pianigiani consultabile all’indirizzo Etimo.it 

Il termine ottenebrare deriva dal latino OBTENEBRARE, un composto di OB, particella che significa innanzi, e *TENEBRARE che a sua volta deriva da TENEBRAE, in italiano tenebre, oscurità.

Per quanto riguarda invece l’EXEMPLUM che abbiamo scelto, e tratto dalla nostra tradizione letteraria, abbiamo deciso di rifarci al canto VII Alla primavera o delle favole antiche. Si tratta di un componimento scritto nel 1822 da Giacomo Leopardi, e pubblicato per la prima volta nella raccolta Canzoni del conte Giacomo Leopardi, a Bologna presso l’editore Nobili nel 1824, e poi riproposta in Canti del conte Giacomo Leopardi , a Firenze presso Piatti nel 1831.

L’occorrenza si evince al verso 14 del componimento, al plurale: ottenebrati. Nel testo, soprattutto nella parte che riportiamo ha un ruolo centrale il tema della primavera, in cui Leopardi collega i miti classici ad un’età dell’oro caratterizzata dalla piena armonia dell’uomo con la natura, che risulta non ancora essere perduta o cancellata dalla disillusione del vero. Dunque, la primavera come ritorno della fanciullezza che va ad annullare il dolore, condizione esistenziale dell’uomo.

Perchè i celesti danni
ristori il sole, e perchè l’aure inferme
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
Delle nubi la grave ombra s’avvalla;
Credano il petto inerme
Gli augelli al vento, e la diurna luce
Novo d’amor desio, nova speranza
Ne’ penetrati boschi e fra le sciolte
Pruine induca alle commosse belve;
Forse alle stanche e nel dolor sepolte
Umane menti riede
La bella età, cui la sciagura e l’atra
Face del ver consunse
Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
Di febo i raggi al misero non sono
In sempiterno? ed anco,
Primavera odorata, inspiri e tenti
Questo gelido cor, questo ch’amara
Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara? […]

Un saluto a tutti, e alla prossima.

State lettori!

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